JOYCE CAROL OATES.
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UN GIORNO TI PORTER LAGGI..
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Titolo originale: I'll Take You There..
Traduzione di: Annamaria Biavasco e Valentina Guani.
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2004. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"A quei tempi, all'inizio degli anni Sessanta, non eravamo ancora donne ma ragazze. E questo era visto, senza ironia, come un vantaggio." Comincia cos Un giorno ti porter laggi: un autoritratto intimo e spietato di una giovane studentessa senza nome che, per quanto dotata di un'intelligenza assai acuta, ha una disastrosa inclinazione per l'ossessione.
Il romanzo si apre con la protagonista "Anellia" (un nome fittizio che assume in diverse occasioni) che ricorda i suoi primi anni alla Syracuse University. La sua storia  un terribile intreccio di alienazione e disperazione:  ossessionata dalla prematura morte della madre e dal relativo senso di colpa che i fratelli e il padre le hanno istillato.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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UN GIORNO TI PORTER LAGGI.
A Gloria Vanderbilt.
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I. LA PENITENTE.
1.
Ogni sostanza  necessariamente infinita.
SPINOZA, Etica.
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A quei tempi, all'inizio degli anni Sessanta, non eravamo ancora donne ma ragazze. E questo era visto, senza ironia, come un vantaggio.
Ripenso a una casa in collina, nel campus collinoso e battuto dal vento di un'universit nello Stato di New York, in cui vissi per cinque disgraziatissimi mesi quando avevo diciannove anni, sfaldandomi tra gente sconosciuta come uno dei maglioni sintetici che portavo. Ripenso a come in quella casa c'erano zone proibite, e cose che in tali zone erano proibite. Alcune avevano a che fare con i sacri riti della Kappa Gamma Pi (la formula stessa era sacra, una volta che si veniva iniziate al suo significato) e alcune con la direttrice inglese di quella casa, Mrs Agnes Thayer.
Ci fu chi sostenne che ero stata io a distruggerla, a farla precipitare nella follia, e mi viene in mente Mrs Thayer che cade in un vero precipizio per colpa di un gesto delle mie braccia spettrali. Altri, invece, sostennero che era stata Mrs Thayer a distruggere me.
La casa della Kappa Gamma Pi! L'indirizzo era 91 University Place, Syracuse, New York. Era un enorme cubo di tre piani, in quello stile architettonico antiquato che va sotto il nome di neoclassico, di una pietra dal colore tra il rosa crepuscolo e il peltro, come un antico tesoro recuperato dal fondo del mare. Oh, se tu la potessi vedere! Se tu la potessi vedere con i miei occhi, l'imponente facciata coperta di edera le cui foglie tremavano e vibravano come pensieri nel vento costante di Syracuse! Domande insaziabili. Perch? Perch? Perch? L'alto pronao con quattro aggraziate colonne bianche in stile dorico, lisce e anonime come pali del telefono. La casa si trovava sul lato nord di University Place, a circa seicento metri da Erie Hall, l'edificio in granito che ospitava gli uffici amministrativi ed era il pi antico di tutto il campus. University Place era un ampio viale con uno spartitraffico alberato al centro, olmi che morivano lentamente, ma ancora eleganti. Andare a piedi al campus dalla casa della Kappa Gamma Pi nelle mattine pi brutte d'inverno era come scalare una montagna, tanto la pendenza era forte, i marciapiedi cos ghiacciati e insidiosi che conveniva camminare sull'erba scricchiolante dei prati. Il ritorno, quasi tutto in discesa, era meno stancante ma comunque insidioso. Poco prima di giungere all'estremit nord di University Place, come per un capriccio crudele la terra si alzava, e in cima a un ultimo tratto di ripida salita c'era la bella casa della Kappa con questi simboli misteriosi sopra il pronao:

La casa della Kappa Gamma Pi, a differenza della maggior parte delle sedi delle confraternite studentesche, aveva una storia. Era, di fatto, storica: non era nata al mero scopo utilitaristico di ospitare studenti, ma era stata la lussuosa dimora di un milionario, fatta costruire nel 1841 (come una targa ricordava con orgoglio) da un illustre orologiaio di Syracuse e poi lasciata in donazione nel 1938 all'appena costituito capitolo locale della sorority nazionale Kappa Gamma Pi, dopo la morte di un'anziana vedova che ne aveva fatto parte. Il suo nome  sacro nei nostri ricordi dicevano solennemente le Kappa, ma io l'ho scordato,  solo la casa che rammento.
Prima della mia iniziazione alla Kappa Gamma Pi, nel secondo semestre del primo anno di universit, spesso facevo lunghe deviazioni per passare davanti a quella casa; all'epoca avevo soltanto presentato domanda per entrare, non ero ancora stata ammessa, non ero una sorella; mi struggevo guardando dal basso l'austera facciata coperta di edera, le alte colonne bianche che nella mia fantasia erano molto pi di quattro, cinque, sei, dieci colonne! Le lettere ?G?, sospese lass in alto, mi riempivano di meraviglia, di timore reverenziale. Perch non sapevo ancora che cosa significavano. Diventer una Kappa? mi chiedevo. Io! Io diventer una Kappa. Sembrava impossibile, e tuttavia doveva essere possibile, perch altrimenti come sarei andata avanti? Ero posseduta dalla passione capricciosa di una a cui la passione  ignota; negata e frustrata; se innamorarsi fosse stato un gioco, lo scopo del gioco sarebbe stato, per me, resistere; come negli scacchi talvolta si sacrificano i pedoni per salvaguardare la regina; la regina  il tuo io pi vero, vergine, inviolabile; la regina non si d via cos! Era come se il mio sistema immunitario si trovasse senza difese di fronte all'attacco di un virulento microrganismo estraneo. I miei occhi, annebbiati dall'emozione, evitavano deliberatamente di vedere la patina di sporcizia sui muri di pietra e sulle colonne, il quasi impercettibile marcire delle ardesie coperte di muschio del tetto che, iridescenti se bagnate, nei rari momenti di sole accecante erano bellissime. Non vedevo neppure il reticolo color ruggine, come vene o nervature di fossili, lasciato nella pietra dall'edera morente, morente da anni, avvizzita. C'erano pi di venti costruzioni neoclassiche nelle vicinanze di University Place, e la casa della Kappa Gamma Pi non era n la pi grande n la pi bella. Forse la pi tetra, o addirittura la pi brutta, ma queste qualit erano per me segno di aristocratica arroganza, di autorit. Vivere in una casa come quella ed essere un'iniziata, una Kappa Gamma Pi, avrebbe significato esserne trasformata, ne ero certa.
Mi chiedevo se, al momento dell'iniziazione, mi sarebbe stato attribuito un nome segreto.
Non credevo alle favole n alle ridicole storie romantiche che cominciano con C'era una volta. La mia nascita e la mia infanzia erano avvolte in una specie di favola, ma era una favola crudele, cruda, in cui la bambina appena nata non  benedetta, bens maledetta. Eppure credevo nella Kappa Gamma Pi senza esitazione. Credevo che quel genere di trasformazione fosse non solo possibile, ma frequente. Non solo possibile, ma inevitabile. Non io, non esattamente io, ma un'altra ragazza con il mio nome e la mia faccia, una ragazza iniziata - un'adepta - molto presto avrebbe vissuto in quella casa; con trepido orgoglio avrebbe portato la spilla delle Kappa, ebano scintillante con monogramma in oro e catenella d'oro, sopra il seno sinistro, dove tutte le privilegiate ragazze della sorority portavano la sacra spilla, nella proverbiale regione del cuore.

L'entrata. Si saliva fino alla casa su spicchi di pietra consunta, antica. Pietra che aveva cominciato a creparsi, a sgretolarsi; pietra levigata dal passaggio di piede dopo piede, anno dopo anno. Se i gradini erano ghiacciati o tirava vento (a parte l'afa ferma e stagnante dell'estate, tirava sempre vento) ci si poteva sostenere alla vecchia ringhiera di ferro battuto, elaborata e un po' traballante. Il pendio era talmente ripido che non poteva ospitare un prato nel senso tradizionale del termine, erba da falciare, ma solo impervi massi di granito affioranti, nei cui interstizi crescevano arbusti nani e resistenti felci della variet scura, verde-amaro, e chiazze variopinte di rosa rugosa; un fronte cos imponente era tipico di quasi tutte le case affacciate sul lato nord di University Place, come a trasmettere il senso della dignit, dell'inaccessibilit e dell'alto valore di quei luoghi. Sullo scalino pi alto (li avevo contati molte volte: erano diciotto) ci si poteva fermare senza fiato a guardarsi indietro, ad ammirare la vista dietro di s, paesaggio sorprendente come una vecchia xilografia: c'era il gotico Erie Hall in granito scuro in cima alla sua collina, che era pi alta di quella della Kappa, con la sua campana luccicante (perlomeno nei ricordi) in un'eterna luce crepuscolare, ma di un dorato color seppia, di una bellezza inquietante.
Spesso il cielo di Syracuse era coperto e minaccioso, quasi nascondesse segreti, passioni. Le nuvole non erano mai bidimensionali, come in un fondale dipinto, ma cumuli enormi, gonfi, turgidi e butterati, pieni di buchi e crepacci, ribollenti, raramente bianchi, raramente di un solo colore, ma di un'infinita variet di grigi, grigio scuro, grigio polvere, grigio livido, grigio ferro, grigio viola, illuminati da raggi di sole che avanzavano misteriosamente e d'improvviso sparivano. Pioveva, o era piovuto da poco e tutto era lucido, bagnato, luccicante, lavato; cupo, come appena punito; oppure scintillante di ottimismo, speranza. A meno che non stesse per nevicare. Oh, Dio, senti che odore di limatura di ferro? Questa  neve.
Il grande, maestoso portone della casa delle Kappa era di rovere, con il batacchio di ferro; c'era una campanella che emetteva una melodia delicata all'interno della casa. Questa campanella femminile contrastava con la pesante architettura virile e lasciava intuire qualcosa dell'atmosfera maliziosa, sovversiva, che regnava all'interno. Al pianoterra, gli spazi comuni (cos venivano solennemente chiamati) erano di un imponente formalismo, semibui, con i soffitti alti, cupi nonostante la venatura dorata della tappezzeria francese; i pesanti mobili antichi erano pezzi d'antiquariato vittoriano. Un patrimonio, li definiva solennemente il capitolo locale della Kappa, di inestimabile valore, senza prezzo. Abbiatene cura!. Ci facevano sentire come bambine in un luogo sacro, maldestre e troppo cresciute.
Eppure quel luogo era davvero sacro, penso. A modo suo. A suo tempo. Chi poteva resistere al raffinato scintillio dei lampadari di cristallo, forse incrostati di sporcizia di giorno, ma iridescenti e luccicanti di sera; ai lussuosi tappeti, cimeli orientali dai colori vivaci, che sembravano gioielli preziosi in alcuni punti bench in altri, pi calpestati, fossero lisi come vecchie coperte di lana? In parecchie stanze al pianterreno c'erano grandiosi caminetti di marmo che parevano altari (usati molto di rado perch, a quanto pareva, non tiravano bene); ovunque c'erano specchi dalle cornici filigranate il cui vetro come bruciacchiato faceva sembrare bello anche il viso pi insignificante, se ci si avvicinava in punta di piedi come Alice allo specchio; quegli specchi parevano raddoppiare o addirittura triplicare le dimensioni delle stanze cupe, come in un sogno di fanatica chiarezza da cui ci si risveglia esausti e stranamente demoralizzati, quasi svuotati della propria personalit. Confusa da quegli specchi, dopo le mie prime visite alla casa in vista della presentazione della domanda di iscrizione alla sorority nel secondo semestre, me ne andavo con le gambe molli e un erroneo senso della grandiosit del luogo, quasi fossi stata in una cattedrale.
In un angolo del maestoso soggiorno, vicino a un ritratto a olio del primo proprietario della casa, c'era un pianoforte a coda Steinway di mogano scuro, opacamente lucido, con i tasti di avorio macchiati, molti dei quali non funzionavano; era uno strumento bellissimo ma un po' malinconico, ed emanava un odore di buio e di forza che mi faceva battere il cuore per l'ansia di conoscerne i segreti, di poterlo suonare. Purtroppo la direttrice della casa delle Kappa ne aveva proibito l'uso anche alle due o tre ragazze che sapevano suonare bene, tranne che dopo cena e la domenica pomeriggio e per un'ora soltanto, scelta arbitrariamente tra le quattro e mezzo e le sei, in cui le Kappa pi agguerrite strimpellavano vecchi successi come Chopsticks e Begin the Beguine.
Pi volte, trovandomi da sola nel soggiorno, osai sedermi allo Steinway e posare le dita timide sulla tastiera; premendo leggermente ne ricavavo deboli, tremanti suoni sottomarini che riecheggiavano nel profondo del pianoforte. (Veniva tenuto sempre chiuso, con il coperchio abbassato come una bara.) Mi intendevo pochissimo di pianoforti; avevo provato a suonare a dodici anni, imitando un'amica che prendeva lezioni; ero cresciuta con i miei nonni, contadini immigrati dalla Germania che non avevano tempo per la musica, e tantomeno per la musica classica. Eppure la presenza del pianoforte nel soggiorno delle Kappa mi confortava. Quasi fosse, in un certo senso, un segno di casa. Anche se non lo sapevo suonare e in ogni caso non avrei avuto il permesso di farlo. Ma il pianoforte esiste. Come esiste il mondo in s - al secondo anno avevo cominciato a studiare Immanuel Kant - indipendentemente da noi. La solidit fisica sembrava deporre a favore di una realt al di fuori della mia, dotata di maggior valore dell'attimo fuggente e sempre futile che stavo vivendo io, studentessa del secondo anno sola in mezzo a un gran clamore di sorelle. Cos'era infatti il mio umore se non riluttanza a tornare di sopra, nella stanza del secondo piano affollata e piena di fumo che mi era stata assegnata, dove avrei trovato la mia compagna di camera che fumava una Chesterfield dietro l'altra e viveva in una confusione vertiginosa di vestiti, smalto per unghie (e solvente per smalto dall'odore virulento come di defoliante chimico), tubetti di rossetto untuoso, vasetti di fondotinta e piani di studio mimeografati, insieme con altre Kappa ozianti sulla porta o sdraiate sul mio letto, che soffiavano fuori il fumo con l'abbandono compiaciuto dell'adolescente non sorvegliato da un adulto, facendo cadere la cenere nella vaga direzione di un posacenere comune con al centro la statuina di plastica di una fanciulla in costume hawaiano? Riluttante a tornare di sopra, perch con sgomento mi trovavo isolata quanto lo ero prima di diventare una sorella - un'adepta - della Kappa Gamma Pi, senza poter concludere altro che: Tu!  colpa tua. Tu, sempre insoddisfatta.
Era la mia maledizione, la croce che avrei portato tutta la vita. Come se mi avesse battezzato uno gnomo cattivo, mentre mia madre si consumava, ignara, fino alla morte; facendo schioccare le dita, spruzzandomi acqua avvelenata sulla fronte. Ti battezzo nel nome del desiderio incessante, della ricerca incessante e dell'incessante insoddisfazione. Amen.
Una volta che ero rimasta seduta al pianoforte troppo a lungo, persa nelle mie fantasticherie, a premere tasti con entrambe le mani in accordi quasi impercettibili che riecheggiavano come musica fantasma udita in lontananza, le luci forti del soggiorno si accesero all'improvviso (era un tardo pomeriggio di novembre e fuori era buio come a mezzanotte) e Mrs Thayer, la direttrice della casa, mi fiss da sotto l'arco drammatico della porta. Aveva un portamento regale e un viso incipriato che splendeva roseo, umido e carnoso come prosciutto in scatola; l'espressione era altezzosa, con una sfumatura di incredulit. Tu! Ti chiami... Mary Alice? Che cosa ci fai qui? Non ti ho spiegato e rispiegato che il pianoforte va tenuto chiuso? Altrimenti si riempie di polvere e perde l'accordatura,  uno strumento musicale di inestimabile valore, senza prezzo, antico, uno Steinway, un preziosissimo Steinway, per l'amor del cielo, figliola! Hai perso la memoria? Hai perso la testa? Quante volte te lo devo dire e ridire? Quante, quante volte? Come se le fosse scattata una molla dentro la testa, Mrs Thayer cominci la sua predica; quello era il suo genere di predica preferito, pronunciato con accento inglese forte, secco, corrosivo. Gli occhi azzurri, molto vicini, si infiammarono come acetilene; si allung, grassoccia, strizzata nel bustino, fino al massimo della sua statura, forse un metro e sessanta, e mi squadr per un lungo, devastante momento. Era lo sguardo penetrante da vecchia megera inglese per cui andava famosa. Le ragazze che facevano parte delle altre sororities sapevano di Mrs Thayer; i ragazzi che uscivano con le Kappa diffondevano voci sul suo conto scrollando la testa in segno di riluttante ammirazione. Rabbrividii davanti all'aria sprezzante di quella donna come una bambina colta in flagrante e, con il viso in fiamme, balbettai: Mi scusi, Mrs Thayer. Non stavo.... Mrs Thayer mi interruppe spazientita, altezzosa, perch anche questo era motivo di irritazione per lei, il modo in cui le ragazze americane chiedevano scusa e nello stesso tempo cercavano di negare ci di cui si scusavano. Risparmiati le scuse, figliola! Le ho gi sentite e risentite! Mrs Thayer rise allegramente per mostrare che non era arrabbiata; figurarsi, sciocchezze del genere non potevano farla arrabbiare, lei che era sopravvissuta a quello che chiamava con orgoglio il London Blitz. Figurarsi, il suo era divertito stupore, nient'altro: Oh, voi ragazze americane. Con gesto teatrale spense tutte le luci e mi lasci nel buio tetro, diradato solo dalla luce del corridoio, gir velocemente sui tacchi e se ne and.

La prima volta che vidi Agnes Thayer fu a un open house durante il periodo delle iscrizioni alle confraternite, nel febbraio precedente. Non essendo affiliata alla Kappa Gamma Pi, Mrs Thayer non faceva proselitismo, ma era una presenza importante tra le Kappa e sorvegliava la distribuzione del t con aria di benevola e sorridente sicurezza. Non avevo mai conosciuto nessuno che parlasse come lei, con un accento cos inglese, che mi suonava entusiasmante. Mrs Thayer, la direttrice della nostra casa,  inglese, sai.  di Londra mi fu spiegato varie volte. Quando arriv il mio turno e presi con mano un po' tremante una tazza di t e un piattino di biscotti bordato d'oro, sorrisi nervosamente a quella giovanile donna di mezz'et che sorrideva serenamente nella mia direzione. Mormorai un Grazie, come facevano le altre, e Mrs Thayer mormor una risposta, trapassandomi con lo sguardo ceruleo come pare che quelle infinitesimali particelle subatomiche dette neutrini trapassino continuamente la materia solida. Prego, mia cara.
Mia cara! Nessuno mi aveva mai parlato cos, nemmeno per scherzo.

Quando venni iniziata alla Kappa Gamma Pi e mi trasferii nella casa della sorority, divenni una delle figliole di Mrs Thayer. Mrs Thayer era la direttrice della casa - su cui regnava incontrastata - l'adulta investita di autorit.
Come una regina, o come immaginavo succedesse con le regine, non la si poteva avvicinare in modo informale. Occorreva osservare una sorta di rituale prima di poterle parlare in privato. (Ma di che cosa si poteva parlare in privato con Mrs Thayer? Non riuscivo a immaginarlo.) Le sue stanze, al pianterreno, erano tab.
Vi si accedeva da un salotto, una sorta di biblioteca, ed erano parallele alla grande sala da pranzo; il salotto, pur facendo parte degli spazi comuni, era in qualche modo permeato dalla vicinanza di Mrs Thayer. A volte la porta di Mrs Thayer era aperta, altre accostata, ma per la maggior parte del tempo era accuratamente chiusa. Se la porta era aperta, entrando nella biblioteca si notavano subito le stanze di Mrs Thayer e si era subito avvertiti della sua possibile presenza. Ricordo di essermi trovata nel salotto a fissare la porta aperta con un vago sorriso stampato sul volto e di aver udito, pur non essendo stata a origliare, mormorii e risate dall'altra parte; Mrs Thayer stava parlando con una delle ragazze dell'ultimo anno, una delle sue preferite. Di che cosa parlano? Di che cosa ridono? Quando finalmente la ragazza comparve, seguita dalla direttrice, mi lanciarono un'occhiata indifferente; forse Mrs Thayer esclam, in quel suo modo secco, brusco, che voleva dire che non si aspettava una risposta: Ah, Mary Alice! Come stai?.
Non avevo l'ardire di farle notare che non mi chiamavo Mary Alice e che il mio nome non assomigliava neppure lontanamente a Mary Alice; sapevo che si sarebbe offesa.
Il salotto era molto pi piccolo dell'assai maestoso soggiorno, ed era tappezzato di carta color ebano e oro che riproduceva ad infinitum il monogramma della Kappa Gamma Pi e dava alla stanza la stessa prospettiva vertiginosa che si deve avere precipitando nello scarico di un lavandino. Una delle pareti era occupata da scaffali che andavano da terra fino al soffitto, carichi di vecchi libri rispettabili, classici rilegati in pelle, tra cui le Opere complete di William Shakespeare, le Opere complete di Sir Walter Scott e le Opere complete di Edward Gibbon, che avevano l'aria imbalsamata di volumi che nessuno apre da decenni. Alle pareti punteggiate di monogrammi erano appese decine di foto in cornice di funzionarie e socie della Kappa a partire dal 1933, anno in cui si era costituito il capitolo locale, composto soltanto da undici ragazze dall'aria decisa. (Come comincia una sorority? Non riuscivo a immaginarlo. La famosa domanda di Parmenide: Perch c' qualcosa e non invece il nulla?, non mi sembrava, in tale contesto, pi profonda della mia.) Nella stanza c'erano trofei di ottone e mogano, targhe, medaglie, certificati di encomio a caratteri dorati risalenti agli anni Trenta; ricordi di balli ufficiali e t dati molto tempo prima, una o due squadre di softball, picnic e cerimonie varie in cui le Kappa avevano ricevuto premi da altre Kappa pi grandi di loro in occasione di assemblee nazionali. La proposizione mi pass per la mente cos fugacemente che non fu una vera rivelazione: Ecco quello che si definisce essere bianche; per essere una di loro, devo essere bianca anch'io.
In bella vista nel salotto c'era un grande tavolo con il piano di vetro, la scrivania della ragazza di turno in portineria, e su di esso, legato con una vera e propria catena, il registro ufficiale Entrate/Uscite. Tutte le sere alle otto il portone della casa delle Kappa veniva chiuso a chiave, come quello di tutte le residenze universitarie; la porta di servizio non veniva soltanto chiusa a chiave, ma anche sprangata; la ragazza di turno si sedeva alla scrivania con il compito di rispondere al telefono, chiamare le ragazze nelle camere (perch era vietato avere un telefono personale) e soprattutto accertarsi che nessuno uscisse dall'ingresso principale senza aver firmato il registro. Sotto il mio tetto gli orari verranno rigorosamente rispettati avvertiva severa Mrs Thayer. Il che significava rientrare entro le undici durante la settimana, la mezzanotte al venerd, l'una al sabato e le dieci alla domenica, in base a un regolamento universitario che si applicava soltanto alle donne non ancora laureate. (Per gli uomini non esisteva orario, potevano non rientrare per giorni senza essere denunciati alle autorit.) Dal momento che il salotto era adiacente alle stanze di Mrs Thayer, era proibito parlarvi ad alta voce, ridere e in generale comportarsi in maniera sconveniente. Su appositi tavoli erano disposti gli annuari della Kappa Gamma Pi e altre pubblicazioni con lo stemma della sorority e, su un tavolino basso, giornali e riviste disposti a ventaglio, perlopi Harper's & Queen, Punch, Manchester Guardian e altre pubblicazioni che Mrs Thayer riceveva per posta dall'Inghilterra. Persino la carta di quei giornali, sottile come velina, aveva un che di aristocratico. Chiunque avesse a che fare con Mrs Thayer doveva riconoscere che tutto ci che veniva dall'Inghilterra era di qualit superiore all'equivalente americano. Senza dubbio le anziane Kappa che l'avevano assunta, impressionate dal suo accento e portamento, avevano questo in mente. Tuttavia nessuna, a parte me, si sognava di guardare, e tantomeno di leggere, quelle pubblicazioni, a parte Harper's & Queen, le cui pagine patinate venivano di tanto in tanto sfogliate e subito abbandonate. Giornali e riviste non potevano essere portati via dal salotto n lasciati in disordine. Persino il quotidiano locale, cui alcune ragazze davano un'occhiata, doveva essere rimesso sul tavolo precisamente come lo si era trovato, con le pagine bene allineate, disposto esattamente come Mrs Thayer desiderava.
Io leggevo con avidit quelle pubblicazioni inglesi, esotiche come null'altro di mia conoscenza. Provenivo da una regione isolata e rurale nel Nordovest dello Stato di New York. Leggevo attentamente il Guardian, soprattutto la sezione arte e cultura, cercavo di decifrare le oscure strisce in codice di Punch. Trovavo stupefacente che l'inglese, la mia lingua madre, potesse essere una lingua straniera, e che straniera fosse la sua cultura pi autentica. Su Harper's & Queen ammiravo fotografie di grandi dimore di campagna, enormi manieri come quelli descritti da Jane Austen e Charlotte Bronte, ettari ed ettari di prati di un verde smagliante, enormi aiuole di giunchiglie, iris e tulipani che ondeggiavano al vento; uomini e donne a cavallo in assurda ma elegante tenuta da caccia. (Caccia alla volpe? A quelle creature cos piccole e belle? Nelle foto non c'erano.) Osservavo foto della regina e della famiglia reale che posavano solenni con le insegne regali e sembravano persone ordinarie e bruttine a una festa mascherata. Mi si stringeva il cuore: tutto a un tratto sentivo che disprezzavo tanta pompa e tante pretese, che ero americana fino alla punta dei capelli e non credevo nei privilegi ereditari. Tuttavia stavo attenta a risistemare le pubblicazioni inglesi esattamente come le aveva disposte Mrs Thayer.
Il salotto, la scrivania della ragazza di turno in portineria, la vicinanza delle stanze di Mrs Thayer: quella zona si riemp presto di ansia per me. Se ci ripenso adesso, ad anni di distanza, se penso alla tappezzeria con il monogramma della Kappa Gamma Pi, mi gira ancora la testa, mi pulsano le tempie. In quanto studentessa del secondo anno ero di turno in portineria ogni dieci o dodici giorni, ed ero cos intimidita dalle mie sorelle pi anziane che quando queste uscivano audacemente, ridendo, facendo ciao con la mano o mandandomi un bacio da lontano, oppure ignorando del tutto sia me che il registro ufficiale, non osavo richiamarle e meno che mai rincorrerle; e non le denunciavo alla direttrice come sarebbe stato mio dovere. Sotto il mio tetto gli orari verranno rigorosamente rispettati avvertiva ripetutamente Mrs Thayer, ma io non riuscivo a farli rispettare, per codardia e desiderio di essere benvoluta. La mia prima sera in portineria, stabilendo un precedente per i mesi successivi, cinque o sei ragazze ignorarono allegramente il registro e, ancora pi sfacciatamente, rientrarono dopo le undici, ridacchianti e ubriache, accompagnate dai loro ragazzi; per nascondere la situazione, spensi le luci del salotto in modo che Mrs Thayer non avesse sospetti e pensasse che eravamo tutte in casa al sicuro per la notte; dopodich mi sedetti sugli scalini vicino alla porta cercando disperatamente di leggere, nella poca luce, cinquanta pagine dell'Etica di Spinoza per la lezione di filosofia del mattino dopo. A leggere e rileggere senza capire Per causa di s intendo ci la cui essenza implica l'esistenza, ossia ci la cui natura non pu essere concepita se non come esistente. Non sapevo che cosa fare: e se alcune delle mie sorelle Kappa avessero trascorso tutta la notte fuori? E se fosse successo loro qualcosa? Sapevo che la colpa sarebbe stata in parte mia; l'avrei accettata; in un certo senso ero pi colpevole io delle ragazze assenti, perch avevo omesso di denunciarle a Mrs Thayer, delegittimandola. Ma le ragazze tornarono. All'una e un quarto, all'una e quaranta, alle due e cinque e l'ultima alle due e venti. Nessuna suon la campanella (Mrs Thayer si sarebbe svegliata immediatamente), ma tutte bussarono furtive sul vetro vicino alla porta, dando evidentemente per scontato che io le avrei aspettate senza protestare e ubbidiente come una cameriera. L'ultima a rientrare fu una laureanda molto conosciuta ed elegante che si chiamava Mercedes (detta Mercy) ed era una delle funzionarie della sorority che da sempre ammiravo per la bellezza appariscente, la risata contagiosa e la personalit. Era accompagnata da un giocatore di football della confraternita Deke, che le aveva regalato il distintivo; il ragazzo, un biondone grande e grosso, mi guard strizzando gli occhi come un mite bue stordito quando aprii la porta senza fare rumore: Brava ragazza. Mercy aveva i capelli biondi tutti spettinati e il pesante trucco sfatto; aveva l'aria di essersi rimessa i vestiti in fretta e al buio, o che qualcuno l'avesse rimessa in fretta dentro i suoi vestiti; puzzava di profumo, di birra e di vomito. Mentre saliva le scale con passo malfermo inciamp e imprec ridendo, e io la sorressi, perch ero l vicino ma non osavo toccare il suo corpo caldo e umido; Mercy si ritrasse al tocco delle mie dita fredde e con un'aria di dignit stordita protest, sprezzante, in tono da ubriaca: Tu? Chi diavolo sei? Toglimi quelle mani di dosso!.

Fu allora che cominciai a sfaldarmi?
O forse avevo cominciato mesi e addirittura anni prima ma solo in quell'ora tarda ed esausta me ne ero accorta con chiarezza? In tutta la sua assurdit: svegliandomi e scoprendo di essere in mezzo a sconosciute indifferenti e incuranti di me, che desideravo solo adorare, stringendo disperatamente fra le mani un manuale di etica espressa in teoremi e proposizioni seicenteschi, come geometria. Cercando di non piangere. Perch non ero una bambina. Avevo diciannove anni, ero adulta. Eppure cos addolorata! Con il cuore spezzato! Destinata a ricordare l'asprezza di quel rimprovero da ubriaca per una vita.

Sorelle! Avevo sempre desiderato avere delle sorelle.
Fin dalla prima elementare avevo ammirato con aperta invidia e sorpresa le grandi famiglie contadine della maggior parte delle mie compagne di scuola. Perch anche quando le sorelle litigavano - e le sorelle litigavano sempre! - restava il fatto che erano sorelle. Restava il fatto che vivevano insieme, mangiavano insieme, dormivano nella stessa camera e spesso anche nello stesso letto. Si scambiavano i vestiti, mescolando liberamente guanti, sciarpe, scarpe. Avevano gli stessi lineamenti, lo stesso modo di muovere gli occhi e la testa, di gesticolare. Avevano lo stesso cognome. Invece io non avevo sorelle n mai ne avrei avute. Non avevo la mamma, tranne che nei miei ricordi, di cui gli altri ridevano. Ero compatita come un fenomeno da baraccone, essendo senza mamma. I miei fratelli erano molto pi grandi di me e non mi consideravano se non occasionalmente per prendermi in giro e stuzzicarmi, come fanno i cani con i cuccioli, a cui ogni tanto fanno del male, ma senza rancore, senza volere; mio padre, che lavorava nell'edilizia, spesso stava lontano da casa per settimane o addirittura per mesi; non era chiaro dove andasse, perlomeno non a me. I miei fratelli e io vivevamo con i nonni paterni in una fattoria di cinque ettari vicino a Strykersville, nella contea di Niagara, nello Stato di New York, una cinquantina di chilometri a nordest di Buffalo e cinque a sud del lago Ontario.
In quella che chiamano Snow Belt, la cintura della neve.
Un'infanzia di neve. Bianche chiazze amnesiche di neve. Accanto alla finestra della mia cameretta nel sottotetto si formava un buco nella neve, simile all'imboccatura di una caverna, fra i rami cascanti di un albero di ginepro; anche dopo le nevicate pi terribili quello spazio riparato al di l della finestra restava, e io potevo guardare fuori e vedere, pi oltre, una distesa accecante di bianco, come un mare gelato che rendeva irriconoscibile il paesaggio che conoscevo.
Mia madre mor quando avevo diciotto mesi. Mi dissero: Tua madre se n' andata. A suo tempo mi dissero che mia madre desiderava talmente una figlia che aveva continuato a provarci dopo avere avuto tre maschi e due aborti, e alla fine a quarantun anni ci era riuscita, ma non si era pi ripresa. Questo mi dissero con aria di disapprovazione, di rimprovero. Perch a quell'epoca avere un figlio a quarantun anni era repellente, osceno. Perci sembrava giusto che mia madre non fosse stata in grado di avere un parto normale, ma avesse avuto bisogno di un taglio cesareo che non si era cicatrizzato; che nel seno gonfio di latte le si fossero formate cisti grosse come sassolini; che la sottile ragnatela di nervi che costituiva il suo io misterioso e inconoscibile si fosse tesa sempre di pi, finch un giorno si era strappata e non c'era stato pi verso di rammendarla, cos come non si pu rammendare, una volta strappata, una ragnatela. All'et di otto anni, avendo irritato mia nonna con qualche comportamento infantile, mi sentii dire con voce amareggiata e ciononostante maligna che mia madre era morta di un male che l'aveva consumata: un tumore. Con un gesto goffo, vergognandosi, la nonna si indic il petto grosso e cascante e disse: La dovettero tagliare.... Lasci la frase in sospeso. Io ero senza parole, inorridita. Il seno? Mia madre a cui volevo cos bene, e che mi mancava tanto, aveva dovuto farsi tagliare via... il seno?
Corsi fuori e mi nascosi in un campo. Non era inverno: mi nascosi in un campo di granoturco e ignorai le loro grida quando vennero a cercarmi. Li odiavo tutti, non li avrei mai perdonati.
Da quel giorno fu come se mia nonna si fosse dimenticata di quel che mi aveva detto. O si comport come se l'avesse dimenticato. Tuttavia, tacitamente veniva dato per scontato che io sapessi del vergognoso segreto di mia madre e dovessi assumermene la responsabilit. Di tanto in tanto udivo mia nonna che parlava con parenti o vicini, senza preoccuparsi che io potessi sentire, con la sua voce ostinata, severa: Lui d la colpa a lei, sai, alla piccolina, della morte di Ida. Fin da bambina capii la fatale giustapposizione tra quel lui (mio padre) e quel lei (la piccolina, cio io).
S ma io me la ricordo. Sono l'unica che se la ricorda.
Ida: quel nome era magico per me. Sussurrato nel buio. Sotto le coperte. Con la fronte premuta su un vetro coperto di brina. Ida. Che strano, bellissimo nome: non mi stancavo mai di ripeterlo: era facile confondere Ida con io, il suono semplice e netto che avevo imparato a emettere con la bocca e la lingua quando intendevo me stessa.
Per amore di verit, con la rapacit di un esercito invasore, i miei fratelli sminuivano la mia infantile pretesa di ricordare mia madre. Tu! Tu eri troppo piccola, quando mor eri appena nata. Tu non l'hai conosciuta, noi s. Mi odiavano per il fatto di essere nata; nascendo, avevo fatto morire la mamma; ma vedevano che ero solo una bambina, che non ero un nemico degno. Sostenevano che era per via delle fotografie che credevo di conoscere mia madre, non perch la ricordassi davvero; che confondevo la donna matura dal viso giallastro con quella pi giovane e molto pi carina dell'album di famiglia, capelli scuri tagliati alla maschietta come usava negli anni Venti e mani sui fianchi con le nocche all'indentro. Sorriso insolente che volava verso l'obiettivo come un uccello che vola verso una finestra. Non volevo neanche prendere in considerazione l'idea che quella donna bella e giovane non fosse, a rigor di termini, mia madre, e quelle vecchie foto erano le mie preferite. Altre, scattate negli anni Trenta, di mia madre con mio fratello Dietrich che aveva undici anni pi di me, di mia madre con mio fratello Fritz che aveva dieci anni pi di me, di mia madre con mio fratello Hendrick che aveva sette anni pi di me, mi attiravano molto meno, pur essendo cronologicamente pi vicine alla mia nascita. Perch non sopportavo la vista di mia madre con altri bambini. Bambini piccoli in grembo, o che le si arrampicavano sulle ginocchia. Lei cominciava ad avere l'aria stanca, tirata, il suo sorriso diventava sempre pi forzato. Il taglio chic e sexy era sparito, portava i capelli sciolti al vento, oppure tirati severamente all'indietro e legati sulla nuca. Era ingrassata, informe. Dopo la mia nascita, le sue condizioni di salute erano talmente precarie che non c'erano foto di lei con me. Non c'erano foto della piccolina in assoluto. Eppure io sostenevo di ricordare mia madre e restavo ostinatamente salda nella mia convinzione, a dispetto dei miei detrattori. I miei nonni tedeschi, che erano stati vecchi, vecchissimi, per tutta la mia vita, come gnomi che mi guardavano con piet e rimprovero. Era chiaro che mia madre non doveva essergli piaciuta, ma ancora meno gli piacevo io che l'avevo fatta morire e avevo reso profondamente infelice il loro unico figlio. Borbottavano tra loro in una lingua che non capivo e non desideravo capire, che non avrei mai studiato al college, ma a volte parlavano nel loro inglese dal forte accento straniero per farsi sentire da me. Quella! Chiss dove le prende certe idee! Dentro di me rispondevo: Non da voi. Da nessuno di voi.
Raramente mio padre parlava di cose cos personali con qualcuno. Era addolorato, cupo, arrabbiato e confuso. Era un omone alto quasi uno e novanta e pesava forse cento chili. I suoi passi facevano tremare la casa. Quando prendeva fiato, con un solo respiro sembrava risucchiare tutto l'ossigeno della stanza. La morte di mia madre era una ferita livida nella sua carne di cui non desiderava la guarigione, per quanto male gli facesse. Pareva non ricordare come mi chiamavo; non mi chiamava mai per nome; tu doveva bastare, tu era il massimo cui potessi aspirare; tu, pi agognato di io perch io me lo dicevo da sola, mentre tu lo poteva dire, anche se con voce strascicata, negligente, mio padre. Tu! Non ti avevo visto! Oppure Tu? Non dovresti essere gi a letto?. Al mio ardente desiderio di essere con lui, foss'anche semplicemente di incrociarlo nel corridoio buio o farmi pestare un piede da lui, non corrispondeva un simile desiderio da parte sua. Ero convinta che non fosse soltanto perch avevo fatto morire mia madre, ma che senza mia madre, senza una donna che mediasse tra noi, lui non avesse modo di capirmi. Una femmina? Una bambina? E quegli occhi! Diffidava di me come si diffida di un cucciolo, che da un momento all'altro pu saltarti sulle gambe e sbavarti sulle mani e uggiola in modo straziante appena lo abbandoni. Se si trovava da solo in mia presenza, guardava stupito sopra la mia testa come per cercare... chi? (La nostra scomparsa Ida?) Mio padre fumava Camel, che accendeva con i fiammiferi da cucina dopo averli sfregati rumorosamente sulla stufa di ghisa; la vedo ancora adesso, come sempre vedr con gli occhi della mente la fiammella bluastra che si alzava all'improvviso e subito diventava di un arancione trasparente, del colore misterioso e indefinibile del fuoco. In quelle occasioni, mio padre era costretto a strizzare gli occhi per il fumo che lui stesso esalava; era una cerimonia curiosa, dolorosa ma profonda, quella di mio padre che strizzava gli occhi e tossiva, a volte per parecchio tempo, a causa del fumo. (Il pi giovane dei miei fratelli avrebbe poi sostenuto di non aver mai fumato una sigaretta, di non aver mai voluto nemmeno provare, perch aveva sentito mio padre sputare i polmoni a furia di tossire tutte le mattine che era a casa, ma io avevo soltanto un ricordo molto vago di questo suo tossire prolungato; il mio rapporto con le sigarette di mio padre, cos come quello con mio padre, era speranzoso, non critico.) Se osavo strizzare gli occhi, tossire o accennare a scacciare con la mano il fumo che aleggiava nell'aria, mio padre diceva subito, con voce piatta: Se ti d fastidio il fumo,  meglio che vai da qualche altra parte. Non era un ordine, e neppure una minaccia: era la constatazione di un dato di fatto.
Se ti d fastidio il fumo, vai da un'altra parte.
Io fingevo di non sentire quelle parole. I bambini sono abilissimi nel diventare sordi, ciechi. Sorridiamo di fronte all'ostilit, affinch l'ostilit si trasformi in amore. Ero affascinata dalla mano sinistra di mio padre, che aveva subito un cosiddetto incidente sul lavoro: le nocche erano grottescamente vicine, come se fossero state strette in una morsa, le unghie piene di nervature e di macchie e il mignolo amputato alla prima falange: era questa la mano che usava per fumare, portandola ripetutamente alla bocca.
Immaginavo quella mano che mi toccava. Che mi accarezzava la testa.
Mia madre la conoscevo, no? Ma non quell'uomo. Mio padre.
Non mi baciava mai. Non mi toccava mai (nemmeno con la mano deforme), se poteva fame a meno. Ai miei fratelli talvolta dava un pugno sul bicipite - piano, ma abbastanza forte da farli sobbalzare - per salutarli arrivando o prima di partire. (Okay, ragazzo. Ci vediamo.) Perch nostro padre era sempre in partenza. La sua macchina usciva in retromarcia dal viale davanti a casa pi veloce e decisa di quando ci era entrata. Da sotto le ruote schizzavano sassolini, se pioveva il tergicristallo era gi in azione. Fin per sembrare solo logico - nel pensiero primitivo di una bambina illusa - che mio padre dovesse tornare alla fattoria di Strykersville, se voleva partire. Il gusto della partenza dipendeva dalla riluttanza del ritorno, no? Non si poteva avere l'uno senza l'altra, no? Era quasi comico, l'odio di mio padre per la vita di campagna. Le vacche. Da quando aveva sei anni era stato costretto a mungerle, a tirare le loro lunghe mammelle gommose. Non era un compito da affidare a un bambino. Be', a un bambino di campagna s, ma mio padre non voleva fare il contadino. Quelle mammelle, quei capezzoli scivolosi. E l'odore del letame, tanto pi forte quando era fresco e liquido di quando si era ormai seccato, solidificato. Mio padre mandava su tutte le furie suo padre facendo male alle vacche, tirando loro le mammelle, spingendo quelle bestie placide a muggire e tirar calci; questo sarebbe entrato nella leggenda di famiglia, perch anche le famiglie che non hanno avuto periodi di particolare affetto, felicit o significato mitico conservano qualche abbozzo di leggenda. Faceva male alle vacche sarebbe diventato un modo per dire, a decenni di distanza, che mio padre aveva una mentalit indipendente. Alla giovane et di diciassette anni infatti aveva lasciato la fattoria per andare a lavorare alla Lackwanna Steel, un'acciaieria dove per quei tempi e per quei posti i salari erano alti e il lavoro notoriamente pericoloso, soprattutto per gli operai non specializzati. Mio padre faceva il camionista. Si era iscritto al sindacato. Aveva fatto soldi giocando d'azzardo, aveva speso soldi e aveva sposato una ragazza di citt che non parlava una parola di tedesco. Si era fatto una reputazione tra gli uomini della sua generazione nella zona di Strykersville. Era uno tosto, un duro, uno che non si fa prendere per il culo da nessuno. Quando io ero al liceo mio padre era gi vecchio, distrutto; aveva dei problemi non meglio precisati, senza dubbio correlati al fatto che beveva: risse all'osteria, incidenti di macchina, arresti, brevi periodi di detenzione nelle prigioni della contea. Ricoveri in ospedali di citt troppo lontane perch noi potessimo andarlo a trovare. In un cassetto conservai tutte le cartoline che ci mandava: dalla California una vignetta con boscaioli che abbattevano sequoie dalla sagoma vagamente femminile; da Anchorage, in Alaska, una con i salmoni che saltavano da soli dentro ai pescherecci; e poi ancora da British Columbia, Manitoba, Saskatoon, Saskatchewan. (Da Saskatoon ci mand sei biglietti da cento dollari canadesi che mio fratello Dietrich port in banca a Buffalo, dove scopr che valevano il dieci per cento in pi dei dollari americani.) Tuttavia certe volte mio padre telefonava a casa dopo le undici di sera, a carico del destinatario. In quelle occasioni mia nonna, il cui cuore era rinsecchito e coriaceo come una rapa, scoppiava a piangere: mio padre era il suo unico figlio. Mio nonno ringhiava al telefono in preda a impotente furia senile: Ja? Cosa? Che cosa hai combinato stavolta?. Se erano a casa, i miei fratelli gli parlavano uno dopo l'altro: Dietrich era quello che parlava pi a lungo e con la voce pi grave; Fritz era lento e incapace di esprimersi; Hendrick, il pi giovane, mormorava con voce stupita da ragazzino Accidenti, pap, davvero? Sei a Gal-ves-ton? Sul Golfo del Messico? Che roba!. Io aspettavo ansiosamente il mio turno accanto a Hendrick, ma spesso succedeva che mio padre finiva gli spiccioli o veniva interrotto dal centralino prima che riuscissi a prendere in mano il telefono.
Collezionavo sorprese per lui, per. Ottimi voti a scuola, lucide stelline rosse vicino al mio nome (che conteneva anche il suo) sulla bacheca di classe e di tanto in tanto la mia foto sul settimanale di Strykersville. Non avrebbe potuto non essere fiero di sua figlia. No?
Mi ero fatta furba, nel parlare di mio padre. Non facevo mai domande su di lui a mia nonna. Una domanda maldestra e quella era capace di mettersi le mani nei capelli che sembravano limatura di ferro, tra i singhiozzi, facendo smorfie e borbottando in tedesco: preghiere o imprecazioni, chi poteva saperlo? Tra le foto pi vecchie che conservava c'era mio padre da giovane, abbronzato, muscoloso e bello, con folti ciuffi di capelli e un sorriso sbarazzino; piano piano quel giovanotto diventava poi uno sconosciuto accigliato, con il viso flaccido e un'immancabile barba di due o tre giorni. L'uomo che era mio padre. Gli occhi venati di rosso, il naso gonfio come se fosse stato punto da un'ape, i denti macchiati come vecchio avorio. Emanava un odore che nella mia mente era associato alla minaccia, alla paura, ma anche a un certo fascino tracotante: tabacco, whisky, sudore stantio, agitazione. Mio padre parlava poco con tutti noi, ma masticava le parole come se fossero una presa di tabacco che voleva sputare senza riuscirci. A volte lo sorprendevo a fissarmi alla luce della lampada mentre beveva da un bicchiere un liquido incolore, pungente, e fumava una delle sue Camel. Il velo di fumo riparava il suo sguardo.  lei, vero? La colpevole. Dovette giungere un momento nella vita di mio padre in cui si dimentic di che cosa ero colpevole, ma l'abitudine di disapprovare la piccolina era ormai cos inveterata, cos radicata nel suo carattere, come per altri l'essere razzisti o mancini, che non poteva pi desiderare di cambiare. Allo stesso modo in cui Dietrich, il maggiore, rimase sempre il suo preferito, qualsiasi cosa facesse.
Cercavo di immaginare mio padre e mia madre amanti. Come si amavano un uomo e una donna? Che cosa li aveva fatti incontrare, perch si erano sposati? Le loro vite erano sparite per me senza quasi lasciare traccia, come resti fossili levigati e scoloriti dal sole. Mi sentivo mancare al pensiero che ero venuta al mondo solo grazie all'unione dei corpi di quei due estranei, che non era possibile altra via; il grande interrogativo sotteso a tutta la ricerca filosofica valeva anche per il mistero del mio concepimento e della mia nascita. Perch c' qualcosa, e non invece il nulla?
Quanto sarebbe facile non essere mai nati.
Lo dicevo ad alta voce per la meraviglia. Nello specchio vedevo, l dove avrebbe dovuto essere la mia faccia minuscola, un bagliore confuso come fosforescenza.
Nei miei ultimi due anni di liceo mio padre stette via quasi tutto il tempo, nel Midwest, e io avevo un incubo ricorrente - il muro di cemento di una prigione, odore di scarichi intasati - ma probabilmente era la mia fantasia agitata, non osavo chiedere ai nonni o ai miei fratelli che cosa potesse voler dire. Poi ci fu un periodo in cui mio padre fu ricoverato in ospedale per disintossicarsi, a Erie, in Pennsylvania. Inaspettatamente si present alla cerimonia di consegna dei diplomi di maturit, in cui ero stata incaricata di tenere un discorso di commiato che inizi tremulo, ma prese forza a mano a mano che parlavo, con gli occhi lucidi cos che non dovetti vedere le facce dei presenti, compresa quella di mio padre. Era l, con la camicia bianca e la giacca stirata, a guardarmi ricevere vari premi e, unica tra i diplomati del liceo di Strykersville quell'anno, una borsa di studio del New York State Board of Regents. Mio padre, che mi era stato finalmente restituito! Con le mascelle ispide e gli occhi accesi, iniettati di sangue, il grande sorriso sdentato come una zucca di Halloween. I capelli un tempo folti e arruffati si erano diradati irregolarmente, lasciando scoperto il cranio che pareva ammaccato; le guance erano cascanti, un collare di carne. Eppure gli occhi gli brillavano d'orgoglio. Aveva bevuto (non era un segreto), ma non era ubriaco. Sotto lo sguardo degli altri che ci fissavano stupiti, dei miei compagni con la toga e il tocco e dei loro sobri, rispettabili genitori, alla fine della cerimonia mio padre si avvicin per abbracciarmi, quest'uomo che non mi toccava da anni, e se mai solo per sbaglio, e disse boriosamente: Gran bel discorso, eh? L'ho sempre saputo che eri in gamba. Come lei, sei. Hai un cervello niente male. Riuscirai a cavarci qualcosa. Non farti mettere i piedi in testa da nessuno.
Un cronista del giornale di Strykersville ci scatt varie foto con il flash, senza chiedere il permesso. In quella che fu poi pubblicata mio padre era imbronciato, con la mano destra alzata verso l'obiettivo come per nascondersi; io spuntavo da dietro il suo braccio, con un sorriso incerto sulle labbra e la faccia sovraesposta alla luce del flash, come un disegno a inchiostro di Matisse.
Tre giorni dopo, mio padre se ne and.
Part di nuovo da Strykersville e dalla fattoria. E quella volta non sarebbe pi tornato.
Aveva detto a mia nonna che partiva per l'Ovest: Dove si pu respirare. Lavorava in cantieri in cui si usavano grandi scavatrici e dinamite. Non scrisse mai, o comunque io non lo seppi mai. (Anni dopo, quando mor mia nonna, avrei scoperto tra le sue cose due cartoline scritte frettolosamente, una dal Colorado e l'altra dallo Utah, indirizzate alla famiglia, in cui mio padre non aveva messo la data, ma che dal timbro risultavano spedite pi o meno in quel periodo.) Ed ero nel pensionato in cui alloggiai il primo anno di universit quando, una sera d'ottobre, mio fratello Dietrich telefon per informarmi con voce secca e sbalordita che era giunta notizia che nostro padre era morto. Ovviamente, in un incidente sul lavoro in cui erano rimasti coinvolti uno o due altri uomini, nello Utah. Non avremmo mai ricevuto un certificato di morte e i resti, sempre che ce ne fossero, erano stati sepolti nello Utah, sui Monti Uinta. La voce di Dietrich era stupita e al tempo stesso piena di imbarazzo; era priva di calore, per me; non faceva nessuno sforzo per consolarmi o anche solo per riconoscere che si trattava di una notizia straordinaria, semmai piuttosto il genere di notizia che, conoscendo nostro padre, dovevamo aspettarci. N Dietrich n io avevamo mai sentito nominare i Monti Uinta. Li cercai sulla carta geografica, erano nel Nordest dello Utah; non una localit precisa ma diverse, pareva, sparse su centinaia di disabitati chilometri quadrati.

Perci desideravo avere delle sorelle. Avevo avuto il resto, madre, padre, fratelli, nonni. Se Ida mi avesse lasciato una sorella. Due sorelle! Sarei stata felice per sempre, credo.

Nella casa della Kappa Gamma Pi dove ero andata a stare in cerca di sorellanza c'erano numerose cose proibite. Data la sorveglianza da predatrice di Mrs Agnes Thayer, queste azioni proibite esercitavano una certa attrattiva.
Alle ragazze era proibito, per esempio, introdursi in cucina in presenza del personale. Una cuoca di mezz'et, vari sguatteri (uno dei quali era un raro studente universitario nero), qualche fattorino. Era proibito entrare in sala da pranzo dopo che il sonoro gong aveva suonato per la seconda volta e Mrs Thayer, regale e attenta, aveva preso posto a capo della tavola principale. Negli spazi comuni le Kappa erano tenute a un comportamento da gentildonne, garbato e educato. Era tab presentarsi nella sala da pranzo in pantaloni o in jeans; la domenica all'una veniva servito un ricco pranzo di numerose portate per il quale bisognava mettersi il vestito buono e i tacchi alti, bench molte ragazze, soprattutto le pi festaiole, si alzassero dal letto al primo rintocco del gong, si infilassero un vestito senza niente o quasi sotto, si passassero appena la spazzola sui capelli arruffati e il rossetto sulle labbra, si infilassero le scarpe con i tacchi alti senza calze e si precipitassero al pianoterra senza nemmeno lavarsi la faccia, con gli occhi rossi e la testa ancora dolente per la sbornia della sera prima - tuttavia queste ragazze scaltre riuscivano a sedersi al tavolo preferito, il pi lontano da Mrs Thayer, mentre le sfortunate come me finivano immancabilmente al tavolo principale dove erano richiesti modi impeccabili e conversazione sostenuta e pomposa. Al tavolo principale era proibito sollevare la forchetta prima che Mrs Thayer avesse sollevato la propria e, per quanto non fosse formalmente vietato, era considerato disdicevole continuare a mangiare dopo che Mrs Thayer aveva incrociato compostamente forchetta e coltello sul piatto affinch venisse ritirato. A tavola era proibito parlare di argomenti inquietanti, scandalosi, controversi o inutilmente negativi, perlomeno a portata d'orecchio di Mrs Thayer; era proibito rivolgersi al personale di cucina in modo disinvolto, e meno che mai civettuolo: Mrs Thayer rabbrividendo definiva quel comportamento, che si diceva diffuso in altre residenze del campus gestite con minor rigore, il peggio della maleducazione. Tranne in caso di emergenza, era proibito alzarsi da tavola prima di Mrs Thayer, che si attardava a prendere caff e dessert. Era proibito uscire di corsa dalla sala da pranzo al termine del pasto, anche se a quel punto una era arrivata al punto di mordersi le labbra fino a farle sanguinare. Era proibito piangere o gridare.
Mary Alice, cos' quella... Mrs Thayer si interruppe, perplessa, facendo s che le altre commensali si voltassero verso di me e mi vedessero diventare paonazza ... quella strana espressione che hai sul viso? Rise, disinvolta. Nel suo largo sorriso sembrava esserci soltanto buonumore, non collera per la mia apparente indifferenza alla sua conversazione. Hai un tale cipiglio e la faccia tutta contratta, come se ti avessero stretto la testa in una morsa!
Le mie sorelle Kappa risero divertite, sia per la continua storpiatura del mio nome, sia per lo humour di Mrs Thayer.
Il mio non era l'unico nome che Mrs Thayer storpiava. Noi ragazze nuove, del secondo anno, per certi versi le sfuggivamo e dovevamo dimostrarle la nostra esistenza in modi che noi non sapevamo e che le Kappa pi grandi non ci rivelavano.
(Dovevo chiedere scusa per essere stata maleducata a tavola? Mi attardai sperando di incrociare lo sguardo di Mrs Thayer e di leggerle in faccia se era meglio che mi scusassi o se l'avrei irritata ulteriormente, ma Mrs Thayer usc senza degnarmi di uno sguardo.)
Naturalmente era proibito entrare nelle stanze private di Mrs Thayer in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, a meno di non essere state invitate. (Cosa che Mrs Thayer faceva ogni tanto con le sue predilette, che paradossalmente non l'avevano particolarmente in simpatia.) Era proibito curiosare nelle stanze private di Mrs Thayer sia dalla porta davanti, nel salotto, che da dietro, vicino alla porta di servizio. Anche se le porte aperte erano invitanti e dentro c'era la donna delle pulizie nera che passava l'aspirapolvere.
Era proibito toccare o peggio ancora esaminare o annusare le speciali cibarie di Mrs Thayer nel frigorifero o nella credenza della dispensa. Spesso si trattava di grossi pacchi avvolti nella stagnola e chiusi con lo scotch. Si sospettava che ci fosse un codice nei fitti incroci di nastro adesivo o che l'astuta Mrs Thayer vi sistemasse un capello o un filo in modo da accorgersi di eventuali manomissioni. L'odore di quei cibi misteriosi variava considerevolmente e andava dall'acido-salamoia al dolce-cannella.
Naturalmente era tab anche esaminare la posta di Mrs Thayer, affronto disdicevole quanto toccare la sua persona. Vietato sbirciare anzitempo le sue pubblicazioni inglesi, vietato guardare controluce le lettere che riceveva via aerea dall'Inghilterra in buste azzurrine sottili come carta velina e adorne di esotici francobolli. (Era notorio che Mrs Thayer era una sposa di guerra che aveva seguito negli Stati Uniti il marito, un ufficiale americano, alla fine della Seconda guerra mondiale e aveva deciso coraggiosamente di restarci anche dopo la sua morte perch l era in grado di mantenersi; ma era chiaro che in Inghilterra aveva lasciato il cuore. La sua unica corrispondente era una sorella che viveva a Leeds e aveva una calligrafia elegantemente sottile, come quella che secondo me dovevano avere i fantasmi, e sottolineava tre volte la sigla USA.) Se per capitava che Mrs Thayer fosse nelle vicinanze, per esempio nel suo soggiorno privato, era permesso portarle direttamente la posta, tenendola in maniera da far capire che non la si era esaminata se non per leggere a chi fosse indirizzata; bussando piano alla porta con il dorso della mano (come bussavano alla porta le gentildonne e come insegnatoci da Mrs Thayer), anche se la porta era aperta e si vedeva che lei era l. S, cara? diceva Mrs Thayer guardando da sopra gli occhiali da presbite. Bisognava rispondere: Mrs Thayer, posso portarle la posta?. E Mrs Thayer diceva, con aria piacevolmente sorpresa, come una bambina a cui viene offerta una caramella: Oh,  gi arrivata? Grazie, cara. Dopo averle consegnato la posta nelle mani paffute e inanellate, non ci si doveva attardare nell'accogliente soggiorno rilucente di ninnoli d'argento, porcellane, tessuti dorati, riproduzioni di paesaggi inglesi e fotografie di presunti parenti; ma era maleducazione ritirarsi troppo in fretta, come se si avesse voglia di scappare. L'esatto comportamento da tenere in questa delicata circostanza dipendeva dall'insindacabile giudizio di Mrs Thayer, dalla sua propensione a trattenere la ragazza che le aveva recapitato la lettera o per dovere di direttrice o per capriccio personale o per un moto di sincera emozione, oppure a congedarla perch aveva altre cose per la testa e voleva che se ne andasse al pi presto; tuttavia era maleducazione fissare il suo viso che sorrideva roseo e imperscrutabile nel tentativo di leggerle nel pensiero e ancora pi inammissibile era arrossire, balbettare e guardarsi la punta dei piedi come una contadinotta americana.
Perch insistevo a offrirmi di portare la posta a Mrs Thayer? Se la sarebbe potuta prendere da sola. Non mi consideravo una ragazza particolarmente timida; non ero stata timida al liceo, a Strykersville; la mia corporatura minuta e i miei occhi scuri davano un'impressione di timidezza che sapevo ingannevole e di cui spesso approfittavo. Tuttavia sotto i gelidi occhi azzurri della direttrice mi ritrovavo goffa e senza parole. Mi sentivo bruciare la faccia. Eppure ero attratta da quella donna come altri possono essere attratti dal pi severo dei giudici. Forse era anche la sua posta ad affascinarmi. I francobolli inglesi con il loro aspetto storico, l'esotica promessa racchiusa nella carta aerea azzurrina, le pubblicazioni inglesi arrotolate nei loro tubi ancora chiusi. Documenti da un altro mondo. Lasciate che sia io a portarli! Mi sentivo obbligata a essere buona, o a essere considerata tale da Mrs Thayer e dalle altre. Ero troppo povera e insignificante per non essere buona; le mie sorelle della confraternita che avevano genitori ricchi e indulgenti e numerosi fidanzati potevano essere sbadate quanto gli pareva, non pensare a essere buone. Io non volevo pensare a quanto mi sentivo disperatamente sola in mezzo a pi di quaranta ragazze estroverse e aggressivamente inserite; perversamente desiderosa della compagnia di una donna dell'et di Mrs Thayer, tra i quaranta e i cinquanta, flemmaticamente materna. Ma Agnes Thayer si rifiutava gelida di recitare quella parte sotto il tetto della Kappa Gamma Pi.
Una volta, dopo averle consegnato la posta e aver ricevuto il suo vivace e indifferente ringraziamento, indugiai vicino alla porta in attesa di essere invitata a entrare o congedata con un sorriso altezzoso, quando arriv di corsa una Kappa pi grande, rossa in viso, piangente e ansimante. Senza lasciarle il tempo di parlare, Mrs Thayer inspir profondamente ed esclam: Winifred! Ma come respiri forte!. La ragazza, soprannominata Freddie, con una graziosa faccia un po' volpina e labbra di un rosa fluorescente, raccont balbettando di essere stata abbordata nel parco, sicuramente era lo stesso uomo che aveva molestato altre ragazze l nei pressi, le si era avvicinato e le aveva detto delle cose brutte, sporche; e Mrs Thayer, indietreggiando con aria indignata, si affrett a interromperla. Mia cara, non  una scusa per comportarsi cos, arrivare qui sconvolta e affannata e dare un simile spettacolo. Non  il caso che tutto il mondo sappia quello che ti  successo, no?
Poi per invit Freddie a entrare nel soggiorno e chiuse la porta; l'episodio sarebbe stato denunciato al servizio di sicurezza dell'universit perch fatti del genere, per quanto volgari e umilianti, andavano denunciati. Fui congedata sbrigativamente e me ne andai strisciando, con un'ombra di rimpianto, non ero stata io a precipitarmi da Mrs Thayer in difficolt, non ero stata io a essere invitata a entrare, e la porta si chiuse piano alle mie spalle.

Lo scoprii tardi, e fu una sorpresa per me: nonostante tutta la sua autorit sulla residenza della Kappa Gamma Pi, Agnes Thayer non era una Kappa. Non avrebbe potuto assistere alle riunioni della sorority, se avesse desiderato farlo; sarebbe stata allontanata dalla sala delle riunioni rituali, se avesse desiderato entrarvi. Non sapeva nulla della sacra sorellanza, per lei le lettere Kappa Gamma Pi non avevano nessun significato segreto e luminoso. La responsabilit di Mrs Thayer riguardava esclusivamente il comportamento delle ragazze nella residenza; rispondeva alla direttrice accademica dell'universit e al capitolo locale della Kappa Gamma Pi che le pagava lo stipendio. Quando manifestai sorpresa, dicendo ingenuamente: Mrs Thayer non  una di noi?, le mie sorelle Kappa risero dicendo: Mio Dio, vorresti che la perfida albionica ficcasse il naso nei fatti nostri ancora pi di cos? Usa il cervello.

Giuro solennemente di consacrare il mio cuore, la mia anima e il mio intelletto agli ideali della Kappa Gamma Pi e alla promessa della sacra confraternita, di rispettare questo vincolo fino alla morte e di non rivelarne i segreti. Non tradir mai questo vincolo. Lo giuro.

Nello scantinato della vecchia e imponente costruzione al 91 di University Place c'era uno spazio consacrato: la sala delle riunioni rituali.
Ogni confraternita, sia femminile che maschile, aveva il suo spazio consacrato, spesso nello scantinato della sua residenza, ma la sala delle riunioni rituali della Kappa Gamma Pi a me sembrava speciale.
Nel 1938 era stata consacrata per i riti Kappa dalle dirigenti nazionali della confraternita e le riunioni della sorority che comportavano celebrazioni rituali si potevano tenere soltanto l, in circostanze rigorosamente confidenziali e private, come diceva lo statuto. Porta chiusa a chiave, assoluta segretezza e nessun estraneo nelle vicinanze.
Persino alle Kappa era proibito entrare nella sala delle riunioni rituali se non quando essa veniva aperta ufficialmente da una funzionaria appositamente eletta, l'unica ad avere le chiavi assieme alla presidente e alla vicepresidente dell'associazione. La sala veniva tenuta sempre chiusa e Mrs Thayer, naturalmente, non aveva le chiavi. Questa  una sala, uno spazio, in cui le persone normali non possono entrare. Era rettangolare, vistosamente decorata con la tappezzeria ebano e oro della Kappa Gamma Pi; il soffitto basso, insonorizzato, era di un cupo color ardesia. Da una parte, su una pedana rialzata, c'era un altare coperto di seta goffrata color crema con le iniziali in oro. Sull'altare erano posati candelabri d'argento con molti bracci. In alto, su tre delle pareti, c'erano piccole finestre quadrate coperte di garza opaca (per impedire di vedere da fuori) come bende su orbite vuote. La sala delle riunioni rituali era lunga quanto il cavernoso soggiorno soprastante, ma non tutto lo spazio veniva utilizzato. Sul davanti c'erano file di sedie pieghevoli, ma la parte in fondo veniva usata come magazzino e non sembrava molto pulita n ordinata. L'atmosfera romantica finiva circa a met sala. Durante le cerimonie rituali (il giuramento, l'iniziazione) che erano eventi sacri nel calendario della confraternita, la sala veniva illuminata con trentasei candele; altre volte, per le riunioni di ordinaria amministrazione, venivano accese comode luci al soffitto che ci gettavano ombre sotto gli occhi e sotto il mento facendo sembrare emaciate anche le Kappa pi attraenti.
Nella sala riunioni non si entrava normalmente: bisognava, in base allo statuto, essere ammesse. Questo significava mettersi in fila in silenzio sulle scale, prima le ragazze dell'ultimo anno, poi quelle del penultimo e infine quelle del secondo e del primo; davanti alla porta chiusa si bussava secondo il rito (un colpo, una pausa, due colpi veloci, una pausa e un colpo conclusivo); quando la funzionaria incaricata veniva ad aprire, le si dava la stretta di mano rituale (mani opposte, dita che si stringevano nella stessa sequenza con cui si bussava alla porta) che io invariabilmente sbagliavo, perch ero agitata e imbarazzata da una simile intimit con una ragazza che conoscevo appena; poi le si bisbigliava all'orecchio una parola d'ordine (una frase in greco di cui non ero mai sicura e che pronunciavo sempre a voce bassissima: suonava come hie-ros minosa, o minousa); a quel punto si veniva ammesse, si entrava in punta di piedi e si prendeva posto.
La mia cerimonia di iniziazione trascorse in una nebbia di ansia e nauseata vertigine. Come a quasi tutte le neofite, mi era stato impedito di dormire per quarantotto ore; avevo dovuto digiunare e seguire scrupolosamente le istruzioni della cosiddetta Hell Week. Pur essendo la pi obbediente e pusillanime delle neofite, terrorizzata all'idea di essere respinta all'ultimo momento, le iniziate parevano vedere nella mia ansia di complicit i semi della ribellione o addirittura del tradimento; furono severe con me e io mi sottomisi fin nei minimi dettagli. In teoria le prove di iniziazione nelle confraternite studentesche erano vietate da quando, non molti anni prima, si erano verificati decessi, sfregi e incidenti gravi; le mie sorelle Kappa non ci toccavano mai, se non per sorreggerci e per guidarci, bendate, lungo corridoi misteriosi e su e gi per le scale. Nella sala delle riunioni, per, le bende ci venivano tolte. Perch sono qui? Che posto  questo? Queste sconosciute? Chi sono per me e chi sono io per loro? Sbattevo gli occhi come un animale notturno abbagliato dalla luce. Sentivo il sapore del panico, della nausea. Temevo di avere una crisi isterica. Di scoppiare a ridere, correre verso la porta, prendere a calci e pugni chiunque cercasse di fermarmi. Sapevo di essere in presenza di persone capricciose e arbitrarie nella loro crudelt quanto gli dei degli antichi greci. Avevo voluto che la mia famiglia fosse fiera di me, iniziata a una sorority nazionale, ma mia madre e mio padre erano morti. Mi misi a piangere piano, in preda a un senso di impotenza. No no no questo  un errore. Questa  una bugia questo rito ridicolo tu tu stessa sei una bugia. La presidente e un'altra funzionaria parlavano solennemente in greco all'altare e in una ciotola d'argento, tra petali di rosa, bruciavano pergamene su cui erano state scritte parole segrete troppo sacre per essere pronunciate ad alta voce se non in questo tempo e in questo luogo; qualcuno mi tir per un braccio, alzai la testa mezzo accecata e mi lasciai guidare con le gambe che tremavano fino all'altare per pronunciare i voti definitivi.
Ero pienamente cosciente di dove mi trovavo e allo stesso tempo inconsapevole come una neonata. Mi sembrava di galleggiare vicino al soffitto insonorizzato. Vedevo che avevo la faccia rigata di lacrime e la fronte e il naso unti. Sentivo che mia madre, Ida, era una delle funzionane con la toga, una bellissima studentessa raggiante del quarto anno che a malapena osavo guardare in faccia; sentivo che la mia sanit mentale svaniva come ghiaccio liquefatto sotto i miei piedi; anche mio padre mi sorrideva sdentato, con aria di rabbiosa soddisfazione, Non farti mettere i piedi in testa da nessuno, e io giuravo di no, con la mano premuta sul cuore che batteva all'impazzata mentre giuravo, mi impegnavo per la vita, e la cerimonia si concludeva e io ero l con le mie sorelle neofite che piangevano emozionate come bambine appena nate nel rendersi conto: sono una Kappa Gamma Pi per la vita.
Poi svenni. Mollemente inerte come un mucchio di biancheria sul pavimento di cemento, freddo e non molto pulito.

2.
Nella mente non vi  alcuna volont assoluta ossia libera; ma la mente  determinata a volere questo o quello da una causa che  anch'essa determinata da un'altra, e questa a sua volta da un'altra, e cos all'infinito.
SPINOZA, Etica

Come sono felice di essere qui, adoro le mie sorelle e la mia nuova vita di Kappa, mi manca il fiato, sono sempre indaffaratissima! cos scrivevo alle amiche del liceo che erano andate in altri college o a poche cugine selezionate. Questo  certamente un cambiamento rispetto alla mia vita di prima, sono una KAPPA GAMMA PI a volte devo darmi un pizzicotto o pungermi con la spilla.
Non c'era nessuno a cui potessi confidare una cosa ovvia: la Kappa Gamma Pi era troppo costosa per me.
Mi ero iscritta all'universit grazie a una borsa di studio e in pratica non avevo argent de poche, come si usa dire. Naturalmente lo sapevo anche prima del giuramento, ma in un modo o nell'altro avevo ignorato questo fatto come un tuffatore che sospetta che l'acqua in cui sta per lanciarsi sia gelida e mortale, ma si butta lo stesso. Come se comportarsi nella maniera X senza ammettere il proprio sbaglio possa sortire l'effetto magico di modificare X in Y, che  sopportabile.
Gi al primo anno, quando non ero ancora entrata nella confraternita, avevo dovuto lavorare dieci ore alla settimana per integrare la borsa di studio, in difficolt di fronte alle spese impreviste, al costo dei libri di testo e della vita, sia pur frugale e modesta, sempre con gli stessi vestiti da poco che mi ero portata da casa; nell'autunno del secondo anno, dopo essermi trasferita nella casa della Kappa, dovevo lavorarne almeno venti. Lunghi pomeriggi in segreteria a battere a macchina, intere serate e sabati a mettere in ordine libri nel magazzino della biblioteca dell'universit, probabilmente violando regolamenti sui quali non osavo indagare; avrei persino fatto domanda a Mrs Thayer per lavorare nella cucina della nostra casa, ma c'era una clausola nello statuto che vietava alle Kappa Gamma Pi di lavorare nelle case delle confraternite del campus, di cui capivo la sensatezza. Ci vengono insegnate le buone maniere. Che gentildonna sto diventando (forse tu rideresti di me!) sono felice felice FELICE. E adesso, al secondo anno, vivevo nel terrore di perdere la capacit di ragionare, nel terrore di perdere la borsa di studio perch i miei voti erano troppo bassi, nel terrore di essere espulsa dall'universit e costretta a tornare a casa, nella fattoria dei miei nonni, in quello spicchio di terra desolata nella contea di Niagara. (I miei fratelli se n'erano andati da parecchio, pur continuando a vivere nella zona.) Non c' mai abbastanza tempo per tutte queste attivit, una volta entrata in una confraternita, e le Kappa sono tra le pi competitive, MI MANCA IL FIATO! La realt del tempo, il passaggio rapido e irrimediabile del tempo mi gettava nella disperazione; a volte avevo il batticuore, spesso mi mancava il fiato; salendo una rampa di scale o affrontando una delle famigerate salite del campus mi ritrovavo senza fiato, come se avessi fatto una scalata; le mie non erano scale e salite, ma montagne, montagne di cristallo sulle cui pendici scivolavo inesorabilmente; mai abbastanza tempo! mai abbastanza tempo! anche se mi razionavo il sonno e dormivo solo quattro o cinque ore per notte, non c'era mai abbastanza tempo! Sebbene lavorassi venti ore alla settimana, lo stipendio che prendevo era penosamente basso; all'inizio pensai che ci fosse un errore e con le lacrime agli occhi andai a informarmi. Novanta centesimi all'ora? Novanta centesimi all'ora? Possibile che fosse giusto? Tasse federali e statali. Contributi previdenziali. Una delle bibliotecarie disse corrucciata che era cos per tutti quelli che non avevano persone a carico. Lo disse con le migliori intenzioni, voleva essere gentile, per quanto un po' brusca; guardai il suo viso rugoso, stoico, e trattenni un brivido. Eppure non potevo rinunciare ai miei lavori, per quanto mal pagati. Unica tra le socie della confraternita, ero costretta - letteralmente - a contare anche i centesimi. Li contavo e ne facevo pile ordinate di dieci ciascuna; se mi avessero visto (le mie sorelle) mi sarei vergognata, perch sapevo che loro si sarebbero vergognate di me. Mi avevano ammesso, immaginavo, per piet e mi guardavano dall'alto in basso come una parente povera. Questa  la casa della Kappa! scrivevo dietro a riproduzioni della casa formato cartolina che mandavo ad amiche e cugine, e anche ai miei fratelli e ai nonni. Ancora pi grande di quanto sembri vista cos. Un milione di stanze. Nel cielo nuvoloso oltre il tetto sporgente disegnavo una X per indicare la posizione approssimativa della mia stanza al secondo piano; anche se in realt la mia camera era sul retro, uno stanzino non molto pi grande della camera che mi era stata assegnata nel pensionato del primo anno. Solo che, nella casa della Kappa, dovevo dividerla con un'altra ragazza.
Solo che, nella casa della Kappa, mi costava molto di pi.
Il prezzo della felicit. La felicit di cui hai disperatamente bisogno.
Quando ricevetti il primo conto di quanto dovevo alla Kappa Gamma Pi, rimasi stupita delle quote sociali e vari extra. Poi, con orrore, cominciai ad accumulare penali: dal momento che lavoravo, ero stata costretta a perdere riunioni, comitati, una festa obbligatoria con la Phi Omega, la confraternita maschile gemellata con la Kappa. Una penale di ventun dollari in ottobre, una di ventotto in novembre. Supplicai la tesoriera della Kappa di scusarmi: dovevo lavorare, non avevo scelta, che cosa potevo fare? La ragazza, una del terzo anno con un taglio di capelli sbarazzino e occhi imperturbabili molto distanziati, mi rivolse un sorriso formale e mi sugger di ridurre il numero di corsi che frequentavo e cambiare l'orario di lavoro, in modo da avere pi tempo per la confraternita. La Kappa Gamma Pi viene prima di tutto, non te lo scordare.
Quella sera molto tardi, nella sala studio del seminterrato (dove avevo preso l'abitudine di ritirarmi non volendo litigare con la mia socievole compagna di stanza, Deedee, e non riuscendo a sopportare il ritmo ripetitivo del calypso proveniente dalla camera accanto n le urla e le risate che riecheggiavano ai piani), alle tre passate caddi in un sonno agitato e la testa, stretta come da una morsa, mi croll lentamente sull'edizione paperback dell'Etica, le cui pagine ondeggiavano davanti ai miei occhi come se fossi sott'acqua. Felice! scherniva la voce di Spinoza. La felicit che meriti.

Mia nonna parlava inglese con un forte accento tedesco che pareva una presa in giro di quella lingua, cos come i tic e le smorfie del suo viso logoro parevano una presa in giro dei suoi sorrisi. L'hai voluta la bicicletta? Adesso pedala.  cos che dicono, ja? Rideva, ma senza allegria. Era detentrice delle verit pi banali ed evidenti, una di quelle vecchie fate acide ma implacabilmente energiche delle favole dei fratelli Grimm, che ordiscono disastri per dispetto; la sua reazione al sistema metafisico diligentemente argomentato e accuratamente strutturato di Baruch Spinoza, martire della verit scomunicato dalla comunit ebraica in Olanda nel 1656, sarebbe stata prendere le sue opere complete e lanciarle nella stufa a legna della cucina: Ecco fatto!.
Non la chiamai da Syracuse, mai. Non la chiamai per chiederle perdono. Non la chiamai per dire: Sono disperata, mi sento perduta, che cosa posso fare?.

Lo studio della filosofia  lo studio della mente umana, malgrado i filosofi sostengano di studiare la realt, il mondo, l'universo, Dio. Eppure studiare la mente umana, sondare la propria mente, le proprie motivazioni, significa andare incontro a una frustrazione dopo l'altra.
Il primo anno a Syracuse ero stata indifferente alla presenza nel campus dei greci, come si facevano pretenziosamente chiamare. Ero immersa nei miei studi - e nei miei lavori part-time - e nella vasta, fenomenale avventura dei libri, libri, libri. A Strykersville non avevo mai immaginato una vera biblioteca: una biblioteca come quella universitaria, tra i cui scaffali avrei potuto vagare ipnotizzata per anni. Ero stata l'alunna pi brillante del liceo, ma a Syracuse mi vedevo sola e abbandonata, in lotta per la sopravvivenza; era eccitante e ansiogeno, ma mi piaceva; ero in uno stato di perpetua agitazione; tornavo dalla biblioteca barcollando sotto il peso dei libri; se uno dei professori ci dava da leggere X, io leggevo e rileggevo non solo X, ma anche i commenti a X; scrivevo brevi poesie in prosa simili a parabole; nutrivo scarso interesse per le altre ragazze del pensionato e spesso saltavo i pasti; non mi interessava affatto entrare in una confraternita, sprecare tempo nelle loro attivit. Tuttavia, nella mia indifferenza non ero ignara (devo confessarlo!) del fatto ineluttabile che la maggior parte delle matricole, comprese ragazze che ammiravo e che avrei voluto considerare amiche, le pi carine, le pi amate, spesso le pi intelligenti, con una borsa di studio come me, avevano presentato domanda per entrare in una confraternita. Come prelevate dai pensionati dell'universit per intervento soprannaturale, dall'autunno successivo sarebbero andate a stare nelle case delle confraternite; riducendo terribilmente le mie prospettive di compagnia, per non parlare di amicizia. Chi, infatti, sarebbe restato negli squallidi pensionati per studentesse indipendenti, come venivamo definite in maniera tanto lusinghiera noi rimaste indietro, noi perdenti? Escluse dal banchetto della vita, per usare una memorabile espressione di Joyce. Ero ferita nell'orgoglio; sentivo che sarei stata respinta da un mondo raffinato per il quale non provavo in realt il minimo interesse, e questo era uno sprone al mio desiderio. Forse avevo intravisto, con la coda dell'occhio e con un certo disagio, il crudele e discriminatorio mondo greco sinonimo di University Place, le cui case di una eleganza assurda (con i dormitori sul retro) ostentavano criptiche lettere greche sulla facciata intese a stuzzicare e tormentare e snobbare i non iniziati. Ero passata davanti alla casa della Kappa Gamma Pi sulla collina, avevo osservato la facciata coperta di edera, le imponenti colonne doriche, il tetto spiovente di ardesia, e mi ero allontanata scossa. Nell'ambiente rurale da cui provenivo non c'era nulla di paragonabile a quella casa. A Strykersville, cittadina di diecimila abitanti in mezzo alla campagna, non c'era nulla di paragonabile. Un mondo di preferenze e discriminazioni esplicite e scandalosamente sfacciate, un mondo di tagli. Perch tagliare fuori era prerogativa dei greci ed essere tagliati fuori destino degli indegni. Era intollerabile, non era americano, faceva venir voglia di ridere. Tagliato fuori dalla Deke, tagliato fuori dalla TriDelt, dacci un taglio, tagliati le vene, che fallimento. Ogni anno in autunno c'erano diversi tentativi di suicidio tra i respinti.
Il che non faceva che sottolineare, come dicevano alcuni, il truismo dei greci: soltanto i forti sopravvivono.
Oh, i greci erano spregevoli, le loro manie di grandezza ridicole, ma chi poteva ridere?
Poi, chiss come, fatto straordinario a quell'epoca, del tutto imprevisto e lusinghiero, accadde che una ragazza del mio pensionato cominci a cercarmi. Si chiamava Dawn; l'avevo a malapena notata a uno dei miei corsi; nella mia febbrile concentrazione sullo studio, notavo a malapena i miei coetanei; la mia attenzione era rivolta ai professori, che ammiravo e temevo come divinit minori. Ma ecco che Dawn entrava nella mia vita come altri aprono una porta ed entrano in una stanza senza essere invitati. Era una che non passava inosservata: non bella, neppure carina, ma fascinosa come una star del cinema degli anni Trenta, con una faccia da luna piena, gli occhi sempre socchiusi, come sonnolenti, le labbra molto truccate e una sigaretta perennemente accesa tra le dita; mi sorrideva strizzando gli occhi dietro un velo di fumo; giovane donna dalla personalit forte come ce n'erano parecchie nel mio liceo, prematuramente adulte e sessualmente attraenti, bench adolescenti. Aveva i capelli ossigenati e cotonati; portava maglioni attillati e lo smalto alle unghie. Il cappotto nero bordato di pelliccia, i bellissimi stivali di pelle e altri capi di vestiario lasciavano intuire che la sua famiglia era benestante e la viziava. Dawn, il cui nome fece presto a incantarmi: DAWN, mi ritrovai a scriverlo nei quaderni o a margine di un libro, oppure con il dito sul vetro ghiacciato di camera mia. DAWN DAWN. Mi rimproverava scherzosamente perch studiavo troppo. Ti verr l'esaurimento! Davvero. Pu succedere. Nello stesso tempo, mi chiedeva di aiutarla a scrivere le sue tesine come una bambina. Ci daresti un'occhiata? Solo per dirmi se posso consegnarla cos o no. Naturalmente finivo per fare molto di pi, perch quel compito mi piaceva; fin dalla sesta classe avevo sempre aiutato le mie compagne sia per il gusto di risolvere i problemi altrui sia per aiutare una persona amica in difficolt. Se poi Dawn prendeva un bel voto, entusiasta e piena di gratitudine mi invitava a conoscere le sue amiche, Kappa del primo anno, ragazze come lei, non molto intellettuali, non molto intelligenti, ma piene di vita, furbe, spiritose e di una bellezza che faceva voltare i ragazzi per strada. Ma perch sono con queste sconosciute? Non sono il mio tipo! Eppure ero l. Lusingata. Dawn insisteva perch cambiassi pettinatura. Dawn insisteva per prestarmi i suoi vestiti, bench lei portasse la quarantadue e io un paio di taglie di meno. Mi invit a visitare la bellissima, elitaria confraternita in cui era appena entrata, la Kappa Gamma Pi. Un gruppo di ragazze favolose! Le adoro. E poco dopo quella visita, Dawn e le altre mi incoraggiarono a fare domanda per essere ammessa. E io la feci. Sapevo di non potermi permettere altro che un pensionato universitario, e dei pi economici, e tuttavia firmai e di colpo diventai un'altra persona, ossessionata da un gruppo di estranee, da una confraternita di cui non sapevo quasi nulla se non che aveva un nome e una reputazione... una reputazione per che cosa? Per la vita sociale, le attivit. (Che fossero cose per cui non nutrivo alcun interesse non mi sfior neppure; se avessi indagato, avrei scoperto altre sororities molto pi adatte alla mia situazione: una di laureande in filosofia, una di borsiste, una di ragazze con limitate disponibilit economiche che per contribuire a pagare vitto e alloggio facevano a turno i lavori nella loro residenza. Ma io non indagai.) Dove aveva fatto domanda Dawn l'avrei fatta anch'io: o l o da nessuna parte. Persino la casa della Kappa, l'imponente magione neoclassica in fondo a University Place, grandeggiava nella mia immaginazione come il fotogramma di un film in technicolor. Ero convinta di averla gi vista, anni prima, non a Strykersville, naturalmente, dove non c'erano grandi ville, ma... dove? A Buffalo? Il suo nobile colonnato, l'interno scintillante di lampadari e candelabri, arredato con oggetti lucidi e splendenti, enormi peonie bianche in grandi vasi; le ragazze che sorridevano come stelle hollywoodiane e trasudavano personalit e ricordavano tutte come mi chiamavo. E c'era la direttrice inglese, Mrs Thayer, con il suo accento esotico, i modi impeccabilmente severi, gli occhi azzurri come il ghiaccio che brillava sul lago Ontario fino ad aprile inoltrato. Nella vertigine del mio delirio, mi illudevo che Mrs Thayer potesse essere come una madre e mi piaceva il fatto che non fosse americana, che parlasse con un accento che non conoscevo e che fosse un giudice inflessibile ed esigente. Non soggetta al destino dei semplici mortali.
Fu uno shock per me essere invitata alla casa della Kappa una seconda volta; e uno shock ancora maggiore la terza. Possibile che stessi sopravvivendo alla selezione? (Mi ero ritirata o ero stata tagliata fuori da altre sororities senza farci molto caso.) Mi interessava solo la Kappa Gamma Pi.
Dentro di me non riuscivo a capire perch qualcuno, tanto pi se sofisticato e alla moda come le Kappa, potesse desiderarmi nel suo gruppo. Sapevo che, se mi avessero conosciuta per davvero, mi avrebbero trovata sgradita. Eppure mi ostinai a cercare di conquistarle, divenne un'ossessione come prendere bei voti o avere un curriculum accademico perfetto o quasi. Meno me ne ritenevo degna, e pi ardente si faceva il mio desiderio di diventare una Kappa. Adesso sul vetro ghiacciato della mia finestra scrivevo ?G?. Sul questionario che veniva distribuito a chi faceva domanda di ammissione mentii spudoratamente, disperatamente. Alcuni della mia famiglia credevano che avessimo ascendenti ebrei: che i nonni di mio padre fossero ebrei tedeschi che avevano cambiato nome quando si erano trasferiti da un paesino nella Germania occidentale ad Anversa, in Belgio. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la loro figlia, che sarebbe poi diventata la madre di mio padre, era emigrata in America insieme con il marito tedesco e si era messa ad allevare vacche nel clima instabile dello Stato di New York. La religione della famiglia, vaga e non molto praticata, era luterana. Mia madre, Ida, era stata forse una vera luterana, dal momento che era sepolta nel cimitero della chiesa di Strykersville. (Non si potevano fare domande personali ai miei nonni. Interrogata sull'Europa, sui suoi genitori, mia nonna rispondeva con una smorfia piena di disprezzo. Perch vuoi sapere di quei tempi passati, morti e sepolti? e faceva il gesto di sputare.) Tuttavia nel questionario avevo risposto senza esitazione episcopaliana. Che lavoro faceva mio padre? Costruttore edile. Qual era il mio scopo nella vita? Contribuire al miglioramento dell'umanit. Dissi a me stessa che non erano bugie: era la Kappa che era in me a parlare. Avevo notato che quando chiacchieravo con loro superavo la mia naturale tendenza allo scetticismo e mi presentavo come una ragazza semplice, aperta, bonaria, affettuosa, dal sorriso gioioso e la risata argentina. La Kappa che era in me non rimuginava, non era mai malinconica. Se scriveva poesie in prosa che sembravano parabole nello stile di Franz Kafka, non le faceva leggere a nessuna delle Kappa. Aveva la pelle chiara, gli occhi luminosi, lucidi capelli alla paggio e rossetto sulle labbra. Non era una che conoscevo personalmente, ma un'ispirata mescolanza di una decina di Kappa, tra cui Dawn, che ammiravo grandemente. Le Kappa pi posate avevano un loro modo di abbracciarsi e baciarsi sulla guancia quando si salutavano - Ciao, tesoro! - e, pur non riuscendo a imitare quelle esagerate manifestazione di affetto, certe volte ci andavo vicino.
La ragazza che mi aspettava nella mia camera del pensionato ingombra di libri mi era sempre pi sconosciuta e, oltre che sconosciuta, era anche noiosa. Dovevo ancora scoprire lo spietato aforisma di Nietzsche: Sedurre per convincere l'altro a pensare bene di loro e poi credere nell'opinione che l'altro si  fatto: chi ci riesce meglio delle donne?. Ma quei tentativi di seduzione erano l'unica cosa che avevo per difendermi dalla terribile solitudine della mia vita. O almeno cos credevo.
Quando, alla fine della campagna delle iscrizioni, Dawn e altre Kappa vennero cerimoniosamente a consegnarmi in camera l'ammissione in busta sigillata, fissai quelle sconosciute sorridenti e scoppiai a piangere.
La Kappa che era in me.

Quanto sarebbe stata fiera Ida di sua figlia! Entrare nella Kappa Gamma Pi sarebbe stato il primo di una lunga serie di successi, promisi.
Non che valesse la pena di morire, per questo. Ma di farmi nascere?
A Syracuse, dove raramente pensavo a casa, pensavo spesso a mia madre. La sera tardi avvertivo che la mia solitudine mi avvicinava alla sua: i morti non si sentono soli? I miei fratelli avrebbero riso di me, facendomi notare che ricordavo non una donna viva, ma vecchie fotografie. Eppure in quei momenti sentivo la vicinanza di mia madre: se alzavo gli occhi dalla scrivania, vedevo un volto indistinto riflesso nel vetro della finestra accanto alla lampada e potevo fingere che fosse il suo. Facevo eccitanti sogni a occhi aperti in cui tornavo a Strykersville. O forse erano vividi ricordi. Al cimitero dietro la chiesa luterana, dove era sepolta. Nella realt non c'ero stata molte volte. Se mio padre ci andava, ci andava da solo e non ne parlava. Tuttavia ricordavo l'odore dell'erba appena tagliata e la sensazione delle stoppie sotto i miei piedi. Oltre il campanile tozzo e la croce dai riflessi opachi della chiesa il cielo si scuriva sopra l'Ontario. La chiesa luterana di Strykersville era stata costruita nel 1873, di pietra grezza intonacata. Il cimitero era in un prato dietro la chiesa con piccoli rilievi rocciosi e avvallamenti che si allagavano quando pioveva; d'inverno dune di neve dall'aria rabbiosa coprivano per met le lapidi. Le pi antiche risalivano all'epoca della costruzione ed erano ormai sottili come carte da gioco, tutte storte; erano le pi vicine alla chiesa; le tombe pi recenti, come quella di mia madre, erano pi lontane e si allargavano a ventaglio lungo il pendio parzialmente disboscato. Mi venne in mente che nessuno si aspetta veramente il futuro, nessuno crede davvero che possa accadere. Tutto ci che ,  adesso. La modesta lapide di granito grigio con incisi il nome e la data di nascita e di morte di mia madre era in fondo a una fila; vicino c'era un campo incolto; quanto terrena  la morte; Spinoza non lo ammise mai; nessun filosofo parlava degli odori, odore di foglie marce, umido e terrigno, misto a fumo di legna (in lontananza, un contadino bruciava ceppi: il peggior puzzo di fumo che si possa immaginare). Passai le dita sulla pietra ruvida. Pietra gelida. Sono una Kappa, sono cos felice, mamma! A volte temo che mi scoppi il cuore.
Mia madre non era un'assidua frequentatrice della chiesa. Lei e mio padre si erano sposati con il rito civile a Buffalo. La leggenda di famiglia voleva che il pastore di quella chiesa di campagna avesse autorizzato la sepoltura di mia madre nel cimitero a condizione che mio padre si mettesse ad andare in chiesa e ci portasse la famiglia. Con quanto entusiasmo doveva aver pregustato l'aggiunta di nuovi membri alla sua congregazione, un padre con quattro figli, magari anche i suoi genitori... Ma naturalmente non era successo.
Che il corpo di Ida riposasse in terra consacrata grazie a una bugia mi faceva preoccupare per lei. Quanto al resto, sorridevo al pensiero.

Era un'epoca in cui parole come sessuale e sesso non venivano mai pronunciate neppure da coloro che lo praticavano regolarmente. Sexy era una parola che si poteva mormorare sottovoce, con un movimento furtivo degli occhi, un sorriso d'intesa.
Mrs Thayer, che in quanto direttrice della casa aveva il delicato compito di alludere a certe cose senza mai nominarle, come le madri di quei tempi, parlava di contegno, di decoro e di reputazione irreprensibile. Usava parole quali giovanotti e maschi come se si riferissero a una specie disgustosa e inaffidabile. Era difficile credere che Agnes Thayer fosse mai stata sposata, malgrado i vistosi anelli che portava alla sinistra; era difficile credere che fosse stata una giovane donna sposata con un maschio. Mrs Thayer ci faceva la predica all'ora dei pasti e durante le riunioni ufficiali della casa (non quelle rituali della Kappa Gamma Pi) che si tenevano la domenica sera nel salotto. Riguardo ai giovanotti le regole della nostra casa sono molto semplici. Sono quelle fissate dalla direttrice accademica e non devono essere infrante in nessun caso. Era proibito farli salire ai piani superiori (fatta eccezione per gli operai autorizzati); era proibito farli sedere sui primi gradini dello scalone che portava di sopra o farli entrare per qualsivoglia ragione nel seminterrato. Naturalmente era proibito nasconderli in casa prima o dopo la chiusura ufficiale del portone per la notte, o anche solo tentare di farlo; era proibito intrattenersi con loro in maniera non degna di una gentildonna in tutti gli spazi comuni o in qualsivoglia altro luogo tecnicamente sotto la giurisdizione di Mrs Thayer. Negli spazi comuni della casa, dove i maschi erano ammessi in qualit di ospiti, la regola era classica nella sua semplicit: Sedute composte, ragazze, sempre.
La tentazione di imitare l'accento malizioso e autoritario di Mrs Thayer era irresistibile, e di conseguenza la sua parlata risuonava in tutte le trenta stanze della casa.
Si pensava continuamente al sesso. Anche se, come me, si avevano poche pulsioni sessuali e nessun desiderio di tradurle in rapporti con i maschi. Il sesso era come un'onda, grossa, virulenta, indescrivibile. Poteva travolgere qualsiasi ragazza in qualsiasi momento, distruggerci. I maschi la neutralizzavano sotto forma di piccoli spruzzi caldi: lo sperma. (Ma neppure questo veniva mai nominato.) I maschi erano per natura predatori a caccia di femmine.
La Thayer, come tutte le direttrici si diceva sprezzantemente della nostra vigile supervisora, teme che una di noi si faccia mettere incinta. La riterrebbero responsabile e la licenzierebbero.

Proibito alle studentesse salire ai piani superiori dei pensionati maschili o allontanarsi dagli spazi comuni degli stessi in qualsiasi circostanza. Proibito alle studentesse entrare nelle case o camere ammobiliate di uomini residenti fuori del campus, e pertanto non soggetti alla giurisdizione delle autorit universitarie. In particolare, le ragazze dovevano evitare di rimanere sole con uno o pi maschi alle feste delle fraternities, dove si vociferava di deplorevoli incidenti. Di ragazze che avevano bevuto troppo ed erano diventate incaute. Che si lasciavano portare di stanza in stanza al piano di sopra. Ma nelle fraternities non esisteva l'equivalente maschile di Mrs Thayer, c'erano solo custodi e amministratori, e quando le ragazze della Kappa andavano alle feste delle fraternities nel campus o alla Cornell University, come ogni fine settimana, facevano quello che volevano. O quello che volevano i loro ragazzi. Su, dai!  un tipo simpatico, ti piacer, non puoi star sempre l a studiare! Mi truccai il viso come tutti gli altri visi, mi spazzolai i capelli aggrovigliati finch non diventarono lucidi. Mi misi un vestito di taffett rosa prestato, lungo fino a met polpaccio, da stringere in vita con un fiocco. Mi vennero dati orecchini luccicanti. Sorridevo e sbattevo gli occhi come un animale notturno spinto alla luce del sole. Nella casa della confraternita il frastuono era assordante. I maschi, nell'insieme, erano alti. Risate, musica. Birra. Bicchieri di carta, birra. Il sacramento era la birra. Nel bagno riservato alle SIGNORE (scritto in rosso, sbavato, su un foglio appeso con lo scotch sulla porta) c'era un'enorme scatola azzurra di assorbenti Kotex in bella vista. Qualche spiritoso aveva messo in ognuno dei gabinetti un pesce rosso. Bisognava ridere? Tirare lo sciacquone facendo sparire il bel pesciolino rosso nel gabinetto e ridere? Non avevo lo spirito giusto, non avevo abbastanza amore per la birra. E per le bocche che sapevano di birra. Dovevo ballare con quel frastuono, in mezzo a sconosciuti sorridenti, in un abbraccio stritolante? Dovevo baciare uno sconosciuto? Un ragazzo che non mi conosceva, che non si ricordava neppure come mi chiamavo? Che senso aveva bere per ubriacarsi? Chris, la mia sorella Kappa, vomitava sulla porta di servizio sopra a bidoni della spazzatura con la sigla OD. Chris, vieni via. Chris, ti prego. La supplicavo, ma lei si rifiutava di ascoltarmi. Torniamo alla festa! Cercavo di spiegare a Dawn, Jill, Donna, Trudi, che si spazientivano con me, occhi accesi, guance rosse, braccia al collo di cavalieri sorridenti. Ora le passa, Chris sa badare a se stessa, non  la prima festa a cui va. Suscitai imbarazzo e irritazione nelle Kappa abbastanza sobrie da rendersi conto che avevo abbandonato il mio cavaliere Eddy, ubriaco, per uscire dal fragore della musica e correre nel parco coperto di neve e di brina con i miei tacchi ridicolmente alti, il vestito di taffett rosa prestato che mi sferzava come ghiaccio le calze velate, senza fiato, imprecando, con le lacrime che colavano dagli occhi anche se non stavo piangendo, perdio, perch avrei dovuto piangere? Non posso essere offesa nei miei sentimenti, se non ho sentimenti.
L'indomani verso mezzogiorno, Trudi con il volto sfatto e tirato senza trucco port il cappotto nero che avevo lasciato nel guardaroba straripante della confraternita maschile e lo butt sul mio letto con un'occhiata di compassione e disprezzo. Ecco qua. Te l'eri dimenticato.

Che cosa  successo a Chris?
Ehi, se non se lo ricorda lei, che importanza ha?
A chi deve interessare? A te?
Nessun ricordo, nulla da perdonare.
Il suo ragazzo avr preso delle precauzioni. Non  completamente scemo.
 stato solo lui?

Tornando dalla biblioteca, passavo per University Place, poco prima delle undici. Attraversavo il parco innevato. Portavo i libri in braccio come un bambino da cullare. Uno era un volume di ottocento pagine, una storia della filosofia europea. Camminavo veloce, con il fiato che si condensava nell'aria gelida. Avevo lavorato nel magazzino della biblioteca ed ero in ritardo. Nella mia testa non c'era nessun pensiero, tranne la necessit urgente di arrivare in cima alla salita della casa della Kappa prima delle undici. Perch Mrs Thayer non sarebbe stata comprensiva, Mrs Thayer non avrebbe neppure ascoltato i miei balbettii di scusa. Voi ragazze americane! All'improvviso sentii bisbigliare: ... gnorina?... gnorina?. Sbuc da dietro un albero come un bambino che esce da un nascondiglio e alla luce fioca di uno dei lampioni di University Place gli vidi la faccia: una faccia sconosciuta: faccia grassoccia, rasata, bocca sottile viscida e lasciva, occhiali con la montatura nera da maestro di scuola che gli ingrandivano gli occhi, minuscoli come girini. Si sta lasciando vedere in faccia. Vuole che lo veda in faccia. ... gnorina diceva, con la punta della lingua che sporgeva tra le labbra sottili, le faranno male le tette a correre cos! Attenta! Era di un'et indefinibile, fra i trentacinque e i cinquant'anni. La sua voce tenorile aveva un che di fintamente sollecito e cantilenante. Capii subito che era l'uomo che aveva abbordato Freddie e le altre ragazze; ma io non ero una di loro; io ero una ragazza di Strykersville; senza un attimo di esitazione gli gettai i miei libroni in faccia, facendogli cadere gli occhiali. Lanci un grido di sorpresa e di dolore. Nessuna donna che quel porco aveva avvicinato aveva mai reagito cos e lui non era preparato, le sue fantasie non lo avevano preparato a me che gridavo, ai miei guaiti da cane rabbioso.
Poi lo guardai scappare zoppicando dall'altra parte del parco e infilarsi in una traversa, fuori della mia visuale. Sentivo l'adrenalina scorrermi nelle vene come fuoco liquido. Ero elettrizzata, allegra. Quell'episodio mi sarebbe piaciuto raccontarlo a mio padre.
Gli occhiali con la montatura nera rimasero nella neve. Li raccolsi con la mano guantata ed ebbi l'impulso di spezzarli in due per la rabbia. Ma non lo feci: me li infilai nella tasca del cappotto.
Nessuno aveva udito i miei guaiti da cane rabbioso. Si erano dispersi subito nell'aria, come il mio fiato condensato.
E se mi avesse fatto del male? C'era un lampo di follia nei suoi occhi. Gocce di saliva agli angoli della bocca viscida.
Quando, poco dopo, entrai nella casa delle Kappa tutta illuminata, con il cuore che ancora batteva forte, ero due o tre minuti in ritardo, ma la ragazza di turno in portineria, che stava fumando una sigaretta, mi fece cenno di passare con indifferenza. Non not il mio viso arrossato, eccitato. I miei occhi scuri e dilatati. Non mi precipitai alla porta di Mrs Thayer, che a quell'ora era chiusa; non le portai in dono la mia angoscia di femmina. I libri della biblioteca erano umidi di neve, ma per il resto intatti. Sapevo di essere una ragazza molto fortunata.
Non posso essere offesa nei miei sentimenti, se non ho sentimenti.

Ecco quel che avrei fatto: avevo raccolto gli occhiali con le mani guantate e non li avrei mai toccati senza guanti; li avrei spediti alla polizia di Syracuse insieme a un conciso biglietto scritto a macchina: Questi sono di un molestatore. Prendetelo.

Passi tonanti! Scoppi di risa. Specchi spruzzati di sapone nel bagno comune del secondo piano. Fumo di sigarette ovunque, mozziconi sparsi come coriandoli. Lattine vuote di Coca-Cola buttate nel corridoio e sul pianerottolo perch Geraldine la cameriera nera le raccogliesse; Geraldine, con la faccia scura e rugosa, buttava la spazzatura nel suo sacco di plastica senza dire una parola, imperturbabile. (Passando accanto a Geraldine e al suo grosso aspirapolvere nel corridoio, abbassavo gli occhi, mi vergognavo della mia pelle. Nella casa della Kappa Gamma Pi nell'autunno del mio secondo anno capii per la prima volta che cosa significava vergognarsi della propria pelle. Ma Geraldine non faceva caso a me, non pi di quanto meritasse qualsiasi ragazza bianca della Kappa.) Perfida albionica! Erano furiose. Perch non si fa i fatti suoi, maledizione. Mrs Thayer aveva osato rimproverare alcune ragazze dell'ultimo anno. Condotta indecorosa, e davanti a estranei! C'era Lulu che metteva ripetutamente ad alto volume The Song from Moulin Rouge per festeggiare. Visto? Guarda! E sollevava la mano sinistra, dove ammiccava malizioso un minuscolo brillante. Fidanzata prima dei ventun anni. Una delle pi giovani piangeva, e le pi grandi facevano capannello tutto intorno. Su, tesoro! Dai, piantala. Quando mi avvicinai, una inve contro di me e mi spinse via, da una parte, e io mi ritirai scioccata senza capire. Perch? Non potevo raccontarmi la vecchia storia C'era una volta perch una volta era adesso; la storia era adesso; credevo di essere io a farla succedere, ma in realt era lei che succedeva intorno a me, come la marea che sale, come un'onda salmastra e fangosa e lurida di rifiuti. Le mie sorelle Kappa avevano per me lo stesso fascino che uno stormo di giganteschi uccelli predatori dalle piume multicolori potrebbe avere per un uccellino che si nasconde nella macchia. O che cerca di nascondersi.

Nella mia copia dell'Etica sottolineai: Lo sforzo di comprendere  il primo e unico fondamento della virt.
Eppure cominci ad accadere: il Guardian, Harper's & Queen, Punch e altre pubblicazioni inglesi furono lasciate in disordine sul tavolo del salotto, a volte addirittura per terra. Sigarette accese lasciate ad appestare l'aria del salotto e a infiltrarsi sotto la porta fin dentro le stanze private di Mrs Thayer. Risate di anonimi giovanotti nell'atrio, il portone sbattuto con tanta forza da far tremare tutti i lampadari di cristallo della casa. Risate da iena sulle scale a tarda notte. Rumore di passi pesanti nel corridoio del primo piano, proprio sopra la camera da letto di Mrs Thayer. Strani filamenti sulla balaustra di mogano tanto ardentemente lucidata dalla silenziosa Geraldine, filamenti secchi di... vomito? Mrs Thayer gridava Figliole! Figliole!. Dalla credenza mancava uno dei suoi pacchi di cibarie fasciati con tanta cura. Sparito. Dove? Il personale della cucina non sapeva dare spiegazioni. In sala da pranzo i gelidi occhi azzurri di Mrs Thayer erano attenti, astuti, saettavano di viso in viso. Solo noi Kappa pi giovani sorridevamo; non sapevamo che avremmo potuto scegliere diversamente. Che silenzio! Il silenzio delle coscienze sporche osserv Mrs Thayer. Con dita tremanti, alla fine del pasto, Mrs Thayer suon la campanella d'argento. Radunando tutta la troupe nel salotto, tranne le ragazze dell'ultimo anno, che si erano audacemente defilate. Chi  stata a fare queste cose? domand con calma Mrs Thayer. Chi  stata cos... scortese? Cos volgare? Si capiva che avrebbe voluto dire cos americana!. Forse era delle riviste che parlava, nuovamente sparse nel salotto, scioccanti a vedersi. E la pagina dei cruciverba del quotidiano locale, per terra. Ci fu un silenzio imbarazzato. Un silenzio irrequieto. Nel mio nervosismo cominciai a contare le teste, ma superate le venticinque lasciai perdere. Mercy e Trudi si scambiavano occhiate tra lo smorfioso e il colpevole, Bon-Bon e Chris stringevano i denti per non scoppiare a ridere. Dawn si leccava le labbra truccate guardando nel vuoto corrucciata. Freddie si grattava di nascosto l'ascella sinistra. Deedee tratteneva uno sbadiglio, o un rutto. L'orologio sulla mensola del caminetto batt delicatamente il quarto. Ricordate: le Kappa sono innanzitutto e soprattutto signorine per bene. Ma al piano di sopra un grammofono suonava rock and roll. Sudicio e spudorato. Pulsante blues nero per ragazzini bianchi.
Ero seduta sul tappeto e vedevo sotto il divano sul quale Mrs Thayer sedeva impettita, stretta nel bustino; vedevo un assorbente igienico, o almeno cos mi sembrava. Ero pietrificata, a quella vista. Pensavo: Ma non pu essere usato, non sar sporco di sangue, vero?. Mrs Thayer ripete la domanda. Ma chi se la ricordava? I suoi occhi di ghiaccio saettavano di viso in viso, ma erano visi innocenti di ragazzone americane, per lei imperscrutabili. Si volt verso di me, che le fissavo i piedi grassocci nelle scarpe di pelle, poco lontano da lei; avevo notato che Mrs Thayer aveva le caviglie stranamente grosse, forse gonfie. Tu disse Mrs Thayer tutto a un tratto, riscuotendomi dalla mia trance. Lo sai? Ti ordino di parlare. Fui colta cos alla sprovvista che reagii in un modo che suscit l'ilarit generale; i miei occhi, di loro iniziativa, sbatterono con fare colpevole. Una desolazione furibonda mi invase il cuore. Non volevo che Mrs Thayer scoprisse l'assorbente, non volevo che tutti assistessero al suo shock, alla sua umiliazione, che vedessero il tremore di quella povera donna, avrebbero riso, l'avrebbero presa in giro dietro le spalle. Perfida albionica! Senza pensarci dissi: Devo... devo essere stata io, Mrs Thayer.
Segu un attimo di silenzio scioccato. Persino l'orologio sulla mensola del caminetto parve interrompere il proprio leggerissimo ticchettio.
Era delle riviste che stavamo parlando? Le indicai con il dito, insieme con le pagine del giornale locale sparse sul pavimento. La mia voce incrinata, nasale e spaventata. Sono l'unica che legge le sue riviste, Mrs Thayer. Faccio i cruciverba. Non era vero, non avevo mai fatto un cruciverba in vita mia; non avrei mai sprecato la mia intelligenza in un semplice gioco. Quindi devo... essere stata io. Ci fu un'altra pausa, un silenzio vuoto e imbarazzato. Le mie sorelle Kappa non si mossero, ma fu come se avessero preso tutte insieme le distanze da me; come se avessero trattenuto il fiato simultaneamente. Mrs Thayer, del tutto impreparata a quella confessione, mi fiss, e un caldo rossore le sal lentamente alle guance. Quasi balbettando, chiese: Devi essere stata tu o lo sei stata veramente?. Ma il suo sarcasmo mancava di forza, di autorit. Feci un sorriso vacuo. Mi udii farfugliare: Sono... sono stata io, Mrs Thayer. Le prometto che non succeder pi. Tutto a un tratto tremavo, doveva essere il primo sintomo dell'influenza. Mi venne in mente che l'uomo nel parco, il mio presunto aggressore, mi aveva vista bene in faccia quanto io avevo visto lui. Il mio errore era stato non correre in lacrime da Mrs Thayer. Adesso sentivo un rimescolio bruciante nella pancia. Quel poco che ero riuscita a buttare gi a cena si raggrumava in spasmi vendicativi. Forse Mrs Thayer sapeva che non stavo neppure mentendo con uno scopo, con un obiettivo. Delle Kappa ero l'unica a vestirsi sempre nello stesso modo. Una gonna di lana spiegazzata color antracite, con la vita cos larga che si girava senza che me ne accorgessi, fianchi davanti, davanti dietro. Una camicia bianca di cotone con le maniche lunghe, molto lavata e non abbastanza stirata, con un colletto sbarazzino come usava in quel periodo. E un maglione blu di orlon scollato a V, troppo largo per me e con i gomiti consumati, che avevo comprato da Sears a Strykersville. Calzettoni scompagnati, ma tutti e due di lana bianca. I capelli troppo crespi, impossibili da pettinare, come limatura di ferro mossa dal passaggio di una calamita. Chiunque io fossi, seduta tra le Kappa a lisciarmi nervosamente le pieghe della gonna gi sgualcita, ero una versione sciatta ma intrepida della studentessa modello. Mrs Thayer, dopo avermi fissato torva, decise improvvisamente, forse per dispetto, di credermi; sospir e batt sul divano il piccolo pugno irritato. Oh, benissimo, allora! Anche tu sei sbadata come tutte le altre. Figliole, figliole! Ve lo dico e ve lo ripeto. Con un gesto disinvolto della mano, Mrs Thayer conged le altre ragazze proprio un attimo prima che le pi sfacciate se ne andassero da sole. Io rimasi indietro, contrita, a riordinare affannosamente il salotto mordendomi le labbra. Con disgusto Mrs Thayer disse: Mi aspettavo un comportamento migliore da te, tra tutte queste... Kappa. Pronunci Kappa come se fosse una parolaccia. Immaginavo che Mrs Thayer mi chiedesse ragione delle altre infrazioni, del furto delle sue cibarie, per esempio, invece non disse nulla, usc a grandi passi dal salotto e sbatt la porta. A quel punto nel salotto non rest pi nessuno, tranne me.
Con l'aiuto di un giornale ripiegato riuscii a tirare fuori da sotto il divano l'assorbente. Che, s, era usato: raggrinzito e incrostato di sangue scuro e rappreso al centro, di un abbagliante bianco diafano altrove. Un Kotex. Se Mrs Thayer era stata risparmiata, lo sarebbe stata anche Geraldine. Lo avvolsi nella carta di giornale per buttarlo nella spazzatura. Avevo risistemato le riviste nella loro originaria disposizione a ventaglio. Sentivo le mie sorelle Kappa ai piani superiori, i loro insolenti passi pesanti. Avevo letto in un libro di mitologia classica delle Arpie, spiriti delle tempeste che portavano le anime nell'Ade. I loro bisbigli, mormorii e risa sprezzanti mi piovevano sulla testa.

Sottolineavo sul mio testo di filosofia: Noi ci sforziamo di affermare di noi stessi e della cosa amata tutto ci che immaginiamo che produca un affetto di Gioia in noi o nella cosa amata; e, al contrario, di negare tutto ci che immaginiamo che produca un affetto di Tristezza in noi o nella cosa amata.

Cos cominci a succedere che Dio mi toccasse in modi indescrivibili. Sulle prime ignorai la cosa, Lo ignorai. (Non credevo in Lui; ero troppo cerebrale per giocare con Dio.) Qualche volta mi avevano portato nella chiesa luterana di Strykersville. Pioggia mista a neve che batteva sui vetri. Il ministro con la sua voce rozza e speranzosa e gli occhiali ammiccanti. Stavo seduta tra mio fratello Dietrich e mia nonna. Doveva esserci un motivo. La morte di un parente? Un funerale? Il cimitero fangoso, la piccola lapide abbandonata. Una sensazione di solletico che diventava pi forte, sempre pi forte, come fili che serravano il mio corpo facendomi improvvisamente venire voglia di ridere, avevo diciannove anni e vivevo in mezzo a sconosciute nella lussuosa dimora di un milionario. Come sono felice, vi sono sfuggita. E fortunata. Molto pi fortunata di quanto meriti.
Eppure non riuscivo a dormire. Avevo praticamente ceduto la mia camera a Deedee e alle sue amiche e vi ritornavo solo per cambiarmi. Quando la sala studio nel seminterrato si svuotava, di solito dopo mezzanotte, cercavo di dormire l; sul vecchio divano di pelle consunta puzzolente di fumo e adorno di bruciature di sigaretta. Nella casa delle Kappa anelavo alla solitudine della mia vita precedente; allo stesso modo in cui, nella vita precedente, avevo anelato alla sorellanza delle Kappa. Stavo preparando una tesina intitolata Libero arbitrio e determinismo in Spinoza, il cui vero obiettivo era giungere alla verit autentica. A ogni pagina, ogni paragrafo, ogni frase che scrivevo, ero afflitta da altre di pari autorit che mi mulinavano dentro la testa come calabroni. Tra i miei appunti preparatori c'erano strisce di carta contrassegnate con A, B, C, eccetera, e altre numerate 1,2,3, eccetera. C'erano annotazioni scribacchiate in verticale in inchiostro blu e altre in orizzontale in inchiostro verde. Alcune erano sbavate. In un'estasi di improvvisa chiarezza scrissi: Spinoza fece della sua follia un'arte. Non credevo che il mio professore avrebbe apprezzato quell'intuizione, per cui la attribuii a uno studioso inventato. Non riuscivo a dormire, ma con mio sgomento in altri momenti non riuscivo a mantenere uno stato di veglia affidabile. Con gli occhi aperti, mi sentivo vacillare come la fiamma di una candela in una corrente d'aria. Mi spegnevo. E tanti saluti. La nonna ebrea tedesca mi rimproverava scuotendo l'indice bianco di farina. Perch la farina sulla carne umana, granulosa e polverosa, fa tanto orrore? Mia madre, Ida, in piedi sulla soglia mi guardava, con una mano sollevata in un gesto di benvenuto, o di addio. Dove un tempo c'era la sua bocca sorridente ora c'era una chiazza di sangue. Erano preoccupate per la mia salute, per la mia sanit mentale; anche se non la chiamavano cos, sanit mentale. Una ragazza perbene non parla di sesso e una ragazza per bene non parla di sanit mentale. Fui assalita dal timore che l'assorbente sporco potesse essere attribuito a me per il fatto che io lo avevo fasciato nella carta di giornale e buttato nella spazzatura. C'era una fatale affinit tra quell'articolo sanitario e la mia sanit mentale. Feci ridere fragorosamente un gruppo di Kappa suggerendo un legame tra le due cose. Oh, quanto ero spiritosa! Un senso dell'umorismo bizzarro, quella ragazza. Ero rimasta sorpresa quando quattro delle mie sorelle avevano bussato alla mia porta, una domenica mattina, per chiedermi: volevo andare con loro? Avevano il cappotto elegante, guanti e cappello; se la sera prima erano uscite, avevano la faccia relativamente fresca e gli occhi luminosi, bravi occhi cristiani. Andavano alla chiesa episcopale di St John, non ero episcopaliana anch'io? Mi faceva piacere andare con loro? Vergognosissima, spiegai balbettando che magari ci sarei andata un'altra volta e loro si allontanarono ticchettando con disapprovazione sui tacchi alti. I miei fratelli ridevano di me, della mia angoscia. Per loro ero sempre stata una bugiarda; qualora gli avessero chiesto se avevano desiderato che io nascessi, avrebbero risposto all'unisono No!, Se avevo bisogno di un assorbente, a volte lo rubavo dalle scorte di una delle altre ragazze perch non potevo permettermi di comprarli, detestavo persino la vista della scatola, l'odore lindo di medicinale. In realt il mio ciclo mestruale era diventato irregolare e a poco a poco fin per interrompersi. (Temevo di essere incinta: nessuno avrebbe creduto che non ero mai stata con un uomo.) I miei fratelli mi avrebbero guardata con disgusto ancora maggiore. Prima dell'alba, andavo furtiva al secondo piano a fare la doccia. Mentre in passato non facevo mai la doccia pi di due o tre volte alla settimana, adesso la facevo tutte le mattine. E a volte anche alla sera. Perch l'odore di sangue era inconfondibile, anche se non perdevo sangue. Era stato l'odore del sangue ad attirare l'uomo nel parco. (Non avevo spedito gli occhiali alla polizia di Syracuse, alla fine, li avevo buttati nella spazzatura.) Sotto la doccia, mi toccavo leggermente il seno con la punta delle dita. Ti insegnano a palpartelo per controllare che non ci siano noduli. Inizialmente sono come minuscoli sassolini. Poi crescono. Mi chiedevo se recidevano le mammelle staccandole dalla cassa toracica con un unico rapido gesto, o se le tagliavano via un po' alla volta. Petto di pollo, con la pelle appiccicosa ancora attaccata.

Tu! Che cosa diavolo fai qui?
Farfugliai qualcosa che suonava come Niente e fuggii.
Dietro il forno di Mohawk Street, poco lontano dall'universit. Fuori del campus, un altro mondo. Camminavo con la testa bassa per la vergogna, il viso in fiamme. Non era la prima volta che andavo a frugare di nascosto dietro il forno, ma era la prima che venivo sorpresa. Se non potevo mangiare con le mie sorelle Kappa, avevo scoperto altri modi per farlo, o perlomeno per procurarmi del cibo. (Perch a volte non riuscivo a mangiare neppure il cibo che rubavo. Che pullulava di batteri invisibili, germi di epatite e di morte.) Panini con semi di papavero rimasti invenduti, biscotti rotti, torte schiacciate, pagnotte e torte lievitate dure come sassi, gettati alla rinfusa nei sacchi della spazzatura.
Dovresti vergognarti!
Perch? Sono squisiti.
Oltre l'universit, nella direzione opposta, c'era Auburn Hills, un quartiere residenziale di grandi case eleganti e strade alberate, che a volte la domenica mattina perlustravo fiutando l'aria come un cane affamato; in quel quartiere di benestanti nessuno parcheggiava lungo la strada o depositava la spazzatura sul marciapiede: le case avevano il garage sul retro, su traverse non asfaltate che collegavano Auburn Avenue e Palmer Street; erano le scatole delle rosticcerie che attiravano la mia attenzione tra i rifiuti, gli avanzi delle feste del sabato sera, resti di tartine e barattoli di caviale con un po' di caviale in fondo, oppure uova sode con la maionese, o pezzi di uova, grissini, una volta persino un trancio piuttosto grosso di torta nuziale. A volte mi abbuffavo l dove mi trovavo, senza guardarmi neppure intorno per assicurarmi che nessuno mi vedesse; altre mi riempivo il tascapane e mangiavo poi in privato; altre ancora, in preda al rimorso, alla paura di un'intossicazione, o al desiderio di punirmi ulteriormente, buttavo via tutto. Non vedevo contraddizione tra il mio io ideale e il mio io animale. Come diceva Spinoza, desideriamo persistere nel nostro essere.

Terrorizzata al pensiero che nel seno mi si stessero formando minuscole cisti, non osavo toccarmi. Terrorizzata al pensiero di addormentarmi a lezione o di svenire e cadere dalla sedia facendo una figuraccia davanti a un professore che adoravo, mi pizzicavo ferocemente l'interno delle braccia o mi conficcavo la penna nella carne. Macchie di inchiostro blu sugli avambracci pallidi, simili ad arterie spezzate. In qualsiasi sistema filosofico di genio sentenziava il professore coesistono contraddizioni. Una mano si alzava, come di marionetta legata a uno spago. Non ero una che prende la parola davanti a tanta gente, non potevo essere io. Non era la mia voce a riecheggiare ansiosa tra le file serrate di banchi antiquati. Tuttavia, se X non  completamente diverso da Y, come pu essere X? O  qualcos'altro? Che per convenzione chiamiamo X? Nella cavernosa aula all'ultimo piano dell'antico Istituto di lingue. Il professore mim un applauso, ma disse che sarebbe stato pi opportuno rispondere in seguito, al momento di studiare Hegel. La vista cominciava ad annebbiarmisi per la stanchezza. In rapidi flash caricaturali tornava l'umiliazione - questa volta comica, per - di essere stata sorpresa a frugare nel cassonetto dietro il forno, l'improvvisa comparsa di un giovane di colore dall'aria esterrefatta con il quale mi ero quasi scontrata; ma non avevo prove incriminanti addosso, per scappare avevo abbandonato i panini, le pagnotte, la torta di ciliegie sbriciolata. Alla casa della Kappa, mi trascinavo a tavola. Al mio posto vuoto alla tavola principale. E l l'umiliazione, meno comica, di un fibroso pezzo di arrosto di manzo che tremava sulla punta della mia forchetta e rotolava a terra per fuggire come se fosse vivo. Mrs Thayer parlava in tono brusco, con il suo sarcastico accento inglese. Le altre ragazze mi guardavano impietosite, oppure non mi guardavano affatto. Forse avevo sbagliato a prenderle per uccelli predatori. Mrs Thayer mi convocava nel suo salottino privato. Lo sguardo severo dei suoi occhi impazienti azzurri come il gas. Non ricordavo pi che cosa avevo sentito dire: Mrs Thayer non aveva avuto figli, oppure ne aveva avuti ma le erano morti nel terribile bombardamento su Londra? Che cos'hai, Janice? Ti comporti cos per dispetto? Per fare dispetto a me? No, tu sei Mary Alice, vero? Come puoi essere cos sciatta? Non hai un minimo di orgoglio? Un po' di educazione? Se non stai bene, perch non vai in infermeria?  fatta apposta per curare chi si ammala, no? La direttrice non pu farsi carico anche dei malati. Per favore! La direttrice ha gi abbastanza responsabilit e grattacapi, grazie! La direttrice fa gi fin troppo per quel poco che guadagna, grazie! Sorpresa a dormire gi nella sala studio con il misero cappotto addosso, scalza. Le gambe di un bianco malaticcio, ma coperte di sottili peli scuri e ricciuti. Le Kappa erano indignate, le gambe vanno depilate, come le ascelle. Lei per aveva paura dei rasoi e avrebbe dovuto chiedere in prestito una lametta (ma si pu chiedere in prestito una lametta?). Di sopra, due piani con pi di quaranta ragazze. Gambe robuste e muscolose perfettamente depilate, pelle lucida. Seni corazzati. Deodorante, lacca, mascara, ombretto argentato. Radio, fonografi, calypso, Travelin' Man di Ricky Nelson, porte sbattute, sciacquoni tirati. Sigarette una dietro l'altra. Lattine non finite di Coca-Cola buttate nel corridoio. Kat, Tammy, Trudi, Sandi, appoggiate allo stipite della porta, accigliate. Senza trucco erano praticamente tutte la stessa ragazza. Senza trucco le loro giovani facce erano pallide e gonfie, cascanti. Senza mascara i loro occhi erano nudi. Che cosa volevano da me? Che le aiutassi a scrivere le loro tesine di fine semestre? Rubavo saponette, ma solo le pi consumate, per lavarmi. Mi ci lavavo anche i capelli. Saltavo le riunioni e quindi dovevo essere punita, multata: dodici dollari, quindici dollari, diciotto dollari. Non potevo pagare le multe perch non avevo soldi, a meno che non li rubassi, ma dove? L'orgoglio me lo impediva, pur non impedendomi di rubare cibo; purch fosse spazzatura, non cibo. Nell'infermeria dall'altra parte del campus battuto dal vento, quando finalmente un'assistente sanitaria mi chiam, avevo cambiato idea e me n'ero andata. Non potevo non presentarmi al lavoro (bench fossi venti minuti in ritardo). In segreteria mi chiesero con quei modi gentili di cui non ci si pu fidare se c'era qualcosa che non andava. L'influenza? La cosiddetta asiatica? Sorrisi con il sorriso delle Kappa. Sorriso tutto denti da ragazza pompon. Alzai la mano per fare una domanda al professore, ma quando mi guard accigliato, chiaramente indispettito, mi si chiuse la gola. Il tremito era sotto controllo, adesso, si era spostato dentro. Mi lavai la testa affondando le unghie nel cuoio capelluto e mi spazzolai con ferocia i capelli fino a farli luccicare e scricchiolare, elettrici. E gli occhi, la gente diceva che li avevo uguali a mio padre, tutti neri: tutti pupilla. Le ragazze furbe evitavano la tavola principale, eravamo in sette alla tavola principale, Mrs Thayer si rifiutava di guardarmi. Quando mangiava, gli occhi le luccicavano umidi. La perfida albionica mangia come un maiale. L'hai mai guardata? A met semestre tutte mi cercavano, come sempre. Venivano a trovarmi sorridendo e supplicando. Era strano: non riuscivo a finire la mia tesina, ma leggevo quelle delle altre per vedere che cosa mancava. Gli errori mi balzavano all'occhio. Come punizione per aver saltato le riunioni, mi misero di turno in portineria. Incaricata di suonare il gong cinque minuti prima della chiusura del portone. Di accompagnare alla porta gli ultimi ragazzi. Ragazzi grossi come giovenche, giocatori di football della Ipsilon Beta, della Lambda Alfa Chi, con le facce imbrattate di rossetto come se avessero divorato carne cruda. Mi ruttavano in faccia senza scusarsi, puzzolenti di birra. Si lasciavano dietro una scia di gas intestinali. Era compito della sorvegliante chiudere a chiave il portone, spegnere le luci, svuotare i posacenere, rassettare il soggiorno disordinato dove passionali Kappa avevano dato la buonanotte ai loro spasimanti a volte anche per due ore di fila. (Fazzoletti di carta incrostati e appallottolati in mezzo ai cuscini, chewing-gum ancora umidi con le impronte dei denti appiccicati sotto i tavoli.) Mrs Thayer contava su di me, dal momento che non poteva contare sulle altre. Mrs Thayer aveva la sua bottiglia di vino personale, un vino rosso dall'odore amaro di cui noi non avremmo dovuto conoscere l'esistenza. (A riferire questo fatto sorprendente era stato il cameriere nero, galante e sexy e della stessa sfumatura pastosa di Harry Belafonte, amico di alcune Kappa.) Avevo appena fatto la doccia nel bagno del secondo piano, cercando disperatamente di lavarmi via di dosso l'odore di fumo; le ragazze mi fissavano e parlavano di me apertamente. Che cosa le  preso? Sta male? Oh, ignoratela,  pazza. Vuole solo attirare l'attenzione, ignoratela. La sera rientravano con gli occhi vitrei, barcollando, i vestiti abbottonati a caso. Certe volte non ce la facevano ad arrivare nel bagno e vomitavano per le scale. Chris, che vomitava tutti i giorni della sua vita (stando alle lamentele della sua compagna di stanza), aveva lasciato la scuola, i genitori erano venuti a prenderla imbarazzatissimi. Ai piani superiori le facce delle Kappa erano pallide e ruvide come pasta di pane cruda. Niente sopracciglia, niente ciglia, capelli arrotolati su bigodini di gommapiuma rosa. Foschia fumosa ovunque. Geraldine tossiva, piegata in due. Ero in soggezione davanti ai seni delle Kappa portati come corazze. Erano tutti seni grossi, sorretti da reggiseni di raso, spinti verso l'alto, tutte coppe D, (a volte) imbottite. Persino i seni delle ragazze pi minute erano coppe D. I seni precedevano le ragazze quando entravano in una stanza. I seni precedevano le ragazze, che li portavano con tremebondo orgoglio femminile e fretta trattenuta, quando scendevano le scale sotto lo sguardo ammirato dei fidanzati. Polpacci perfettamente depilati e splendenti come peltro. Ascelle innaffiate di deodorante e generosamente
cosparse di borotalco. Nelle camere le Kappa erano irriconoscibili, ma negli spazi comuni e nel campus, alle feste delle confraternite maschili e nei locali esibivano il look Kappa: elegante, sexy, deciso. Trasudavano personalit come luce di faro nella notte. Le loro camere erano turbini di disordine, porcili da cui loro emergevano radiose e avide di storie romantiche, come la fenice emerge dal suo nido in fiamme. Portavano la loro vita sulla pelle come fosse un indumento. In presenza di maschi la loro vita era una recita preparata con precisione maniacale e portata avanti per ore. Erano attrici cos fervide che forse non si rendevano neppure conto di star recitando. Lottavano per la vita. Il loro obiettivo era fidanzarsi prima della laurea. Sposarsi prima di compiere ventidue anni, diventare madri prima dei ventitr. Per alcune il divorzio sarebbe arrivato prima dei trenta. Io le adoravo. Le temevo, e le detestavo, e le adoravo. Non immaginavo di conoscerle. Parlavano in codice; persino le loro risate stridule erano in codice. Buttavano fuori il fumo dagli angoli della bocca, come gas di scappamento dalla marmitta di un'auto. L'intensit dei loro occhi, duri come il marmo. Il sorriso smagliante. Ciao! Come va? Tesoro! Monetine lanciate a un mendicante. Come se fossero state un gradino sopra gli altri. Come se fossero state non Kappa Gamma Pi, una sorority di second'ordine, ma Chi Omega, TriDelt, Pi Phi, sororities di prim'ordine. Come se non fossero state una massa di aspiranti maestre elementari che facevano fatica a passare gli esami, ma parte del Gotha dell'universit. Come se non fossero state ragazze leggere di dubbia reputazione, ma stimate rappresentanti di confraternite e corsi, come se fossero state rispettate, ammirate, imitate, e non sanzionate perch beone e scostumate.
Non sapevo nulla di tutto questo, come potevo saperlo? Sapevo a malapena cosa volesse dire la parola scostumata.
Il mio cavaliere Eddy aveva detto: Chi ti credi di essere? Sei una Kappa, scostumata.
Piansi, quando persi la mia spilla Kappa. La mia bellissima spilla Kappa di ebano e oro. La spilla Kappa che mi era costata settantacinque dollari. La spilla Kappa che non potevo permettermi. La spilla Kappa con le mie iniziali incise sopra. La spilla Kappa perduta nel magazzino della biblioteca dove riponevo libri, spingendo un carrello cigolante per chilometri di corridoi male illuminati come in un incubo di comica ripetitivit. Forse mi era caduta mentre mi accarezzavo distrattamente i seni coppa A terrorizzata al pensiero di quel che avrei potuto trovare. Piansi quando persi quella spilla; non potevo ricomprarmela; le mie sorelle Kappa erano arrabbiate con me; nessuno perde mai la spilla. Mrs Thayer mi fiss accigliata, guance incipriate cascanti. Osservando in silenzio le mie dita arrossate, l'eczema squamoso che mi era venuto sul dorso delle mani a furia di lavarle d'inverno con il sapone scadente dei bagni dell'universit. Deedee mi diede la sua lozione Jergen, ma il liquido profumato peggior ulteriormente lo sfogo. Forse ho la lebbra dissi per scherzo. Ci sono stati dei casi nella mia famiglia. Lo sguardo allarmato di Deedee era un chiaro avvertimento, ma la mia bocca and avanti. Mia madre  morta di lebbra. A lezione presi l'abitudine di tenere il cappotto e nascondere le mani squamate nelle maniche. Per Cartesio l'universo  essenzialmente irrazionale, mentre per Spinoza l'universo  essenzialmente razionale e conoscere fa parte della natura dell'uomo. E, alzando lo sguardo, vedevo alcune delle mie sorelle Kappa che mi sorridevano dalla soglia: mi avevano perdonato? Dolcemente imploranti: potevo aiutarle a scrivere le loro tesine? Erano elaborati confusi, incoerenti, con qualche parte impeccabilmente scritta, copiata da fonti non citate nelle note. Alcuni li correggevo, altri li riscrivevo completamente. Era un ulteriore vantaggio per le mie sorelle Kappa che io sapessi battere a macchina tanto bene, come aveva scoperto Dawn l'anno precedente. Riuscivo a pensare con le dita, si meravigliavano. Ma dall'oggi al domani successe qualcosa, non riuscivo pi a pensare con le dita e nemmeno a battere a macchina con le dita; non riuscivo a pensare con il cervello; i miei pensieri procedevano a sobbalzi, slittavano, saltavano e deragliavano; non riuscivo a concentrarmi; persino parlare divent un'impresa, avevo la lingua rallentata. Le idee mi scivolavano via come neve che si scioglie. Scusatemi, non ce la faccio. Non sono riuscita a dormire. Sono indietro anch'io con la mia tesina. Ho tanta paura che a volte... E Dawn mi guardava con freddezza, storcendo la bocca fluorescente, imprecando: Maledizione, perch credi che ti abbiamo preso? Per la tua bella faccia?. E si allontanava a grandi passi, con i calzettoni di lana bianca sporchi.

Notte dopo notte, calypso attraverso le pareti. Sempre lo stesso ritmo insistente-deficiente, che rimbombava attraverso il pavimento. Le ragazze seguivano la musica, cantavano le parole vagamente pornografiche delle canzoni, dondolando fianchi e seno come avevano visto fare al cinema. Non riuscivo a sfuggire a quelle parole, come spilloni nel cervello, quando il portone della casa della Kappa sul lato nord di University Place si chiudeva per la notte.

Hey c'mon Kitch let's go to bed
I gotta small comb to scratch ya head...

Hey c'mon Kitch let's go to bed
I gotta small comb to scratch ya head...

In questi modi indescrivibili, Dio mi toccava.

3.
La mente non pu immaginare nulla, n ricordarsi delle cose passate se non nel corso della durata del corpo.
SPINOZA, Etica.

Alla fine, Agnes Thayer e io lasciammo la Kappa Gamma Pi a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, nel febbraio del 1963.
Alla fine la fine giunge rapidissima!

Mrs Thayer aveva ricevuto una telefonata dal direttore accademico che le segnalava il comportamento sconsiderato e l'avventatezza di alcune studentesse della sua sorority durante alcune feste alla Cornell University; l'identit di queste ragazze non era nota, a parte il fatto che erano Kappa di Syracuse: ragazze con una certa reputazione. Mrs Thayer convoc prontamente le candidate pi probabili nel suo salottino privato, una alla volta, e fece loro un discorso severo; e forse pens che la faccenda fosse sistemata perch le ragazze si mostrarono sottomesse, mogie e taciturne e non fecero alcun serio tentativo di difendersi. (Non sapevo cosa dire, accidenti comment Mercy. Non sono stata lucida un solo momento per tutto il fine settimana: non mi ricordo assolutamente niente.) Si diceva che Kat, una rossa dell'ultimo anno famosa per i suoi capricci e le improvvise crisi di pianto, fosse scoppiata in lacrime mentre Mrs Thayer la rimproverava; e che Mrs Thayer si fosse impietosita, perch Kat era una ragazza molto carina, che quando voleva sembrava dolcissima; e che Kat si fosse lasciata prendere la mano da Mrs Thayer, la quale gliel'aveva stretta redarguendola con gentilezza: Mia cara, questo nostro discorsetto di oggi potrebbe essere la tua salvezza! Forse un giorno, tra molti anni, quando sarai madre o addirittura nonna, ripenserai a questo momento e.... E che gli occhi di ghiaccio di Mrs Thayer si fossero improvvisamente riempiti di lacrime. Ricorderai Agnes Thayer con benevolenza! E che Kat avesse mormorato, sbattendo le ciglia: Ooooh, Mrs Thayer. Glielo prometto!.
L'indomani Kat e le sue compagne di camera si erano prese una splendida rivincita entrando di nascosto nel salotto e buttando per terra riviste e giornali; quando era arrivata la posta, avevano intercettato quella indirizzata a Mrs Thayer, compresa una busta azzurra, e l'avevano strappata, lasciando i brandelli sul tappeto davanti alla sua porta. Alcune ragazze avevano assistito alla scena, ma nessuna aveva cercato di fermarle. Se fossi stata presente, forse avrei... detto qualcosa? Le avrei implorate? Oppure avrei riso nervosamente e istericamente con le altre? La perfida albionica deve capire che non  una di noi disse Kat raggelante. E un'altra volta, ma con meno vigore, Mrs Thayer suon la campanella d'argento in sala da pranzo, tremando di indignazione e con gli occhi azzurramente accesi di paura. Aveva bevuto? Rossore sulle guance gi rubiconde, lieve strascicare delle parole. Eppure quanto era fiera la sua postura, stretta nel bustino, l sul divano: Figliole! Che cos' questa... anarchia! Esigo spiegazioni. C'era silenzio; atmosfera risentita che sconfinava nella ribellione; le pi sfacciate si scambiavano smorfie ridicole; alcune fumavano apertamente, o masticavano rumorosamente una gomma; un certo numero non aveva risposto alla convocazione; Kat era uscita con il suo ragazzo della Deke e le sue compagne di camera al piano di sopra ascoltavano musica rock. Mrs Thayer supplicava con gli occhi quelle che credeva sue alleate: Lulu, una delle sue preferite, con la faccia da bambola, grandi occhi innocenti sgranati e una bocca da cui uscivano sconcezze che Mrs Thayer non avrebbe mai immaginato, spesso dirette contro di lei. Ma Lulu, inspiegabilmente, fissava nel vuoto evitando il suo sguardo. Di nuovo, come a comando, come in un film in cui la semplice ripetizione diventa un elemento comico, l'orologio sulla mensola del caminetto suon. In cucina gli sguatteri risero un po' troppo forte. Risate di ragazze: doveva esserci qualcuno con loro in cucina, zona tab a quell'ora. Speravo che Mrs Thayer non mi notasse. Ero andata a malincuore nel salotto, presentendo un disastro; non mi sentivo molto bene, malgrado mi fossi colorata le labbra di cremisi, con il rossetto di Deedee, su suo suggerimento; le avevo addirittura permesso di spalmarmi sulle palpebre un ombretto verde argento; la mia compagna di camera veniva esortata a fare qualcosa per me, che avevo un aspetto che le mie sorelle Kappa nel loro modo brutale, soccorrevole, definivano di merda. Avevo indosso il cappotto, per; bench fosse proibito, Mrs Thayer sembrava non essersene accorta; ma avevo molto freddo anche in casa e spesso mi venivano i brividi; e non volevo suscitare nelle mie sorelle Kappa pi disgusto di quanto gi provassero per me esibendo il mio pullover vuoto, senza spilla. Nella sua agitazione, Mrs Thayer mi guard dritto negli occhi e capii che non avevo scelta. Alzai la mano e dissi a voce bassa, penitente: Mrs Thayer, sono... sono stata io. Mrs Thayer mi fiss incredula. Tu? No, tu no. Non c'era esitazione nella sua risposta. Ma io insistetti, sommessamente: Sono stata io, Mrs Thayer. Mi dispiace molto. Perplessa, Mrs Thayer disse: Ma... perch?. Non riuscii a trovare una risposta sensata a questa domanda sensata. Sentivo le mie sorelle Kappa che bisbigliavano; la mia mente si muoveva al rallentatore, come un mulino a vento, percorrendo grandi archi. Non avevo gi confessato, qualche settimana prima? Perch era cos inaspettato che confessassi di nuovo? Mi sentii dire: Non... non so perch, Mrs Thayer. Sono stata presa da un impulso, credo. Un impulso! Di distruggere la posta? La mia posta?  un reato di competenza federale, mi risulta. Cercava di parlare in tono vendicativo; cercava di convincersi che ero veramente io la colpevole; le Kappa mi guardavano intimorite, era risaputo che erano state Kat e le sue compagne di camera; non aveva senso che io confessassi; Lulu, accendendosi sfacciatamente una sigaretta, con l'anello di fidanzamento che luccicava, mi lanci un'occhiata di disapprovazione, come se non avesse mai visto nessuno cos patetico in vita sua. Ma chi sei? Perch sei qui? Che cosa diavolo ci fai in mezzo a persone sane di mente? Sentendo il bisogno di sembrare pi convincente, mi misi a piangere; non ero abituata, avendo sempre resistito ai tentativi dei miei fratelli di portarmi alle lacrime; di fare di me una ragazza; una ragazza piagnucolosa e inferiore ai maschi; eppure in quel momento piangevo sinceramente e mi sentivo la faccia contratta come quella di un neonato. Una ragazza mi porse un Kleenex un po' usato, senza guardarmi. Scoppi di risate e rumore di piatti rotti in cucina, ma Mrs Thayer pareva non aver udito. Mi fissava, la mano grassoccia premuta sul petto. Portava, quasi tutti i giorni, tailleur di lana squadrati e vezzose camicette. Quel giorno aveva la camicetta di seta bianca leggermente macchiata. Bene, care, allora, ragazze... voi altre, visto che siete innocenti... Mrs Thayer gonfi le guance, forse cercando di essere ironica senza averne la sicurezza ... siete congedate. E nel giro di pochi secondi l'intero branco se ne and, salendo con fragore le scale, ridendo.
Rimase solo lei, imponente, che respirava rumorosamente e guardava meditabonda me che sedevo, penitente e cocciuta, sul tappeto l vicino. Alla fine disse, esasperata: Elise... no, Alicia? Se stai dicendo la verit e non stai semplicemente proteggendo un'altra ragazza, o pi di una, dovrai porre fine a questo... comportamento innaturale. Subito! Altrimenti informer la direttrice accademica! E se non stai dicendo la verit, se mi stai mentendo, in questo momento, dovr... dovr informare la direttrice accademica. Io fissavo le sue caviglie gonfie. Non trovavo il coraggio di contraddirla, di farle notare che non mi chiamavo n Elise n Alicia n avevo alcun nome che assomigliasse a questi. Riuscii solo a ripetere, sottovoce: Ma sto dicendo la verit, Mrs Thayer... che motivo avrei di mentirle?. Quella domanda era una supplica, ma non una supplica cui Mrs Thayer potesse rispondere. Era una domanda rivolta al Vuoto.
Mrs Thayer stava cercando di alzarsi dal divano appoggiandosi al bracciolo; aveva il fiato corto, il viso carnoso confuso e tirato. Mi alzai di scatto per aiutarla. Il suo peso sul mio braccio era caldo e livido. Quando fu di nuovo in piedi, per, Mrs Thayer mi spinse via; gli occhi le brillavano di indignazione. Voltandosi per andarsene, scuotendo la mano inanellata, emettendo uno sbuffo di disgusto e perplessit: Puoi rassettare la stanza, ragazza strana e perversa. Accetto le tue scuse. Ma se un simile comportamento dovesse ripetersi, informer la direttrice accademica e chieder che tu venga espulsa da questa casa.
Mormorai alle sue spalle: S, Mrs Thayer.
Da quel momento n le mie sorelle Kappa n Mrs Thayer si fidarono mai pi di me.

Perch come potevo spiegare a Mrs Thayer: meglio pensare che ci sia solo un responsabile, e non molti? Meglio pensare che l'universo sia razionale e che si possa giungere a conoscere una piccola parte della sua verit, per quanto falsa sia?

La mattina dopo mi svegliai nel buio invernale prima dell'alba. Uscii dalla casa-prigione prima delle sette. Stava arrivando il personale della cucina, ma non fece caso a me. N io parlai con nessuno. Mi ero tenuta alla larga dalle camere per tenermi alla larga dagli sguardi distolti delle mie sorelle. Capivo che la mia compagna di stanza, che mi aveva prestato i suoi trucchi, che si era offerta di mettermi i bigodini, si vergognava del mio comportamento. E dice che ha la lebbra! Voglio un'altra compagna di stanza. La odio. Mi ero stesa sul vecchio divano della sala studio a pianificare il resto della mia vita. Oppure il resto della mia vita mi era passato davanti turbinando come una cometa con la sua coda in fiamme? Ero in preda al panico al pensiero di aver perso Ida: quando cercavo di ricordare mia madre, vedevo solo le fotografie sgualcite. Non vedevo una donna viva, vedevo l'immagine in bianco e nero e a due dimensioni delle foto che mia nonna mi aveva lasciato guardare a malincuore da piccola. Non con le dita appiccicose! mi aveva avvertito. Eppure le foto sciolte nell'album spesso si appiccicavano tra loro.
In segreteria, all'Erie Hall, mi dissero che ero arrivata troppo presto. Ma non posso lavorare adesso? Non c' lavoro pronto per me adesso? Forse l'urgenza del mio tono di voce allarm l'assistente amministrativa, una giovanile donna di mezz'et che si era occupata della mia borsa di studio e che era sempre sembrata affezionata a me; il legame tra di noi si era strappato come una ragnatela, per il fatto che ero andata a lavorare al mattino e non nel pomeriggio, e non c'era posto per me. E avevo i capelli spettinati, gli occhi dilatati in modo innaturale e le palpebre infiammate e spalmate di ombretto verde argento. Dove andai dopo, nell'aria gelida, mentre un abbagliante cielo opalescente si schiariva a poco a poco sopra la mia testa, non ricordo chiaramente. Ad Auburn Heights, forse. Dove un pastore tedesco abbai eccitato quando mi fermai esitante all'imbocco della traversa con i bidoni della spazzatura. Tutto era coperto da una crosta di neve granulosa che sembrava plastica indurita. Non credevo di avere fame, ma sapevo di dover mangiare; ma il cane abbaiava, abbaiava; era Cerbero, che mi mandava via abbaiando e non avevo altra scelta che ritirarmi. Il respiro affannoso mi si condensava nell'aria e le lacrime mi si solidificavano sotto gli occhi come rivoletti gelati. Avevo una pesante sciarpa di lana grigia, sporca, legata intorno alla testa come un foulard; era una sciarpa di buona qualit che avevo trovato in uno scatolone di rifiuti lasciato sul marciapiede di Genesee Street, poco lontano dalla sorority. Camminavo, arrancando nelle salite innevate del campus, muovendo le labbra in silenzio. Non odiatemi! Volevo solo che voi due foste fieri di me. Dalla mia memoria stava scomparendo non solo il viso di mia madre, ma anche quello di mio padre. Era morto da pi di un anno. Occorre forza per trattenere le facce dei morti e la mia forza, che avevo sempre dato per scontata, forza nervosa e affannata come un topo che corre in un labirinto, mi stava abbandonando. Avevo scritto a mia nonna chiedendole di mandarmi una o due foto di mio padre, ma non mi aveva risposto. Il corpo di mio padre non era mai stato trovato; a Strykersville non era stato mandato nessun certificato di morte, che io sapessi; quando una delle mie sorelle Kappa mi aveva chiesto, come presa da un improvviso sospetto, forse imbeccata da Deedee, dove viveva mio padre, avevo risposto che era andato a ramengo. Lei aveva detto Dove? come se non avesse sentito bene e io avevo detto: A Ramengo.  una citt, veramente. Forse un giorno ci andr anche tuo padre. A lezione di filosofia c'era una ragazza seduta con le spalle curve, il cappotto addosso, in una delle file pi esterne sotto alte finestre abbaglianti. Mentre gli altri studenti prendevano diligentemente appunti, lei fissava con occhi avidi il professore che spiegava con voce calma e monotona il problema dell'esistenza di Dio. Platone e Aristotele, sant'Agostino, Francis Bacon e Spinoza, Voltaire, Kant e l'idealismo tedesco... La ragazza era di un pallore livido e i suoi occhi scuri e infossati erano forzatamente attenti. Aveva le mani nelle tasche del cappotto. Cercava una penna, la penna le sfugg dalle dita e rotol sul pavimento consumato. Oh, ignoratela.  pazza.  patetica. Prende tutto troppo sul serio. Vuole solo attirare l'attenzione. Gli altri studenti le lanciavano occhiate circospette. Nessuno era seduto vicino a lei. L'aula era un luogo di pensiero astratto e di speculazione incorporea; non era il posto adatto per un corpo, e meno che mai un corpo fremente di emozione. Alla fine della lezione, quando il professore sollecit eventuali domande, si vedeva che i suoi occhi scaltri evitavano la ragazza seduta sotto la finestra con la mano tremante alzata. Domande accademiche, per favore! Niente emozioni, per favore! Con voce nasale, agitata, tremula ma ostinata, la ragazza domand qualcosa che suonava come: Se Dio  in un libro perch ci sono cos tanti libri? Perch dovrebbe manifestarsi in cos tanti libri?. Segu un rispettoso silenzio. Il professore si accigli, come se stesse prendendo in seria considerazione la domanda e non calcolando quanti minuti mancavano alla campanella che segnalava la fine della lezione. La ragazza rise nervosamente. Si sfreg gli occhi. Nessuno voleva guardarla. Invece di rivolgersi alla classe come faceva d'abitudine nel rispondere alle domande individuali, il professore rimase a fissare in silenzio la ragazza con occhi solenni; alla fine disse che le avrebbe parlato dopo la lezione. Si vedeva che aveva tirato fuori dalla sua cartellina l'elenco degli iscritti al corso per dargli una rapida scorsa; voleva controllare come si chiamava la ragazza, perch nell'imbarazzo del momento lo aveva dimenticato. Una delle sue studentesse pi brillanti e fastidiose, che consegnava tesine tre volte pi lunghe di quelle dei compagni di corso e prendeva invariabilmente A, e lui aveva dimenticato come si chiamava? Non  nell'elenco. In nessun elenco. Non risulta iscritta all'universit. Non risulta iscritta nell'Universo. La lezione termin, finalmente. Che sollievo! La ragazza di un pallore malaticcio rimase seduta, anzi no: era riuscita ad alzarsi, sotto un'alta finestra abbagliante come l'occhio impazzito di Dio sorrideva incerta tra s; aveva il cappotto, per non far vedere il petto piatto da bambina senza la spilla delle Kappa a compensarne la piattezza; si diceva che fosse scostumata, ma lei non sapeva neanche cosa volesse dire, solo che era una brutta cosa. Essere scostumata comportava nascondere in luoghi improbabili fazzoletti di carta incrostati e appallottolati. Il professore aspettava vicino alla cattedra per parlarle a tu per tu e posava lo sguardo preoccupato ora su di lei ora intorno a lei, per la ragazza non si faceva avanti; muoveva le labbra, in silenzio, e sorrideva; era una ragazza litigiosa, e malauguratamente troppo intelligente per il suo stesso bene; tutti nella sua famiglia, pi i vicini delle fattorie circostanti e i parenti, lo dicevano: troppo intelligente per il suo bene; il professore, riponendo le sue carte nella valigetta, facendo scattare la chiusura della valigetta, ormai fingeva di non notare la ragazza ai margini del suo campo visivo; forse nell'urgenza del momento, visto che un'altra studentessa si stava facendo avanti per parlargli, aveva veramente smesso di accorgersi di lei.

Mi mordevo le labbra per non gridare il mio nome. Ma tutto a un tratto non sapevo come mi chiamavo.

Dune di neve spazzate dal vento. Olmi morenti e spogli in continuo contorto movimento, soprattutto i rami pi alti, nel vento. Correvamo infagottate in cappotti e giacche con il cappuccio. Eravamo giovani: condotte da chi era pi anziano di noi come un branco di bovini. Le pi deboli barcollavano e cadevano e venivano dimenticate. Al crepuscolo lo spartitraffico alberato di University Place continuava a emanare un cupo, spento, magico biancore di neve mentre il cielo, come al solito denso di nuvole, nuvole identiche a quelle che avevo visto il giorno precedente, era pesante come un soffitto in procinto di crollare. La strada delle confraternite. Il professore non avrebbe mai capito. (O avrebbe capito?) Anche in quel momento di sconfitta e disintegrazione provavo il vecchio brivido romantico, irresistibile attrazione romantica, nel vedere in lontananza le grandi case con luci accese a tutte le finestre. E in fondo la casa delle Kappa, sul lato nord della strada, con le imponenti colonne doriche illuminate, di un bianco spettrale, il tetto spiovente come la figura di un libro per bambini, promessa di calore all'interno. Anche in quel momento.
Pur essendo passata molte volte nel punto in cui l'uomo con gli occhiali dalla montatura nera mi aveva avvicinato facendosi beffa delle mie tette, non si era mai pi ripresentato. Il suo fantasma pallido aleggiava in lontananza. Lo cercavo; lui, l'improvvisa sorpresa, la sua lingua piccola che spuntava dalla bocca, il fiato che si condensava; temevo e al tempo stesso speravo di vederlo, perch esiste una perversa consolazione nella ripetizione, o perlomeno un'affermazione della propria identit; ma il freddo intenso aveva arginato il suo ardore e il mio comportamento poco femminile aveva scoraggiato il suo concetto sentimentale di ragazza. Lo immaginavo semicieco e brancolante senza occhiali, ma naturalmente doveva essersene procurato subito un altro paio.

Gradisce un po' di zucchero? Latte? Sognando a occhi aperti e asciutti, sorridevo finch non mi faceva male la bocca e versavo t in antiche tazze Wedgwood usate soltanto in queste speciali occasioni; non ero che una fra tante versatrici di t e di caff; con le dita squamose e le unghie rosicchiate porgevo cucchiaini d'argento e tovagliolini di lino con le iniziali ?G?. Gli spazi comuni della casa della Kappa erano stati trasformati: alti vasi di fiori bianchi, rose, garofani, gardenie, addirittura tulipani; al pianoforte un'ex universitaria di nome Marylinne suonava un tempestoso Liszt alternato a musiche di Broadway. Era il ricevimento annuale, BENTORNATO KAPPA! Le ospiti erano ex universitarie, alcune giunte in auto o in aereo da molto lontano, e un gruppetto selezionato di dipendenti dell'universit insignite per quella sera del titolo di Kappa onorarie; non erano molte, perch non erano molte le donne che lavoravano all'universit; la pi importante era la direttrice accademica, amica di Agnes Thayer, o perlomeno sua alleata nell'incessante lotta per il mantenimento di una condotta decorosa di fronte ai continui attacchi dei maschi. La direttrice accademica era una donna tarchiata con il mento a salsicciotti, le guance che parevano frittelle e gli occhi allegri e sospettosi; portava un tailleur di tweed color erica la cui giacca conteneva a stento il davanzale prosperoso. La direttrice accademica era la minaccia cui ricorrevano Mrs Thayer e le altre direttrici delle sororities, perch aveva il potere di espellere le studentesse dall'universit per giusta causa. Abbondavano le voci sui suoi giudizi severi avvolti in sorrisi e sulla sua mania per le procedure corrette. Quando tocc a lei ricevere t, latte e zucchero, ebbi l'impressione che mi fissasse storcendo leggermente la bocca. Ci conosciamo, cara? S? Prima del ricevimento avevo fatto velocemente la doccia al piano di sopra perch il mio corpo emanava un odore di umido, come di funghi; non avevo avuto il tempo di lavarmi i capelli folti, aggrovigliati, ma li avevo un po' umidi, o forse sudavo, riccioli appiccicati sulla fronte come virgole impazzite. Naturalmente mi ero dovuta togliere il cappotto: le mie sorelle Kappa erano stufe di quel brutto cappotto: mi avevano prestato un vestito buono di lana, e intorno al collo, per nascondere la magrezza e l'assenza della spilla, una sciarpa di lana che nel turbinio della festa e alla luce incerta delle candele sarebbe potuta passare per un elegante foulard di lana-seta.
Quante donne! Quanti nomi! Volti! E quasi tutti di Kappa. Molte ex universitarie erano donne giovani, eleganti e belle, che si erano laureate a Syracuse negli ultimi dieci anni; altre erano vicine ai quarant'anni o decisamente di mezz'et, ma avevano tutte qualcosa in comune: la spilla delle Kappa, ebano e oro, con la catenella d'oro, portata con orgoglio sul seno sinistro come un capezzolo ingioiellato. Quanto mi sentivo inadeguata: fenomeno da baraccone in mezzo a femmine normali. Alcune avevano ancora un fisico giovanile o addirittura voluttuoso, molte erano diventate floride, robuste, grassottelle, grasse. Le mie sorelle maggiori, esperte di ricevimenti di quel genere, si muovevano tra le signore sorridendo felici e stringendo energicamente mani. Lo scopo del t annuale delle ex universitarie: creare un forte legame tra Kappa vecchie e nuove, rinnovare il rapporto di sorellanza e DIVERTIRSI DA PAZZI! Noi Kappa pi giovani non eravamo autorizzate a socializzare con le ex universitarie benestanti; solo le Kappa pi carine e affascinanti venivano assegnate a quelle signore, i cui nomi erano sacrosanti nel capitolo di Syracuse dell'associazione per via delle generose donazioni fatte negli anni precedenti. C'era la signora K., il cui marito era presidente della G.; c'era la signora T., il cui marito lavorava in una banca d'investimento, la ...Trust; c'era la signora B., il cui marito era proprietario dell'immobiliare T.; l, seduta su un sof in un angolo del soggiorno parato a festa, circondata da cinque o sei giovani Kappa raggianti che le rendevano omaggio, c'era la leggendaria signora D., che aveva fatto un lascito di un milione di dollari al capitolo di Syracuse della Kappa Gamma Pi in onore della figlia, una Kappa classe 45, morta poco dopo la laurea. Si dava per scontato che la signora D. avrebbe ricordato l'associazione nel suo testamento, ma la signora D. non sarebbe stata l'unica, e noi eravamo state esortate a non sottovalutare nessuna delle sorelle anziane, per quanto potesse sembrare ordinaria ai nostri occhi non allenati. Non era questo a preoccuparmi in quel momento, perch le ragazze del secondo anno dovevano esclusivamente servire; eravamo state lungamente addestrate a comportarci in maniera adeguata dall'addetta alle funzioni pubbliche Judi e dall'onnipresente Mrs Thayer, che il giorno prima aveva anche sorvegliato personalmente cinque estenuanti ore di lucidatura degli argenti da parte dell'oberata Geraldine.
Ricordatevi, ci era stato detto gravemente, che siete Kappa. E sempre lo resterete.
Ci era stato insegnato a muoverci con grazia portando pesanti vassoi d'argento carichi di piattini Wedgwood colmi di pasticcini, scones caldi con il burro e altre delicate leccornie; poco sicure di noi stesse come cameriere, sorridevamo sempre. Soprattutto io. Non volevo pensare a quando ero quasi crollata durante la lezione di filosofia, momento terrificante, ma solo a interrogativi filosofici esaltati, astratti. Se Dio esiste, noi siamo in Dio? Se Dio esiste, come possiamo non essere in Dio? Ma siamo in Dio anche adesso? Anche qui, nella casa della Kappa al 91 di University Place? Nel ventre della bestia? Illustri antenati, da Platone a Spinoza, da Aristotele a Nietzsche, sarebbero impalliditi di fronte a quelle stridule risate femminili simili a seta strappata. Il brusio confuso e ronzante dell'universo di William James sarebbe stato tacitato dalle alte voci estasiate delle Kappa. L'aria era porosa e satura di profumo, cipria, lacca. Vivevamo in una vigorosa era di vigilanza militare americana nel mondo, di quell'incessante controllo del comunismo ateo che sarebbe presto deflagrato in una guerra catastrofica con una remota nazione dell'Estremo Oriente che si diceva minacciata dal comunismo, di cui nessuna di noi a quel t conosceva i fatti pi elementari; era un'epoca di inebriante maschilismo, e tuttavia un'era di figure femminili voluttuose, di pettinature vaporose, cotonate e tormentate e laccate, luccicanti come nidi di calabroni, teste araldiche su antichi rotoli e su pareti di tombe antiche. Non c'era da meravigliarsi se deliziosi pasticcini e tazze di t e caff zuccherato venivano consumati con appetito. Per riprodurre la specie, bisogna essere fertili; per essere fertili, bisogna mangiare. Solo io, al centro del mio universo rarefatto, non avevo appetito. Spinoza voleva credere che le cose non potrebbero essere state prodotte da Dio in nessun altro modo e in nessun altro ordine che quello in cui sono state prodotte. Vidi in un lampo che avrei potuto rivoluzionare tutta la filosofia se avessi osato chiedere Perch vuoi credere ci che sostieni di credere?. A bocca aperta, sbalordita dalla mia improvvisa genialit, previdi che un simile interrogativo avrebbe incontrato l'ostilit dei filosofi (maschi): e tutti i filosofi lo erano (maschi) sebbene in tutta la filosofia classica non si trovi riconoscimento del pene, e tantomeno del concetto di pene. Il mio interrogativo avrebbe incontrato ostilit perch presupponeva l'esistenza nella vita di fattori puramente contingenti che avevano poco o nulla a che fare con la speculazione filosofica, solo con movimenti fortuiti di individui che cercano disperatamente di sopravvivere. Sopravvivere e basta! Dubitavo che avrei avuto la puntigliosa integrit di Spinoza: se mi fosse stato offerto un cappotto decente al posto del mio, vecchio e vergognosamente consunto, avrei declinato, come notoriamente aveva fatto Spinoza? Mi tremava la mano nell'offrire una tazza Wedgwood di t a DEBBI JACKSON 49 TROY NY.
DEBBI JACKSON alz la voce per farsi sentire nella confusione e mi chiese con complicit da ragazzina se non ero felice di abitare nella casa della Kappa, com'era grande, com'era strana, ricordi meravigliosi di ore passate in salotto a darsi la buonanotte, mi piaceva essere una Kappa? E il mio sorriso diventava pi profondo e a voce alta rispondevo che S, mi piaceva molto stare l, ero felicissima solo che, e DEBBI JACKSON si chinava chiedendo S, cosa? e io sentivo la mia voce che diceva che non ero sicura di essere una vera Kappa Gamma Pi, che forse era moralmente sbagliato da parte mia esserci, DEBBI JACKSON e un'altra anziana sorella mi sorrisero perplesse e chiesero: Perch? Perch mai? e io balbettai: Perch ho... sono... penso di essere... di sangue ebreo.
Ecco. Era stato detto.
Tuttavia DEBBI JACKSON e JOAN FAX FAXLANGER 52 continuarono a sorridere un po' perplesse. In societ la Kappa poteva scegliere fra due modalit espressive: il sorriso felice e lo sguardo vagamente perplesso. DEBBI, o forse JOAN, mi chiese che cosa avevo detto, non si sente niente qui, e io ripetei, pi forte di quanto intendessi: Ebrea, penso. Sono ebrea. Penso. E dalla bocca mi sgorg una cascata di parole come acqua sporca e insaponata da una lavatrice rotta e piena zeppa: spiegai a quelle mie sorelle maggiori, adulte, che avevo motivo di credere di essere ebrea per un quarto; avevo motivo di credere che i genitori di mio padre fossero ebrei tedeschi che avevano astutamente cambiato nome per nascondere le proprie origini, e per depistare i loro persecutori, e... La Kappa Gamma Pi boccia le candidate ebree alla prima selezione, no? DEBBI JACKSON e JOAN FAX FAXLANGER mi guardarono come se avessi gridato oscenit sulle loro belle facce incipriate; arrossendo, scossero la testa fingendosi con discrezione sorde, rifiutandosi di guardarmi negli occhi e di guardarsi negli occhi tra loro nella fretta di scappare; traballando sulle scarpe a punta con il tacco alto portarono tazze, piatti e tovaglioli di lino dall'altra parte della stanza piena di gente come se non avessero sentito il mio sfogo, come se quella bizzarra conversazione non avesse mai avuto luogo. Una ragazza dell'ultimo anno mi fece affannosamente segno di tornare al mio posto, a servire il t alla tavola principale.
L c'era molto bisogno di me. Nonostante la mia goffa incapacit, la mia faccia di cartapesta, la mia mente altrove. Nonostante il sudore sotto le ascelle del vestito buono, prestato e senza spilla. Perch stavano arrivando nuove invitate, un'altra ondata di ex universitarie, altre facce, sorrisi, nomi. Pi la festa andava avanti, pi le vecchie Kappa diventavano gagliarde e rubiconde, petti sporgenti e fianchi come angurie, voci perforanti d'ottone e gioielli abbacinanti; alcune portavano tailleur alla moda bordati di pelliccia che parevano creature vive, prigioniere. Il fragore delle loro voci e risate cresceva raggiungendo un picco febbrile, ma continu a salire. Vidi Mrs Thayer che mi osservava di nascosto dal suo posto d'onore, come osservava tutte le altre giovani Kappa; doveva essere stata tratta in inganno dal mio sorriso al neon, dalla mia perfetta imitazione della condotta decorosa; mi ero programmata come una bambola meccanica, con un unico (non udito e non denunciato) sfogo a mio discredito; faceva parte dei principi dell'universo spinoziano che tutto fosse predeterminato, predestinato; non era possibile, o forse desiderabile, nessun intervento del caso e del libero arbitrio. Se avessi tenuto i miei pensieri in ordine, come un apicultore che trasferisce le api nell'alveare, avrei avuto una buona performance, non sarei stata punta, non sarei morta. E tuttavia: il tic-tic-ticchettio nei miei canali uditivi. Le mani che tremavano, con le unghie non del tutto pulite. Lo sfogo sulle nocche che qualcuno mormorava fosse un sintomo di lebbra. La sciarpa grigia sudicia che mi pendeva dal collo come un inutile cappio; perch? Mi rifiutavo di prendere in considerazione la lezione di filosofia di quella mattina, rabbrividivo di vergogna meravigliandomi del mio stesso comportamento; perch non era stato un comportamento adeguato; non era stato un comportamento sano, indice di sanit mentale. Avrei ricordato per tutta la vita l'espressione di allarme, piet, sgomento negli occhi del professore quando si era reso conto di avere una pazza tra i suoi studenti, l'ultima cosa che desiderava; era un docente di parole, non di esseri umani; era entrato in collisione con la sua stessa valigetta, nella premura di uscire dall'aula. Eppure io lo adoravo. O desideravo credere che lo adoravo. Visto di fronte, aveva una testa nobile, imperturbabile, cui conferiva ulteriore dignit una curatissima barba color peltro; di profilo, aveva un mento che pareva sciogliersi pian piano e la barba era un ciuffetto incollato attraverso cui filtrava la luce.
Le forme eterne di Platone erano trasparenti o solide? Nessun commentatore in pi di venti secoli aveva affrontato questo interrogativo.
Ero distratta dall'allegro frastuono di voci femminili. Allarmata, vidi che i lampadari di cristallo, di sottilissimo vetro di Murano, tremavano. Mi facevano male le braccia (piacevolmente, normalmente) a furia di sollevare la teiera sorprendentemente pesante per versare, versare, versare. Versare t Earl Grey (scelto da Mrs Thayer) senza farne cadere una goccia, come mi era stato severamente raccomandato, sull'antica tovaglia di lino irlandese che solo in rare occasioni veniva tirata fuori dalla credenza di mogano. Dovevo presentare le ex universitarie alle giovani Kappa e le giovani Kappa alle ex universitarie; non ero stata scelta appositamente, quell'onore mi era capitato pi o meno per caso; tuttavia, come l'attore che all'improvviso viene chiamato a sostituirne un altro sulla scena, mi ritrovai a recitare una parte. I giusti movimenti delle mani, le parole giuste da pronunciare nel tono giusto, educato, ma non ossequioso, figliole!. Mrs Thayer ci aveva fatto provare instancabilmente l'arte ormai dimenticata delle presentazioni. Mai dire, come la maggiore parte degli americani, un disinvolto: Le presento.... Si diceva invece: Ho l'onore di presentarle.... Il signore va sempre presentato alla signora, la donna giovane alla pi anziana, non viceversa. (Con lo stesso principio si decideva chi doveva dare la precedenza nel varcare una porta.) Ognuna di noi mormor diverse volte Ho l'onore di presentarle... e Ho l'onore di presentarle.... Naturalmente il secco accento inglese di Mrs Thayer era al di l delle nostre capacit di imitazione, come il lampo dei suoi splendidi occhi azzurri. Noi parlavamo solo inglese americano, dialetto spregevole e imbastardito; molte di noi avevano l'accento piatto e nasale dello Stato di New York, detestabile per l'orecchio raffinato di Mrs Thayer quanto lo stridore di unghie su una lavagna. La poveretta era rabbrividita innumerevoli volte nel sentire la mia pronuncia e, facendo ridere tutti (compresa me), diceva che senz'altro non lo facevamo apposta a parlare in modo cos barbaro, vero?
Nell'ultima settimana erano stati fatti abili accenni a portata d'orecchi di Mrs Thayer riguardo a una sua possibile imminente ammissione come Kappa onoraria. Era un grande onore riservato a poche, pochissime, direttrici di sororities: le ragazze loro affidate, in segno di gratitudine per la loro meravigliosa abnegazione, le eleggevano socie onorarie. Naturalmente questo non sarebbe successo alla Kappa Gamma Pi. La voce era stata malignamente messa in giro da Kat e dalle sue amiche per accrescere le aspettative di Mrs Thayer e gonfiare la sua opinione di s.
La perfida albionica. Se lo merita.
Non sapendo che le studentesse Kappa la disprezzavano tutte, con l'impotente eccezione di una, Mrs Thayer si era vestita con particolare cura per il ricevimento, con il tailleur di ruvida lana blu elettrico che le fasciava i fianchi come budello di salsiccia, la pi disperatamente vezzosa delle sue camicette di seta, uno spillo con perla, orecchini di perle e la coraggiosa spilla smaltata. Aveva intuito che, malgrado la voce sulla sua imminente ammissione come Kappa onoraria, le restava poco tempo? Tic-tic-ticchettando come l'orologio sulla mensola del caminetto? Sorrisi alla cieca nella sua direzione e vidi i suoi occhi diventare opachi per fingere di non vedermi. In un angolo della sala, con piatti ricolmi di pasticcini, DEBBI JACKSON e JOAN FAX FAXLANGER e un'ex universitaria pi vecchia e pi grassa mi guardavano meditabonde. Meditabonde: questa non era una modalit espressiva da Kappa. Vidi le loro labbra appiccicose che si muovevano, vidi i loro sguardi offesi.
Ebrea? Chi?
Ebrea? Qui?
Dove?
Lei?
Rabbrividivo e sudavo sotto le ascelle. Un aforisma di Nietzsche che mi era parso esagerato e melodrammatico adesso mi scorreva nel cervello come corrente elettrica. Non il loro amore per gli uomini, ma l'impotenza del loro amore per gli uomini impedisce ai cristiani di oggi di... mandarci al rogo. Eppure continuavo intrepida a versare abilmente t Earl Grey in una miriade di tazze di delicatissima porcellana. Se il professore di filosofia che dubitava della mia sanit mentale avesse potuto vedermi in quel momento! Se il territorio tormentato da ghiacciai dello Stato di New York si fosse sollevato e l'intera met femminile della popolazione si fosse riversata in quella sala come attraverso un imbuto, formando una coda ininterrotta davanti a quel tavolo, io avrei continuato a versare, versare. Avevo deciso che probabilmente la vita  pi che altro una questione di parole memorizzate in sequenza; parole, gesti, sorrisi e strette di mano in sequenze prestabilite; la vita non  come insegnano i grandi filosofi nella loro solitudine, non  questione di essenze ridotte a teoremi, proposizioni, sillogismi e conclusioni, ma di formule lessicali giuste pronunciate nel contesto giusto. Forse non era cos seria, dopotutto: la vita? Forse non valeva la pena di morire per la vita.
Scambiasti la tua vita con una figlia. Sono io quella figlia?
Ecco arrivare Mrs Thayer come una nave sbandata. Pi erano vecchie e pi le sorelle Kappa parevano apprezzare sinceramente Mrs Thayer. Quelle giovani erano meno espansive. Erano loro a pagare lo stipendio di Mrs Thayer. Era dalla loro capricciosa benevolenza che dipendeva il suo posto di lavoro. La festa saliva di tono, e si vedeva Mrs Thayer bere avidamente t con zucchero e latte e divorare pasticcini con indecorosa ingordigia; file di briciole le si raccoglievano come perline sul petto. Bench si mescolasse alle invitate, mostrando con cura di ricordare vecchi volti amatissimi, la sua vera attenzione era rivolta al bere e al mangiare; le luccicavano gli occhi. Quella donna andava pazza per i dolci, quello era il suo segreto. Uno dei suoi segreti. Era una donna avida, ansiosa, con il bustino stretto a contenere e negare la sua avidit. E beveva di nascosto, si vociferava sempre pi apertamente. Prova a sentirle l'alito! La Thayer crede di poterlo nascondere masticando mentine.
Mrs Thayer si dirigeva verso di me con pi determinazione. Con la scusa di portare un vassoio in cucina le voltai le spalle, urtai un grande corpo caldo e per poco non rovesciai il vassoio, mi ripresi in fretta, sia pur perdendo una tazza, che cadde a terra; una Kappa dell'ultimo anno con destrezza mi prese il vassoio dalle mani vacillanti rivolgendomi un sorriso duro; mi allontanai, pensando che il mio dovere di Kappa per quel giorno fosse concluso. Sarei salita di sopra alla chetichella, mi sarei nascosta nel bagno del secondo piano. Avrei fatto freneticamente una doccia per togliermi di dosso tutti gli odori, mi sarei depilata con un rasoio preso in prestito, mi sarei recisa di netto e senza sentimento la carotide, mi sarei lavata i capelli vergognosi. Mi sarei ficcata nelle orecchie pezzetti di carta igienica e avrei letto, per la terza o la quarta volta, le Ricerche sull'intelletto umano di David Hume nella convinzione che mi potessero cambiare la vita. Ma ai piedi delle scale c'era la vigile presidentessa del nostro capitolo, che mi prese per un gomito e mi spinse verso l'alveare assordante del salotto, dove un'ex universitaria stava suonando una versione semplificata della Rapsodia in blu. Fui accompagnata a conoscere varie ex universitarie sorridenti, accomunate dall'amore per la poesia - o era amore per la pazzia? - e strinsi loro la mano, gruppetto sorridente e stordito, finch l'impertinente bionda vaporosa uno e cinquantadue coppa D TONI ELLIS 52 PLATTSBURG NY mi domand se mi piaceva stare nella casa della sorority, non  una casa favolosa, cos piena di storia e di tradizioni, l'hai mai visto il fantasma? E io non ero sicura di aver sentito bene, per cui sorrisi e annuii. Mi vennero lanciate altre domande, per qualche confuso minuto parlammo del fantasma delle Kappa (forse l'avevo sentito nominare, ma l'avevo subito accantonato, perch non c'era spazio per simili sciocchezze nella mia fantasia ferocemente razionale), che si credeva fosse l'anima dell'anziana vedova del milionario, vissuta in quella casa e morta nel 1938, e non so come sentii la mia voce dichiarare che i miei studi mi impedivano di credere nella superstizione, confessare rosicchiandomi l'unghia del pollice che non credevo di appartenere alla Kappa Gamma Pi, una sorority cristiana, che ero un'impostora in quella riunione; e queste sorelle Kappa pi anziane ridevano eccitate come se avessi detto qualcosa di spiritoso, forse era la mia faccia, la gente preferiva credere che fossi spiritosa e non altro, TONI ELLIS chiese Perch? Perch mai pensavo di essere un'impostora? e io dissi: Non sono cristiana e la Kappa Gamma Pi  riservata alle ragazze cristiane, non alle ebree, e nemmeno alle nere, vero?. Esitai, le donne mi fissavano con occhi cos vuoti. Ma... naturalmente... una ragazza nera potrebbe essere cristiana, ma... questo non basterebbe per essere ammessa nella Kappa... Giusto? A quel punto volevo solo essere capita, poco importava quel che avevo detto o cercato di dire, LUCI ANNE REEVES 59 AMHERST NY rimase cos sorpresa che si vers t con il latte sul prosperoso davanti del tailleur di cachemire rosa polvere.
Eravamo un'isola di costernazione in un mare di voci innocentemente festose e risate. Non riuscivo a trovare il modo per scusarmi. Perch in verit non mi sentivo dispiaciuta, ma provocatoria. La mia era una sfida! Mi ero sfregata gli occhi con il dorso della mano spargendomi sulla faccia ombretto verde argento. Mi voltai e lasciai le vecchie Kappa a bocca aperta, con il cuore che mi batteva come quando ero stata sorpresa davanti al cassonetto del forno, o quando il pastore tedesco che faceva la guardia al prato del suo padrone mi aveva abbaiato dietro. Inciampavo sui tacchi alti, respiravo affannosamente dalla bocca come un pugile sconfitto, spezzato, che non sa come ha fatto a tenersi in piedi per tutti quei round, prevedevo che sarei stata espulsa dalla Kappa Gamma Pi entro breve - una settimana, di fatto - che le mie sorelle scandalizzate avrebbero convocato una riunione d'emergenza nella sala delle riunioni rituali al piano di sotto e una dopo l'altra si sarebbero alzate per darmi addosso con voce coraggiosa e tremula, avrebbero indetto una votazione e mi avrebbero espulsa, evento senza precedenti nella storia burrascosa dell'associazione.
Questo lo prevedevo chiaramente. Mi pareva quasi di sentire i bisbigli delle Kappa salire fino a un frastuono di esecrazione. Non  mai stata una di noi! Ha mentito per essere ammessa e non ha nemmeno il buon gusto di continuare a farlo. Prevedevo che sarei stata espulsa non perch ero in parte ebrea (ammesso che lo fossi davvero) ma perch le Kappa, maestre di inganni, nella loro sorority non volevano una ragazza maldestramente ingannevole. Non volevano una ragazza la cui madre era non solo defunta, ma sfigurata. Non volevano una campagnola di Strykersville, New York, che era riuscita in qualche modo a ottenere una borsa di studio e aveva la media altissima e che pure non era stata in grado di aiutare negli studi tutte le sorelle Kappa che avrebbe potuto aiutare se non avesse avuto un crollo nervoso. Non volevano una ragazza cos egoista. Non volevano una ragazza con uno sfogo che sembrava lebbra. Una ragazza che doveva trecentoventidue dollari alla sorority (quote, extra, multe) e riusciva a malapena a pagare il vitto e l'alloggio mensili. Una ragazza con vestiti comprati da Sears e reggiseni coppa A. Tuttavia, nel mio stato di sconvolgimento, sembravo sapere (perch, per quanto agitata, umiliata, sconvolta fossi, fui sempre abbastanza furba da calcolare come volgere la situazione a mio vantaggio) che, se fossi stata ufficialmente espulsa dalla Kappa Gamma Pi, avrei potuto far domanda per tornare in un pensionato femminile; forse la direttrice accademica si sarebbe impietosita e mi avrebbe dato una mano. Mi sarei trasferita in uno di quei pensionati pi modesti, adatti a borsisti economicamente disagiati; dall'altra parte del campus rispetto alle case delle confraternite; sarei stata felice; se non felice, sarei stata libera dagli inganni, che forse  la stessa cosa.
Poi successe questo.
Non potevo scappare di sopra al mio Ricerche sull'intelletto umano, perch un branco di sorelle Kappa mi sbarrava la strada sulle scale, e mi ritrovai nel salotto a spingere alla cieca la porta delle stanze private di Mrs Thayer come se, in mezzo a quella confusione, la nostra direttrice inglese mi avesse fatto segno di entrare. Vieni, cara! Puoi nasconderti qui da me. Chiusi la porta in fretta. Nessuno mi aveva visto. O no? Quel mio gesto era stato cos avventato, cos senza precedenti, che sulle prime non riuscii a credere che ero dove ero, in territorio tab. Forse sorrisi, come pu sorridere una bambina in pericolo. Feci un respiro profondo e aspirai il profumo inconfondibile di Mrs Thayer: odore di lavanda, lacca per capelli, deodorante per le ascelle e qualcosa di dolce e simile al lievito, come di panetteria. Ero eccitatissima. Stentavo a respirare. Capivo che mai in vita sua il pio Spinoza si era comportato in modo cos sconsiderato, cos irragionevole, cos incurante delle conseguenze. E tuttavia: quel mio comportamento avventato era predeterminato, cos come, dati i termini,  predeterminata la conclusione di un sillogismo. Tutta la vita umana  una tautologia, un sillogismo organico. Questa intuizione straordinaria, come le altre che avevo avuto dopo la lezione di filosofia di quella mattina, mi attravers la mente simile a una corrente elettrica, e spar.
Come una bambina incantata mi guardai intorno nel salotto di Mrs Thayer. Con mia delusione, in assenza della proprietaria mi parve piccolo. E non molto bello: meticolosamente opprimente, con una prolificit di oggetti femminili. L, il sof di velluto rosa (sul quale non ero mai stata invitata a sedermi, a differenza di Freddie, Lulu, Kat e altre); l, un paio di sbiadite poltroncine Regina Anna; statuine di Wedgwood, cuscini ricamati, un paravento di lacca cinese appoggiato a una parete, riproduzioni di paesaggi di Constable, nebbiosi o sbiaditi nella penombra. Esaminai con interesse quelle che ritenevo fossero fotografie della famiglia di Mrs Thayer su un cassettone. Erano fotografie di un'epoca precedente a quella di mia madre, in nitido bianco e nero e con un che di grave; tristi persone di un mondo passato, speranzose, condannate. C'era qualcosa di tipicamente inglese, di britannico, in quelle persone? Io non lo vedevo. Avevano quasi tutti la pelle chiara e un aspetto normalissimo; due o tre erano scuri di capelli e di carnagione e mi ricordarono con un certo imbarazzo il mio stesso aspetto (sangue ebreo?). Esaminai una fotografia (datata 1919) con una bambina di circa sei anni (Agnes Thayer?) rigidamente in posa, all'aperto, tra una donna grassoccia e arruffata e un uomo magro come uno stecco, con baffi e spalle cadenti (i genitori di Mrs Thayer?). Morti da tempo. E la piccola Agnes con l'aria prematuramente adulta in strati e strati di vestiti austeri, che guardava con cipiglio preoccupato l'obiettivo. Un'altra istantanea, pi vivace, ritraeva Agnes a circa sedici anni, ragazza non bella (perlomeno non secondo gli standard dell'America degli anni Sessanta) ma piacente; con il petto prosperoso, le mani sui fianchi robusti, che guardava l'obiettivo con il collo piegato in modo civettuolo. Eccomi qui, guardatemi. Sto sbocciando. Una ragazza con un vistoso travestimento, lunga gonna svasata, bolero, berretto da uomo sulla testa, una ragazza che aveva una buona opinione di s o almeno voleva essere vista come tale. E tuttavia: quella ragazza non si era resa conto di essere in posa davanti a un muro di mattoni sporco e sgretolato, con il bucato steso sullo sfondo. Per terra pozzanghere che scintillavano come dopo un acquazzone primaverile. Da quante decine di anni erano evaporate quelle pozzanghere! Presi in mano la foto incorniciata per guardarla meglio, e mi si annebbi la vista. Avremmo potute essere amiche. La mia sorella maggiore. Ancora pi interessante era una foto ritoccata a colori pastello in una cornice di madreperla, Agnes Thayer in abito da sposa, sposa matura sulla trentina, in tailleur di raso bianco, di una lucentezza strana, con le spalle squadrate e un lezioso cappellino con il velo; accanto a lei c'era un uomo con la faccia da bambino, alto e molto magro, con un abito scuro anonimo come quello di un becchino, un garofano bianco all'occhiello simile a un osso sporgente, che le cingeva la vita con un braccio. Era Mister Thayer, l'ufficiale dell'esercito americano a cui Mrs Thayer aveva alluso tanto spesso dandosi delle arie: era pi giovane di lei! Aveva un viso lungo e stretto, cavallino, i capelli radi, le orecchie sporgenti e un bel sorriso riservato. Uno che forse a volte balbettava, ma era tanto dolce e spiritoso. Che cosa mai potevano avere in comune lui e Agnes? Era convinzione diffusa tra le sprezzanti Kappa che la nostra direttrice non avesse avuto figli. Allora quella coppia di sposini era destinata a non avere figli? Non lo sapevano ancora, nella fotografia. Ebbi un moto di malinconia, nell'osservarla. Agnes Thayer e il suo giovane marito si erano amati quanto bastava per sposarsi; anche se il loro amore si era esaurito, o si era rivelato una delusione, al tempo di quella fotografia era stato amore; un amore finito con la morte di lui. Erano passati tanti anni da allora, e la sposa sorridente era vedova, direttrice della residenza di una sorority americana, cordialmente odiata dalle ragazze che ne facevano parte, le quali stavano allegramente complottando per farla licenziare. Se solo l'avessi saputo, Agnes! Mai saresti venuta in America.
Con cura rimisi le fotografie sul cassettone. Negli stessi punti, delimitati da contorni di leggerissima polvere, in cui si trovavano prima. Era mia intenzione uscire da quel luogo pericoloso, invece... aprii la porta della camera da letto di Mrs Thayer. Forse calcolavo di fuggire dall'altra parte, dove era probabile che non mi vedesse nessuno, tranne il personale della cucina. Nella camera da letto il profumo di lavanda borotalcosa era pi concentrato, coperto da un odore pi intenso di cibo stantio, di dolce. Com'era piccola e piena di roba quella stanza! Grande come la mia a Strykersville. Dominata da un alto letto matrimoniale con sopra una trapunta di raso di un azzurro vibrante, un cassettone con lo specchio e altre foto in cornice, molte di un signor Thayer in versione pi matura, imbolsita. Era quasi calvo e portava occhiali senza montatura e il sorriso rivolto all'obiettivo era forzato. Lasciami in pace, su! Sono contentissimo, da morto. Sapevo che me ne sarei dovuta andare, tremavo per l'audacia di quel che stavo facendo; invece, stranamente, accesi una luce, aprii la porta dell'armadio e inspirai un profumo dolce-salmastro di colonia e lavanda. Mi stupii dei vestiti di Mrs Thayer appesi alle grucce di metallo, di quanto mi erano familiari, familiari come se fossero miei. Ne aveva pochi, stretti nel piccolo armadio; eppure si era travestita per noi con tanto gusto, con tanto coraggio, con un assortimento di foulard e altri accessori. Toccai la manica di un vestito di jersey beige con il corpetto pieghettato, me la avvicinai alla faccia. Mi diede una sensazione terribile, raccapricciante, come se Mrs Thayer in persona avesse alzato una mano per toccarmi. Implorai: Perch non le sono mai piaciuta? Perch mi ha respinto? Non ero io quella che leggeva Punch''? Non si  mai accorta di come la adoravo? Ha sempre saputo che ero un'impostora?
Poi frugai nei cassetti del com. Calze, biancheria, un bustino di lattice color carne che si agit al mio tocco come se fosse vivo. Il profumo di lavanda era soffocante. In uno degli ultimi cassetti scoprii una serie di lettere su carta azzurrina; affascinante per una ragazza ingenua come me vedere che il foglietto di sottilissima carta azzurrina si apriva a rettangolo, come un gioco per bambini. La grafia sottile della sorella di Leeds, l'inchiostro blu sbiadito. Carissima Agnes lessi strizzando gli occhi e sollevando la lettera verso la luce. Vorrai... non riuscivo a decifrare le parole, minuscole e fitte in maniera esasperante - il mese scorso - altra frase indecifrabile - i suoi ultimi giorni sono stati sereni dopo l'inferno di anni e ti far piacere sapere che lei non ha mai parlato di te. Quelle parole mi trafissero il cuore, ripiegai in fretta la lettera come se fosse preziosa e la nascosi nel cassetto. Tremavo forte adesso, ma sembrava che non riuscissi a smettere di fare quello che stavo facendo. Mia cara! Aprii il cassetto di una credenza e sentii rotolare una bottiglia vuota: Gordon's Gin. Vidi una scatola di latta colorata con la scritta FORTNUM & MASON: sollevai il coperchio e trovai cinque o sei caramelle fasciate. Sempre nella credenza c'era un pezzo di cioccolato con le nocciole avvolto nella stagnola. Ne presi un pezzetto e lo assaggiai: era talmente dolce che faceva male alla bocca. Avrei detto di me stessa che ormai ero adulta e avevo perso il gusto per i dolciumi, per presi un altro pezzo di quel cioccolato stantio, e poi un altro ancora. La bocca mi si riemp di saliva, come formiche che correvano, ribollivano. Aprii un'altra credenza: era il nascondiglio di gin, vino, bourbon di Mrs Thayer. Cinque o sei bottiglie, quasi tutte pi o meno a met. Ricordai, con la forza di un vecchio sogno dolceamaro, mio padre seduto solo al tavolo della cucina la sera tardi, nella casa dei miei nonni; tutte le stanze erano buie, tranne quella; era ancora piuttosto giovane, bench avesse i capelli radi, gli occhi all'ingi e la mano deforme; con la barba lunga, in canottiera e pantaloni da lavoro sporchi; gomiti sulla tovaglia sbiadita di tela cerata, bottiglia di whisky e bicchiere accanto a s; Camel accesa tra le dita macchiate; la luce che dal soffitto gettava ombre come crepe sul suo viso pensoso eppure per certi versi pacifico. L dove  andato ora, nessuno pu seguirlo. Vedevo questo, c'era una sorta di pace in quella scoperta. Perch era inutile cercare di seguire mio padre - o mia madre - l dov'erano andati ora. Una bambina in piedi su una soglia buia in camicia da notte di flanella, scalza, che guardava, si struggeva. Un'infanzia di struggimento. E in quel momento, nella camera da letto di Agnes Thayer odorosa di lavanda e di gin, pensai a quale consolazione doveva esserci nel bere, nell'ubriacarsi, nel segreto, nella solitudine. Non avevo mai capito che l'alcolismo  una malattia dell'anima: un nascondiglio, un riparo sotto rami di sempreverdi carichi di neve. Ci entravi e nessuno poteva seguirti.
Tu! Che cosa ci fai qui? Come osi?
Mi voltai terrorizzata e vidi Mrs Thayer sulla porta che mi fissava con occhi sgranati e increduli. Anche lei era scappata dalla festa della Kappa. Era entrata nelle sue stanze dalla porta sul retro. Per un lungo momento rimasi paralizzata, travolta da un'ondata di orrore, come acqua lurida; eppure provai anche una sorta di sollievo; perch adesso tra di noi era finita, o quasi. Mrs Thayer and alla credenza e chiuse i cassetti con tanta forza che le bottiglie sbatterono l'una contro l'altra. Nei suoi occhi fuori dalle orbite riconobbi ira, odio e paura. Brutta schifosa! Morbosa e disgustosa! Fuori dalla mia stanza, fuori! Fuori! Tuttavia, quando feci per passarle accanto e uscire, Mrs Thayer mi colp; mi afferr; mi prese per tutte e due le braccia e cominci a piangere. Sentivo le esalazioni del suo respiro affannoso. Il viso incipriato era rigato di lacrime, rivoletti come acido nella crosta di cipria. Cercai di dire qualcosa, ma mi si era chiusa completamente la gola. Mi sentivo impotente come una bambina in trappola; nella disperazione cercai di fuggire scavalcando il letto, ma Mrs Thayer mi blocc tra le braccia sorprendentemente robuste, bench grasse e flaccide, e mi strinse singhiozzando con rabbia, ...di tutte le ragazze! Ragazze diaboliche! Solo di te mi potevo fidare! In questo posto infernale, solo tu! E adesso? Come hai potuto! Tradirmi! Sei una pedina, una pedina nel loro maledetto gioco! Scappa, scappa se ti vuoi salvare! La voce di Mrs Thayer si alz isterica, le sue parole non avevano senso perch mentre mi gridava di scappare se volevo salvarmi, mi stringeva a s; eravamo due nuotatori che annegano insieme; le sue braccia cos serrate intorno a me che avevo il terrore di soffocare. Singhiozzava, imprecava, con una forza straordinaria per la sua et, e io mi dibattevo furiosa ma non riuscivo a sfuggire alla sua presa, e in quell'attimo sentii la follia defluire da me come acqua sporca ed entrare in Mrs Thayer. Non avrei saputo dire il suo nome: solo che era lei, la femmina, odorosa di talco, vino dolce, madida disperazione, aggrappata a me. Piangeva in maniera incontrollabile, battendo la testa contro la mia testa, e all'improvviso fui troppo debole per lottare, smisi di resistere. Avevo la faccia contratta come quella di un neonato, anche se non riuscivo a piangere, non mi restavano pi lacrime, ero una bambina, penitente, una bambina punita, con il cuore spezzato. Oltre il letto, come in un incubo, erano affastellate facce atterrite e avide: le mie sorelle Kappa sulla soglia. All'inizio poche, poi se ne aggiunsero altre, e altre ancora. Occhi sbalorditi e luccicanti, teste vaporose che ondeggiavano come teste di cobra. Labbra umide, socchiuse, scandalizzate, coperte di rossetto. Dietro di esse, altre ancora si accalcavano per vedere. Kappa! Le loro voci eccitate sibilanti si alzavano come i venti che soffiano sui nostri monti torturati dai ghiacciai. Che cos' stato? Che cosa  successo? Che cosa fanno quelle due? Chi  quella ragazza... l'ebrea?

II. L'AMANTE DEI NEGRI..
1.
Considerer le azioni e gli appetiti umani come se fosse una questione di linee, di superfici o di corpi.
SPINOZA.

Il pericolo di innamorarsi, d'inverno.

2.
...la voce della logica, della ragione, della convinzione; la voce dell'ironia, allettante; voce seducente; voce arrogante; voce giovane e impetuosa; voce occasionalmente incerta, esitante; voce che provocava, infastidiva, aggrediva come un cane feroce che mostra i denti; voce astuta, voce da Adesso mi ascolti, parlo io; voce dell'umilt; voce di finta umilt; voce affilata e crudele come una lama di coltello; voce come burro fuso; voce bassa e gutturale da trombone; voce del dolore; voce della tristezza; voce della sofferenza; voce di desiderio; voce di rabbia; voce sinuosa e viscida come il guizzo appena intravisto di un serpente luccicante; una voce che avrei voluto per me se fossi nata maschio e non femmina; una voce che avrei voluto avere pur non essendo nata maschio, ma femmina; una voce che tanto si insinu nella mia coscienza da cominciare a emergere alla fine dell'inverno del mio secondo anno di universit nei miei sogni pi vividi, devastanti e spossanti.

3.
Ingannevole dall'inizio: abitava in un posto normalissimo. Me ne accorsi subito, l'avevo seguito sin nella sua tana. Un appartamento al primo piano sul retro di un palazzo basso, di tre piani, color strutto, 1183 Chambers Street, Syracuse. In un quartiere misto dietro lo sgargiante complesso della clinica universitaria; all'ombra severa di nuovi grattacieli di un'eleganza da pochi soldi e giganteschi garage; regione sublunare di negozietti, vergognose villette di legno divise in monolocali per studenti, molti dei quali stranieri e con la pelle scura. Non pu esserci bellezza qui, e dunque n dolore n speranza.
Chambers Street era una delle salite pi crudelmente ripide nei pressi dell'universit; auto posteggiate con le gomme astutamente rivolte verso il marciapiede; crepe e buchi nell'asfalto, sporcizia; alcuni olmi infestati dalla grafiosi erano stati ridotti all'oblio da una motosega, e ne restavano soltanto i ceppi. Eppure Chambers Street era un luogo di fascino e amore. Eppure Chambers Street era entrata nella mia immaginazione. La facciata del civico 1183 era impressa nel mio cervello come una macchia d'inchiostro su qualcosa di bianco, umido e invertebrato come un mollusco: capivo che non era bella, che non aveva neppure la dimessa malinconia degli onirici palazzi di citt dipinti da Edward Hopper; era un condominio puramente funzionale, un edificio con uno scopo meramente utilitaristico; quasi a confermarne la futilit davanti all'ingresso c'era un immutabile cartello che diceva: AFFITTASI APPARTAMENTI, PER INFORMAZIONI RIVOLGERSI AL CUSTODE. La mia vista acuta prese nota di una fila di bidoni della spazzatura di metallo, sporchi e ammaccati lungo il marciapiede, di un tetto di legno che sembrava far acqua da tutte le parti, di un vialetto di accesso di cemento crepato che conduceva al portone, ma anche sul retro del palazzo, a una scala esterna di legno, coperta da una tettoia rabberciata, che portava al primo piano. Lui talvolta saliva quelle scale.
Mi dicevo: Passavo di qui per caso, sono diretta a una vera meta.
In quei mesi camminavo molto, ero inquieta, raminga. Non attraversavo mai University Place, per. Ero guarita dalla febbre delle Kappa, per sempre. Il mio camminare capriccioso e all'apparenza improvvisato mi portava spesso al confine orientale del campus, sebbene io stessi da tutt'altra parte. Talvolta passavo due volte davanti al 1183 di Chambers Street: per due passaggi poteva esserci una ragione plausibile. A volte i passaggi erano tre, e per tre non poteva esserci nessuna ragione plausibile. Allora camminavo veloce, colpevole, senza guardare l'oggetto di tanto interesse. Non avevo modo di sapere se lui era in casa a meno che una delle sue finestre non fosse illuminata, e non avevo modo di sapere se una delle sue finestre era illuminata se non mi spingevo dietro il palazzo, al crepuscolo oppure quando era ormai buio; nonostante si raccomandasse alle ragazze di non avventurarsi da sole in quella parte di Syracuse. (Una volta un'auto di pattuglia accost al marciapiede e i poliziotti mi guardarono impassibili da dentro mentre io proseguivo rivolgendo loro un sorrisetto spaventato come a dire: Sono una brava ragazza, studio all'universit, non arrestatemi!. Ciondolare nei pressi del 1183 di Chambers Street era rischioso, perch lui poteva sorprendermi tornando a casa e riconoscermi; e se mi avesse riconosciuta, avrei potuto non accorgermene visto che, data la sua riservatezza e la sua arroganza, non me lo avrebbe fatto capire; cos non avrei saputo se ai suoi occhi mi ero tradita o se invece non aveva fatto minimamente caso a me e quindi restavo innocente. A volte, vedendo un uomo venirmi incontro sul marciapiede, mi lasciavo prendere dal panico e mi nascondevo in un vicolo pieno di rifiuti, a volte proprio quello dietro il 1183 di Chambers Street, cos che ero costretta a passare accanto alla scala di legno esterna; e mi veniva voglia di salirla, o di sedermi sui primi gradini, come se fosse casa mia. In genere lui entrava nel palazzo dal davanti, probabilmente per ritirare la posta, perch nell'androne c'erano file di vecchie cassette delle lettere di metallo con i nomi scritti su pezzetti di nastro adesivo; ma se la fortuna mi avesse voltato le spalle, come immaginavo dovesse succedere, perch forse meritavo che la fortuna mi voltasse le spalle, visto come mi comportavo, magari lui avrebbe deciso di entrare da dietro, dal momento che la scala era riservata agli inquilini che, come lui, vivevano al primo piano sul retro; lui era un inquilino come tutti gli altri, perlopi scuri di pelle e stranieri, con sorrisi che sembravano uniformemente bianchissimi e bulbi oculari di un biancore luccicante e innaturale; se questi uomini mi vedevano, a volte si fermavano a guardarmi, come sperando che li conoscessi; speravano che ci fosse un motivo per cui ero l, e che quel motivo li riguardasse; forse erano incuriositi da quello che avevano sentito dire sulle studentesse americane, bench sicuramente io non corrispondessi a nessuna possibile descrizione della studentessa americana tipo. Dietro il palazzo, se non c'era nessuno in giro e se trovavo il coraggio, alzavo gli occhi verso le finestre che avevo ragione di credere sue, le finestre dell'interno 2D; avevo scoperto che lui abitava al 2D controllando le cassette delle lettere nell'androne dove, sul nastro adesivo appiccicato alla cassetta dell'appartamento 2D, era scritto a penna V. MATHEIUS. Mi incuriosiva che tenesse spesso le tende avvolgibili abbassate. A volte vedevo un'ombra passare dietro le tende, la fugace silhouette di un uomo; ma confusamente sapevo che quella che stavo guardando era l'idea di V. Matheius e non l'uomo vero; pensavo all'allegoria della caverna di Platone, a come l'umanit si lasci ingannare dalle ombre, ne sia infatuata. Ma quale altra consolazione abbiamo, altrimenti? Il suo non sapere della mia presenza, della mia esistenza. Perch sono invisibile, per lui.
La mia faccia nuda, crudo desiderio di donna.

4.
... quella voce.
A lezione di etica. In una grande aula all'ultimo piano dell'antico e ammirato Istituto di lingue. Non era la stessa in cui la ragazza malaticcia con il cappotto sporco, l'ombretto impiastricciato e le labbra morsicate aveva fatto una figuraccia alcune settimane prima, ma un'altra, pi grande; era un luogo di speranza. Al termine della lezione su Platone, il professore fece il gesto di chiederci se avevamo domande, o forse lo voleva davvero, sperava che gli facessimo domande intelligenti e provocatorie per alleviare l'immobilit innaturale dell'aula; forse, sulla sua pedana, dietro la cattedra, avatar del defunto Platone, si sentiva solo. Le domande degli iscritti al corso gli interessavano meno di quelle dei laureati che frequentavano le sue lezioni e che considerava professionisti alla pari con lui; si illuminava, quando uno di questi prendeva la parola.
S, signor... diceva, con un sorriso carico di aspettative, pronunciando un nome che suonava come Matteo o Mattia. Il giovane che aveva alzato la mano era seduto in fondo, fuori del mio campo visivo; quando parlava, come faceva alla fine di quasi ogni lezione, notavo che gli studenti intorno a me si voltavano accigliati dalla sua parte; con disapprovazione e al tempo stesso ammirati; con curiosit, interesse, e risentimento. ... Come pu Platone sostenere la strategia della nobile menzogna, quasi una menzogna potesse essere altro che ignobile... E il professore cerc di sorridere, di difendere Platone: La Repubblica va interpretata come un mito, un dialogo sulla giustizia. E lui, dagli ultimi banchi, obiett: Giustizia? In che modo pu esserci giustizia in uno stato totalitario?. Come uno strumento musicale, un corno squisitamente modulato, un clarinetto, un trombone, la voce era al tempo stesso rispettosa e strafottente; era una voce indagatrice e sincera, ma anche (e quasi lo si sentiva) vibrante di indignazione. Dove il professore sosteneva ... mito, allegoria, parabola..., la voce pi giovane obiettava ... stato fascista da incubo, stato schiavista.... Il professore si accigli, seccato che il suo ascendente sugli studenti venisse messo a rischio da un importuno che aveva trent'anni meno di lui:  un errore comune, signor... interpretare Platone alla lettera, quando il dialogo  chiaramente una metafora e.... A quel punto pochi nella classe ascoltavano il professore. Ascoltavamo avidamente lui.
Curiose le proporzioni di quell'aula, impresse nella mia memoria come tutti i luoghi in cui la nostra vita  cambiata. C'erano quindici file di banchi, in salita, a semicerchio, che formavano un anfiteatro molto pi largo che lungo. Il soffitto era altissimo e macchiato di umidit; i neon ronzavano e tremolavano sopra le nostre teste come pensieri impazziti. Accanto alla cattedra c'era una vetrata di tre metri da cui entrava una pallida luce invernale. Su una pedana malandata il professore a volte andava avanti e indietro parlando di Platone, Aristotele, Tommaso d'Aquino, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Locke; avr avuto una sessantina d'anni, poco pi; era affabile ma autoritario, con la testa quasi completamente pelata che sembrava un guscio d'uovo e la bocca che pareva un frutto schiacciato; occhi lucidi ma astuti, attenti, infossati sotto folte sopracciglia grigie. Un bell'uomo, pensavo, per la sua et, bench non mi piacesse giudicare dall'apparenza le persone pi grandi di me che ammiravo. Cos'era infatti l'apparenza, se non qualcosa di illusorio e ingannevole, come insegnavano i filosofi greci? Chi badava all'apparenza, se non i giovani e gli sciocchi? Guardare un uomo dell'et di mio padre, o forse pi vecchio, poteva farmi ricordare mio padre, e io non volevo; mio padre era scomparso nell'Ovest come seguendo il corso del sole, sparito oltre le montagne, nell'oblio.
Quasi potessi confrontarli! Sorrisi, al pensiero. Quell'uomo tanto colto e mio padre, povero ignorante alcolizzato e rancoroso.
Una mattina, dopo una lezione sull'idealismo filosofico, ci fu un lungo scambio fra il professore e un giovane preparato bench un po' insistente seduto in fondo all'aula; sentii un'ondata di disprezzo collettivo nei confronti del giovane da parte degli altri studenti, ma io mi limitai ad ascoltare affascinata, emozionata, ansiosa, pensando: Chi sar? Che tipo di persona sar mai? Non  come noi. Dietro di me una voce maschile borbott astiosamente: Ma taci, per l'amor del Cielo!. E un'altra: Zitto, sporco negr.... Risate sgarbate. A quel punto il professore era sulle difensive, parlava a lungo, avrebbe punito tutta la classe tenendoci oltre la fine dell'ora. Pensai: Non dovremmo avere questo potere gli uni sugli altri. Quando finalmente cominciammo a uscire, mi alzai lentamente e mi trascinai fuori del banco a fatica; non mi ero ancora concessa di guardare in fondo all'aula, non avevo ancora capito di essere innamorata, di essermi innamorata di un uomo che non conoscevo, di una mera voce maschile; e non mi ero ancora resa conto che l'amore  una specie di malattia, non l'idea radiosa che mi ero immaginata, ma qualcosa di fisico, come il dolore.
Quella sera del febbraio 1963, la prima in cui la sua voce entr nei miei sogni.

5.
Tu! Tu sei capace di qualsiasi cosa mi disse una volta mio fratello Hendrick.
Qualsiasi cosa. Strano modo di esprimersi: qualsiasi cosa, non tutto. Come se ci di cui ero capace fossero cose, cose concrete, anzich azioni.
Fu al funerale del nonno che me lo disse. Eppure mio fratello Hendrick non aveva idea di ci di cui ero capace, come nessun altro della mia famiglia. Non si fidavano di me; emanavo un'aura misteriosa e oscura, mi portavo appresso un destino crudele, nei fatti e come possibilit. D a lei la colpa. Gliela diamo tutti. La colpa della morte di Ida. Ero fuggita da loro, ma mi era rimasta addosso la loro condanna. Forse la accettavo. Ero cos sola! Eppure pensavo: La solitudine  il mio destino.  giusta.
Avevo diciannove anni e cinque mesi quando mi innamorai per la prima volta. Mi sembrava un'et profonda, avanzata; non prevediamo mai di poter diventare pi vecchi di quello che siamo, o pi saggi; se siamo stanchi, ci sembra impossibile pensare che ci sentiremo mai forti, cos come quando siamo immersi in un sogno solo di rado ci rendiamo conto di stare sognando e di poter uscire dal sogno in modo molto semplice, aprendo gli occhi. A diciannove anni, con mio enorme dispiacere, continuavo a sembrare molto pi giovane. Continuai a essere presa per una studentessa delle superiori fino alla laurea. Anche con gli stivali (non di pelle, eleganti, come quelli delle mie compagne meglio vestite, stivali plastificati di Sears, molto comodi quando nevicava o in primavera se pioveva a dirotto) raggiungevo a malapena il metro e sessanta. Non mi pesavo mai, ma ai tempi della crisi, quando lasciai la casa delle Kappa Gamma Pi, nell'infermeria dell'universit mi fecero salire su una bilancia e risultai quarantacinque chili. Hai smesso di mangiare? Vomiti quello che mangi? Non  il tuo peso normale, vero? mi chiese l'infermiera con aria di disapprovazione. Le risposi che non sapevo quale fosse il mio peso normale, che non mi interessava; avevo altro per la testa, cose pi importanti. Il senso della vita. La possibilit della verit. L'analisi della coscienza come se fosse una questione di linee, di superfici o di corpi. Non volevo pensare a me come a un corpo, un corpo di cui ero in qualche modo responsabile. (Ma cos', in fondo, un corpo? Cartesio teorizzava che la mente fosse fatta di una sostanza misteriosa e inconoscibile e che il corpo fosse fatto di una sostanza misteriosa e inconoscibile completamente diversa.) Nell'infermeria fui costretta a guardarmi, come un atto di contrizione. Evitai gli occhi infossati, ma osservai impavida il resto di me: pelle terrea e sottilissima tesa su piccole ossa, seni minuscoli e duri come pere acerbe, capezzoli delle dimensioni di lenticchie avvizzite e senza l'areola calda e rosata che avevano le ragazze che presumevo normali; i seni grossi e sodi delle altre, che sembravano gi contenere liquido latteo, dolce e prezioso, elisir di vita. Ricordavo che alle medie vedevo le mie compagne pi grandi togliersi i vestiti negli spogliatoi ridendo, sfilandosi la maglia sopra la testa con un gesto rapido e agile, scoprendosi il petto e nascondendo testa e faccia; si vedeva che quelle ragazze erano sorelle, che erano femmine; orgogliose o ribelli o indifferenti nei loro corpi floridi, mentre io mi voltavo dall'altra parte imbarazzata; come se mi sentissi non inadeguata o inferiore nel mio corpo minuto, ma addirittura appartenente a un'altra specie. Appartenevo a un'altra categoria, una sottospecie marginale, bambina.
Durante l'adolescenza, certi miei parenti mi compativano a distanza. Era un atteggiamento costante, da parte loro. Le donne mi dicevano: Se invece di tenere quel cipiglio, sorridessi un po' di pi. (Cosa succederebbe? Sarei amata? Non potevo essere amata per quella che ero?) Quei commenti mi ferivano profondamente, sebbene non lasciassi trapelare la minima emozione. Ma io sorrido, sorrido costantemente. Vi rido in faccia!
Non volevo la loro piet, compassione, sollecitudine. Mi compativano perch provavano piacere a compatire una cos defraudata, sfigurata; perch non avevo la mamma, ero l'unica tra le mie coetanee di Strykersville a essere senza mamma; a volte mi sembrava con orrore che mia madre fosse morta prima che io nascessi e non dopo; se fosse stato possibile, una simile leggenda ben mi si sarebbe adattata, crudele maledizione: la bambina la cui mamma mor prima ancora che lei nascesse.
No, ricordavo Ida. Me la ricordavo. Non erano solo le foto. La ricordavo proprio.
I miei tre fratelli, pi grandi. Mi mettevano in soggezione, li temevo, e il mio segreto era forse che li adoravo, ma da lontano. Loro mi guardavano dall'alto in basso, letteralmente. Con i loro bei visi. Con i loro occhi indecifrabili. Mi affascinavano e mi intimidivano al tempo stesso. Tu cosa ne sai? Noi, sappiamo. Custodi della memoria. Dietrich aveva dodici anni quando era morta nostra madre, Fritz undici, Hendrick otto. Io ero appena nata, e inerme.
Quando andai al college, Dietrich e Fritz erano sposati, avevano dei figli, avevano ereditato la terra dei nonni e si stavano specializzando, come tanti altri agricoltori della contea di Niagara, in pere, mele e pesche. Hendrick era un tipo solitario come me, ma non andavamo per niente d'accordo, mi detestava per via dei miei successi scolastici, delle mie borse di studio, lui che aveva frequentato un istituto professionale di Olean, era perito elettrico e si era dovuto pagare gli studi. Adesso si vantava di avere un ottimo lavoro in un reparto della General Motors di Lackawanna. I ricordi pi vivi che avevo dei miei fratelli risalivano a quando eravamo piccoli; il loro modo sprezzante e volgare di parlare di ragazze e donne, invariabilmente scherzoso, come se le ragazze fossero qualcosa di cui ridere; dai miei fratelli imparai che il maschio  tutto occhi e che la sua sessualit non pu fare a meno degli occhi; valuta con gli occhi, giudica velocemente e senza piet attraverso la vista. A volte, ridendo sguaiatamente, parlando di una ragazza o di una donna di loro conoscenza, i miei fratelli si toccavano in mezzo alle gambe, tutti allegri. Si vedeva che occhi e pene sono collegati, forse identici, a parte il fatto che uno  nascosto.
Capivo che anche quando un uomo  solo, si trova meglio con gli altri uomini, con i maschi. Non si sente solo come una donna. I suoi giudizi, rapidi e sicuri, si forgiano nella giovinezza e sono collettivi. L'uomo ha il potere di vedere con gli occhi degli altri, non solo con i propri.
Non mi aspettavo piet da quegli occhi. A tredici anni avevo gi imparato a farmi piccola piccola di fronte ai loro sguardi impietosi.
Capivo che il mio non era un corpo da amare e pertanto io non ero una ragazza da amare. Mio padre non si ritraeva da me con aria lievemente disgustata, peraltro? A tredici anni, mi sembr che dalla sera alla mattina mi fossero spuntati lunghi peli scuri come le barbe delle pannocchie sotto le ascelle e in mezzo alle gambe; le mie gambe snelle ma muscolose, sproporzionatamente lunghe rispetto al torso, si coprirono di peluria che negli anni delle superiori e quando vivevo con le Kappa avevo ostentatamente evitato di radere, al contrario delle mie compagne. Quando sudavo, emanavo un odore forte e aspro; aveva un che di segreto, e mi dava soddisfazione; mi piaceva potermi trasformare in una bestiola, con un odore di bestiola. Una volta andata via da Strykersville, quando capii che cosa voleva dire essere sola, senza una famiglia a definirmi, fra migliaia di estranei che non conoscevano n il mio nome n la mia faccia, n sapevano dove abitavo, di chi ero figlia o nipote, cominciai a pensare al mio corpo come a qualcosa di invisibile, un corpo da nascondere sotto i vestiti, un corpo che si faceva piccolo piccolo per non farsi vedere n definire; un corpo che i miei fratelli e gli altri uomini non potevano schernire, perch non lo potevano vedere; un corpo cui i grandi filosofi defunti che tanto ammiravo non avrebbero voltato le spalle disgustati, o cos almeno credevo. Un corpo al servizio della Mente.
A diciott'anni mi tagliai i capelli con un gesto impulsivo. L'estate dopo il diploma e il mio discorso di commiato; la settimana dopo che mio padre, ritornato dopo anni di assenza, se n'era ripartito di nuovo all'improvviso con la vaga promessa di tenersi in contatto. Avevo capelli folti e ondulati, che tendevano al crespo; capelli come pelliccia di animale, castano scuro, ravvivati qua e l da qualche ciocca pi chiara o rossiccia; pesanti e inerti mi gravavano sulla schiena; pesanti e inerti mi gravavano sull'anima; quando cercavo di pettinarli, mi si riempivano gli occhi di lacrime di stizzito dolore; quando cercavo di spazzolarli, la spazzola mi cadeva di mano e finiva a terra. Per strada, mi guardavano i capelli gli uomini, i giovanotti, le donne e le ragazze; ero vanitosa, per quel che riguardava i miei capelli, e al tempo stesso me ne vergognavo, e un giorno afoso d'estate presi le forbici da cucito di mia nonna, forbici grosse, adatte a tagliare stoffe pesanti, panno spesso, corsi in camera mia e cominciai a tagliarli; all'inizio lentamente, poi con sempre pi gusto, quasi con gioia, zac, zac, sfiorando le orecchie, e a ogni zac mi sentivo pi leggera, pi libera. A ogni zac ridevo forte, come una bambina ribelle. Gettai via le ciocche come spazzatura, senza sentimento, ripromettendomi di non lasciarmi pi opprimere da un peso simile.
Accadde che pochi giorni dopo dovetti andare al funerale di mio nonno. Stava portando il trattore nella calura, al sole, e si era accasciato, colto da infarto; era morto sul colpo e la famiglia rimase pi scioccata che addolorata; lui e la nonna erano emotivamente distanti da anni, bench continuassero a vivere insieme e a dormire nello stesso letto; la reazione della nonna nei miei confronti, nei confronti dei miei capelli appena tagliati malamente, in un'occasione tanto pubblica, in cui gli altri ci avrebbero visti e avrebbero parlato di noi, fu: Dovevo aspettarmelo, da una come te.
Il funerale fu celebrato nella chiesa luterana. I miei nonni, particolarmente la nonna, la frequentavano; la nonna era stoica, con una visione molto poco sentimentale della vita, e senza dubbio anche della morte, eppure voleva essere cristiana; come i vicini, come la maggior parte degli americani; oltre a essere cristiani, bisognava essere di qualche denominazione, e la chiesa luterana era la scelta pi logica, per chi era di origine tedesca. E poi c'era il fatto che la nuora Ida era sepolta nel cimitero di quella chiesa, e questa era una sorta di impegno a raggiungerla l anche noi. Mi fecero vestire di nero; un abito di nylon nero, ruvido, che mi prest una zia; troppo largo per me, e questo mi andava bene; faccia immusonita di ragazza pi tredicenne che diciottenne, spaventata per ci che era successo al nonno, desiderosa di non pensarci; di non pensare alla morte, al morire; di non pensare alla sepoltura, in una tomba vicino a Ida, in un camposanto che sembrava un campo e basta, dimora di erba alta e piante selvatiche. Le donne della mia famiglia mi fissavano allibite. Come hai potuto! I tuoi capelli... La zia che mi aveva prestato l'abito mi disse: Lascia almeno che te li aggiusti un po'. Io mi voltai fredda dall'altra parte. Non volevo difendermi. I miei fratelli mi guardarono e alzarono le spalle. Era l'ennesima conferma di ci che gi sospettavano, e cio che ero strana, eccentrica, e che sarei peggiorata andando al college. Finch, uscendo dal cimitero, mio fratello Hendrick mi diede una gomitata e mi disse sottovoce, quasi con ammirazione: Tu! Sei capace di qualsiasi cosa! Adesso sei veramente brutta. Ma questo ti far piacere, vero?.

6.
VERNOR MATHEIUS.
Quante volte quell'inverno, in trance, scrissi VERNOR MATHEIUS VERNOR MATHEIUS su fogli di bloc-notes, con l'inchiostro blu. VERNOR MATHEIUS, con l'unghia sulla pelle, nella morbida carne dell'avambraccio, sul palmo della mano, VERNOR MATHEIUS, puro suono sillaba dopo sillaba, melodia udita in lontananza e subito memorizzata, anche se non capita, VERNOR MATHEIUS VERNOR MATHEIUS, sussurrato da una voce interiore in presenza di altri, mentre sorridevo, annuivo, parlavo normalmente con altri che non immaginavano quanto fossi distratta, quanto fossi indifferente nei loro confronti e nei miei, VERNOR MATHEIUS, che strano, meraviglioso nome! Nome come nessun altro! VERNOR MATHEIUS, come uno di quei nomi da indovinare nelle favole, enigma da risolvere per avere salva la vita, diventare la bella principessa, la sua sposa.
Non avevo il coraggio di chiedere agli altri del corso di etica se lo conoscevano. Se conoscevano lo studente di dottorato eloquente e preparato che stava nei banchi in fondo. Era chiaramente un personaggio, lo conoscevano tutti, o perlomeno sapevano che esisteva. Temevo che gli riferissero che ero interessata a lui. Che sorridessero nella mia direzione: Vedi quella? Ha chiesto di te.
Ormai, quando il professore lo chiamava per nome - Signor Matheius? - sentivo perfettamente e mi chiedevo come avessi potuto non capire quel nome.
Lo cercai negli elenchi dell'universit e mi annotai l'indirizzo, Chambers Street. Non sar mai tanto incosciente da andarci mi dicevo.

7.
Fu in una mattina di marzo che osai rivolgere per la prima volta la parola a Vernor Matheius. Senza essere stata interpellata, senza essere stata invitata, ma incapace di resistere, entrai nella vita di uno sconosciuto.
Sei capace di qualsiasi cosa. Ormai era una profezia, un incoraggiamento, non un insulto.
A quel punto ero andata in Chambers Street non una, ma diverse volte. Ero passata davanti alla casa, ci avevo girato intorno, mi ero avventurata nell'androne per controllare le cassette delle lettere, avevo osservato le finestre sul retro del palazzo. Ero senza vergogna e senza speranza. Perch all'epoca non mi sembrava possibile entrare in contatto con Vernor Matheius; mi bastava solo osservarlo da lontano.
Per cambiai banco. Mi andai a sedere pi in fondo, in un punto dal quale potevo voltarmi senza farmi notare e guardarlo, o guardare nella sua direzione; quando Vernor Matheius parlava, molti si voltavano a guardarlo, e io ero una di questi; non pensavo di attirare l'attenzione; non ero una liceale alla sua prima cotta.
Quella mattina, salii tre piani di scale e feci il mio ingresso nell'enorme aula senza fiato, speranzosa, qualche minuto prima dell'arrivo del professore e dell'inizio della lezione; mi sembr di entrare in uno spazio infido, burrascoso, di vertiginoso disagio, in una casa delle streghe al luna park; e se lui fosse stato gi l e per caso avesse guardato nella mia direzione, le lenti degli occhiali ammiccanti come scintille infuocate? (Perch questo erano, nella mia immaginazione.) In genere Vernor Matheius non arrivava tanto presto. Calcolavo i tempi per essere l prima di lui in maniera da poter prendere strategicamente posto nel mio nuovo banco all'estremit di una fila vicino al passaggio centrale; la lezione si era trasformata per me, quasi da un giorno all'altro, in un'esperienza emotiva pi che intellettuale. Mi sentivo come se avessi dovuto tuffarmi dal trampolino pi alto dello YWCA di Strykersville; volevo tuffarmi, ero determinata a farlo, l'idea mi emozionava e al tempo stesso mi spaventava; mentre mi avviavo verso la punta del trampolino, mi mettevo in posizione allungando le braccia e la testa e piegando le ginocchia, sentivo una vocina che mi sussurrava maligna: Non farlo! Te ne pentirai. Ma dal trampolino pi alto non si poteva tornare indietro.
Eravamo forse una quarantina a seguire il corso di etica, concentrati nelle prime file e sparsi qua e l nel resto dell'aula. Vernor Matheius sedeva da solo nell'ultima fila, sotto l'orologio appeso al muro. Forse era un caso che si sedesse sotto l'orologio. Non era la posizione ideale, per uno che voleva controllare l'ora. Si trattava di uno di quegli orologi vecchio stile, tipici dei luoghi pubblici, con i numeri semplici, neri, due lancette nere per le ore e i minuti, e una rossa per i secondi, su un quadrante che sembrava una luna piena. Da bambina osservavo quelli appesi alle pareti delle aule della mia scuola, osservavo l'inesorabile scorrere in avanti del tempo. Il battito del mio cuore. Il battito del cuore di tutti quelli che stavano nella mia stessa aula. Uniti dalla mortalit. Adesso, quando vedevo Vernor Matheius, vedevo anche l'orologio.
La faccia di Vernor Matheius. La osservavo senza farmi vedere, di sottecchi. Mi sembrava bellissima, come scolpita nel mogano, bench a un occhio pi rozzo sarebbe potuta sembrare brutta. Non era una faccia consolante. Era increspata, addirittura mutilata dal pensare, come se pensare fosse un movimento fisico, muscolare, un atto di passione. Era una faccia che, pur essendo teoricamente giovane, la faccia di un uomo di poco pi di trent'anni, non era mai stata giovane. Una faccia che pareva una maschera. Naso piatto e allargato, narici profonde che parevano buchi scavati nella carne. Una testa che pareva troppo grande per le spalle strette e un po' ingobbite. Occhi nascosti dietro occhiali da studioso, che a volte toglieva di scatto per massaggiarsi la radice del naso fra il pollice e l'indice della mano destra. Mi si stringeva il cuore, nel vedere Vernor Matheius senza occhiali, la sua faccia cos improvvisamente nuda, scoperta.
Negro. Negro. Una parola, un termine che aveva preso ad affascinare anche me.
I lineamenti di Vernor Matheius erano lineamenti negroidi. Vernor Matheius era, dovendolo classificare in termini brutali, razziali o razzisti, un negro. Perch la sua pelle era del colore della terra bagnata; a volte era opaca, senza luminosit; altre piena e liscia, come se covasse un fuoco; di un bruno quasi purpureo, ramato; pelle che immaginavo calda da toccare. (Al contrario della mia, pallida, screpolata dall'inverno, che mi sembrava fredda; spesso avevo la punta delle dita gelate.) I capelli di Vernor Matheius erano capelli da negro, indiscutibilmente: scuri, lustri, crespi come piccole molle, tagliati cortissimi cos che la sua testa mi pareva splendidamente dura e risoluta, un'opera d'arte.
Siccome ero arrivata a lui attraverso la sua voce, il suo linguaggio, la sua evidente intelligenza, la razza di Vernor Matheius non era per me la sua caratteristica dominante. Immaginavo che, se lo avessi visto prima all'Istituto di lingue, nel campus o in citt, il mio sguardo lo avrebbe sfiorato e il mio cervello lo avrebbe classificato come negro; ma ormai la realt della sua razza (sempre che la razza sia una realt) era non pi importante di altre sue caratteristiche, per me. Al contrario, le altre caratteristiche erano importanti perch erano di Vernor Matheius. Avrei persino pensato, con la logica primitiva di chi  cos profondamente innamorato per la prima volta da perdere la capacit di ragionare, che Vernor Matheius se le fosse scelte. In quel caso, tali caratteristiche sarebbero state notevoli e importanti non in s, ma perch erano state da lui scelte.
In filosofia si impara a distinguere fra ci che  essenziale e ci che  accidentale; nella nostra personalit si ritiene che ci siano qualit essenziali e qualit accidentali; ma Vernor Matheius era una presenza tanto potente, tanto unica nella mia esperienza, che non sembrava poterci essere nulla di accidentale in lui, come invece accade per la maggior parte delle persone. (La mia stessa vita, per esempio, mi sembrava una sequenza casuale di eventi accidentali.) Non avrei isolato il suo essere negro dalle altre sue qualit o caratteristiche. Era una realt del suo essere,  vero, la prima cosa che saltava all'occhio, ma non era una realt che lo definisse, o definitiva.
Non pi del mio essere bianca, caucasica. Che cosa voleva dire?
Se Vernor Matheius era negro e non vi era nulla di accidentale nella sua personalit, allora in qualche modo aveva scelto la sua negritudine. Mentre io non avevo scelto la mia pelle, come nient'altro nella mia vita.
Lo credevo davvero! Perch gi idolatravo quell'uomo, che era tutto ci che io non avrei mai potuto essere, e neppure immaginare.
Vernor Matheius e il professore erano impegnati in uno dei loro animati scambi di opinioni. Si vedeva che il professore era lusingato dall'attenzione di quel giovane brillante; e contemporaneamente temeva di essere surclassato, come un uomo di mezz'et che gioca a tennis con un avversario che ha quarant'anni di meno. Stavano parlando di idealismo, che, in termini filosofici,  considerevolmente diverso da quello che si intende normalmente; idealismo contrapposto a realismo; l'idealismo abilmente sostenuto da Immanuel Kant, che contrasta con il realismo meno abilmente sostenuto da Platone. Il professore diceva X e Vernor Matheius rispondeva prontamente Y; non impudente ma quasi, con una leggerezza che metteva a disagio l'interlocutore pi anziano e provocava nell'aula un brusio di risatine. Il professore faceva letteralmente marcia indietro; si rendeva conto del proprio errore; la sua autorevolezza era stata messa in discussione, anche se solo per gioco, e lui l'aveva persa, anche se solo temporaneamente; doveva recuperarla, se non voleva perdere anche il rispetto dei suoi studenti, o almeno cos doveva sembrargli, nel suo vacillante narcisismo. Era un uomo rubizzo con la pelle flaccida, come se fosse dimagrito troppo in fretta, capelli sale e pepe con la riga da una parte, schiacciati sulla testa. Nel dipartimento di filosofia, uno dei pi importanti del college, era forse il professore pi stimato; aveva una specializzazione conseguita a Edimburgo, pubblicava per le case editrici pi prestigiose, scriveva recensioni sul Times Literary Supplement. (Rivista inglese cui Mrs Thayer non era abbonata.) Ai suoi corsi spesso partecipavano come uditori anche studenti gi laureati. Tuttavia, si risentiva dello spirito irriverente di Vernor Matheius e gli parlava in tono freddo e brusco. Signor Matheius! I suoi sofismi non sono pi divertenti. Cos il padre indulgente alla fine rimprovera il figlio prediletto, lasciando intendere che, forse, tanto prediletto in fondo non .
Vidi il dolore, l'umiliazione, sulla faccia di Vernor Matheius. Vidi la sua faccia chiudersi come un pugno. Con gesto rapido e brusco si spinse gli occhiali sul naso, si ingobb sulla sedia e si copr il labbro superiore con quello inferiore. Labbra grosse, carnose. Pelle cos scura, cos priva di luminosit e lucentezza, che era impensabile vederla arrossire. Ci fu un attimo di silenzio carico di tensione, poi Vernor Matheius mormor educatamente: Scusi, professore.
Gli altri studenti guardarono avanti, assaporando il gusto della vendetta.
Persino io, infatuata di Vernor Matheius, provai un lieve brivido maligno.
Pensai: Colpito al cuore! Anche lui!.
Era come se, intima testimone, avessi anch'io avuto il mio ruolo in quella sconfitta.

Dopo la lezione, mi ritrovai nel corridoio accanto alla fila di banchi da cui si stava alzando Vernor Matheius, alto, dinoccolato e un po' curvo, fischiettando piano un motivetto leggermente derisorio. Non mi vide. Non mi avrebbe visto. Sembrava ignaro, indifferente a tutti gli studenti non ancora laureati. Io volevo - cosa? - offrirgli una parola di comprensione, di compassione. Bench sapessi che Vernor Matheius non voleva parole di comprensione e di compassione (lo sapevo benissimo); da parte di nessuno, e certamente non da parte mia. Sentivo un rombo nelle orecchie. Il pavimento di legno parve inclinarsi. Naturalmente non osai pronunciare il suo nome, Vernor. Non ne avevo il diritto, non avrei dovuto nemmeno saperlo. Per un momento, guardandolo in faccia, non riuscii a proferire parola. La presenza fisica di quell'uomo mi confondeva; la sua statura; era pi alto di me di tutta la testa almeno, incombeva su di me; emanava un calore potente e pulsante, come se stesse sudando sotto i vestiti; la sua pelle scura bruciava di sangue; da vicino, sembrava pi nera e pi ruvida di quanto avessi immaginato. Dietro le lenti sporche degli occhiali di metallo gli occhi erano lucidi e scintillanti. Indossava camicia bianca e cravatta, stropicciate e non pulite; con un'aria di dignit offesa si stava infilando il grosso montone e con abili gesti rapidi si avvolgeva la sciarpa rossa intorno al collo come se, nella furia, volesse strangolarsi; aveva dita sorprendentemente lunghe, mani piuttosto sottili, con i palmi curiosamente chiari e rosei che davano l'idea di essere morbidi e delicati. Vidi che aveva solo voglia di scappare dall'aula, che parlare con qualcuno che aveva assistito alla sua pubblica umiliazione era l'ultima cosa che desiderava fare, ma lo seguii mentre si avviava verso l'uscita, balbettai parole che si proponevano di essere consolatorie e, stupefatta, osservai la mia mano che si protendeva timidamente per accarezzargli la sua... la sua mano; ma all'ultimo momento osai sfiorargli soltanto la manica sporca del giaccone; se gli avessi toccato la pelle, lui avrebbe potuto allontanarmi la mano con una reazione istintiva; e intanto sorridevo, cercavo di sorridere, con una spaventosa smorfia contratta, traboccante di desiderio e di terrore, cercando nella fonte del mio terrore protezione e riparo. Io posso amarti, io sono quella che pu amarti. Chi sono, se non colei la cui identit si riassume nella capacit di amarti?
Vernor Matheius mi guardava. Era come se avesse udito non le mie parole - timide balbettate insipide, parole in buona fede che scimmiottavano i gesti di commiserazione a me rivolti da donne e ragazze che avevano sperato di consolarmi per le mie sofferenze, le mie privazioni - ma i miei pensieri disperati. Io, io posso amarti! Aveva visto, non sentito, le mie dita sulla manica del suo giaccone, quanto ero stata vicina a toccarlo. Mi chiese brusco: S? Cosa?, sempre guardandomi, come se l'avessi abbordato; e nel frattempo mi volt le spalle per scappare, non mi diede, sgarbato, il tempo di rispondere, sempre che avessi saputo rispondergli; sal in fretta i gradini che portavano all'uscita posteriore e spar.
Per l'ho fatto, ti ho toccato. E adesso mi conosci.

Quella mattina, a differenza della maggior parte delle altre mattine, non seguii Vernor Matheius fuori, oltre il piazzale innevato; non lo seguii e basta; confusa, in una sorta di delirio, scesi le scale e raggiunsi il pianoterra dell'Istituto di lingue; i corridoi e le scale erano affollati, a quell'ora, poco prima delle undici; mi rifugiai nell'anonimato. Adesso mi conoscerai, il contatto  stato stabilito. Non riuscivo a credere alla mia audacia, alla mia incoscienza. Non riuscivo a credere di aver fatto una cosa del genere, di non averla sognata e basta. Per le scale c'erano altri studenti del corso, facce di persone che conoscevo di vista, anche se non sapevo come si chiamavano; con infantile eccitazione parlammo dell'umiliazione ricevuta dallo straordinario signor Matheius; persino io che lo adoravo ne parlavo cos, sorridendo, avida, cercando di non far cadere il discorso; uno studente con la faccia affilata disse con un largo sorriso: Ma chi si crede di essere, quel Matheius?. E un altro, con veemenza: Strano che un negro si interessi tanto di certe cose. Non obiettai, ascoltai attenta, forse addirittura dando l'impressione di essere d'accordo. Perch quando amiamo qualcuno disperatamente amiamo anche tradirlo, ogni contatto con lui  emozionante.
Persino sentir chiamare Vernor Matheius negro con tanta nonchalance, con crudezza, sentirlo semplicemente nominare, era emozionante.
Mi ritrovai nel seminterrato dell'Istituto di lingue, dove le aule erano anguste, buie e malinconiche, i corridoi avevano i soffitti bassi e c'era un odore pungente, d'inverno, di lana bagnata e di stivali di gomma, una nebbia costante di fumo di sigaretta. In un angolo remoto del seminterrato c'erano i bagni delle femmine; li usavo spesso, perch erano sempre vuoti; avevano un odore nauseabondo di fogna e di disinfettante. Era uno spazio che sembrava pi vecchio del vecchiotto edificio soprastante, profondamente scavato nel terreno, con un'unica finestrella da cui filtrava una luce fievole, distante. Ricordo quel luogo squallido distintamente, come tutti gli altri luoghi di quegli anni, e mi chiedo se forse - in quei sogni che mi sconvolgono l'animo e al mattino mi lasciano esausta e al tempo stesso curiosamente rivitalizzata, come se fossi sopravvissuta dopo aver visitato l'inferno, regione di squisitamente umana sofferenza - lo sogno spesso. Perch era un luogo in cui nascondersi, un luogo in cui piangere, un luogo di inspiegabile vergogna e malinconia, un luogo in cui usare l'antiquato gabinetto e tirare una catena che tristemente e di malavoglia faceva cadere uno scroscio di acqua dalla vaschetta macchiata di ruggine nella tazza ancor pi macchiata; un luogo in cui controllare spaventata se, finalmente, mi erano venute le mie cose, come di rado succedeva perch ero dieci chili sottopeso e avevo mestruazioni brevi e dolorose non pi di due o tre volte l'anno. Perch non ero veramente femmina in certi aspetti importanti e da una parte questo mi angosciava ma dall'altra mi riempiva di gioia. La mia faccia nello specchio schizzato d'acqua sopra la fila di lavabi mi colp: stavo sorridendo? Mi ero comportata con Vernor Matheius come mai mi ero comportata nella vita; avevo avvicinato un uomo che non conoscevo, avevo osato toccarlo; avevo quasi toccato il dorso della sua mano, la sua pelle; lo avevo costretto a guardarmi, a vedermi; gli avevo parlato direttamente, offerto parole di comprensione (Non l'ha fatto apposta, ha parlato senza pensare, ti ammira molto, e comunque non c' niente di male a essere un sofista, lo era Protagora e in realt anche Socrate), autentiche, di cuore anche se sussurrate; avevo agito senza premeditazione, senza neppure un istante di premeditazione, come ci si precipita a salvare una persona in pericolo.
Mi pareva quasi, e mi parve sempre di pi con il passare del tempo, che Vernor Matheius mi avesse fisicamente attirata a s e io non avessi avuto la forza di resistergli.
In questo tipo di azioni involontarie c' innocenza.
Basta cos, per. Non devi seguirlo.
Lo dissi a me stessa a voce alta. Guardavo l'ovale pallido di una faccia che aleggiava nello specchio ed ero cos contenta! La faccia al di qua dello specchio, quella viva, la mia, quasi mi doleva dalla contentezza. Febbricitante, mi avvicinai alle labbra e baciai la punta delle mie dita, le dita che avevano toccato la manica sporca del giaccone di Vernor Matheius. Non avrei pi dormito. Avrei potuto morire l, tanto ero contenta. Nelle profondit dello specchio sotterraneo, scolorito e bagnato, con il piombo che corrodeva il vetro come lebbra: quante generazioni, quanti decenni di ragazze da che era stato costruito quell'edificio cent'anni prima si erano guardate in quelle profondit come me, con occhi avidi e sbarrati, occhi di femmina, i nostri riflessi intrecciati come alghe in fondo a uno stagno melmoso, o a una fossa comune?
Eppure sorridevo, sorridevo. Ero felice.

8.
Ehi, tu, non mi starai mica seguendo?
La voce, la sua voce, non irascibile, ma sfacciata e irridente. Mentre con mia grande sorpresa e vergogna, Vernor Matheius si fermava sul marciapiede e si voltava di colpo dalla mia parte, senza darmi il tempo di sfuggirgli; mi ero immaginata invisibile, mentre lo seguivo a una certa distanza, a volte camminando vicino ad altra gente, come se fossi stata in compagnia; non l'avevo mai visto guardarsi alle spalle, mentre camminava fischiettando; e cos l'avevo seguito dalla biblioteca universitaria oltre il piazzale e gi per la discesa fino a College Place, da College Place fino ad Allen Street, una zona commerciale con tanti fast-food, librerie, ferramenta, da Allen Street fino a University Avenue e lungo University Avenue fin nei pressi dell'ospedale; naturalmente non avevo fretta di superare Vernor Matheius e, quando lui rallentava, rallentavo anch'io; doveva avermi notata, chiss come, o forse aveva percepito l'intensit della mia concentrazione su di lui, il mio sguardo fisso su di lui; e si era fermato sul ciglio della strada, si era voltato e mi aveva detto ridendo: Ehi, tu, non mi starai mica seguendo?. Voleva essere uno scherzo, la battuta di un corteggiatore; ma lo scherzo era che non scherzava affatto, che sapeva benissimo che lo stavo seguendo e tuttavia non poteva saperlo con assoluta certezza, al cento per cento (perch conoscevamo entrambi l'indiscutibile argomentazione di Hume riguardo alla causalit); ma c'era la possibilit che io lo stessi seguendo; tuttavia non potevo ammetterlo perch sarebbe stata un'ammissione vergognosa! E che cosa mi avrebbe potuto rispondere Vernor Matheius? Cos dovetti protestare, e protestai, paonazza come se mi avessero presa a schiaffi. Oh, oh, no... Io sto solo... facendo questa strada.
E cio quale, esattamente?
Mi inventai in fretta e furia una destinazione plausibile: l'ambulatorio universitario, che era a un isolato di distanza. Dovevo consegnare un modulo, spiegai.
Vernor Matheius, incombendo su di me, fece una smorfia di sarcastica disapprovazione. Solo una coincidenza, allora?
S, una coincidenza.
Solo atomi e vuoto?
Democrito era un filosofo dell'antica Grecia famoso per un solo assioma, secondo cui gli unici elementi del reale sono gli atomi e il vuoto. Non ero sicura che fosse un sofista; era uno di quei personaggi che, all'inizio della ricerca filosofica, avevano abilmente fatto a brandelli i misteri dell'esistenza. Perch era questo che faceva la filosofia: riduceva l'esistenza a pietosi brandelli, o la gonfiava fino a farle assumere proporzioni gigantesche. In entrambi i casi, l'esistenza diventava irriconoscibile.
Risi, a disagio, senza obiettare. Stavamo camminando insieme in University Avenue, attraversammo un largo tratto ventoso di marciapiede mentre sul semaforo lampeggiava la scritta ALT.
Ero sopraffatta e confusa dalla vicinanza di Vernor Matheius. Sentire la sua voce, la voce, quella voce che era entrata nella mia coscienza, come un rombo. La sua statura, i suoi occhi scettici, perplessi, indagatori, il suo sorriso che scopriva denti da predatore, gialli e irregolari, con una fessura fra gli incisivi. Che pensava sornione: Non credere che non ti legga come un libro aperto: la tua pelle  trasparente.
Avrei riflettuto dopo sulla questione di quanto rapidamente e irrevocabilmente ero passata dall'invisibilit alla visibilit, una volta che Vernor Matheius mi aveva avvistata. A come fino a un momento prima ero persa nella mia concentrazione su di lui, anonima, non vista, e un momento dopo ero stata costretta a parlare, ad agire, a essere; ero stata costretta a improvvisare velocemente e a inventare, come in un gioco che prevede rapide mosse e contromosse, come il badminton (di cui alle superiori avevo vinto pi volte il campionato della contea). Il mio stesso portamento, le espressioni del mio viso, il movimento dei miei occhi, delle mie mani, delle mie gambe; il mio modo di camminare, a lunghe falcate per stare dietro al suo passo ciondolante; il modo in cui mostravo il mio s erano una sorpresa per me, una rivelazione. Come se di colpo mi si fossero accesi intorno i riflettori e non avessi avuto altra possibilit che recitare.
S, mi leggi come un libro aperto, mi conosci. Tutto questo dev'essere gi successo.
Dalla mattina in cui il professore l'aveva insultato, Vernor Matheius aveva smesso di venire a lezione. Di colpo, irrimediabilmente, non c'era pi. In fondo all'aula c'era la fila di posti in cui si sedeva, c'era il banco in cui si era seduto per settimane, sotto l'orologio, ma lui non c'era pi e non sembrava voler tornare (me ne rendevo conto, rassegnata); bench ogni tanto mi voltassi durante le lezioni come per un tic nervoso, come per guardare l'orologio; perch l'ora fra le dieci e le undici ormai era interminabile e priva di senso. Com'era vuota e deludente l'etica, senza Vernor Matheius a ravvivarla! Non ero l'unica a sentire la sua mancanza. Persino gli studenti che lo trovavano antipatico rimpiangevano la sua assenza. E soprattutto il professore, che mi sembrava triste e vecchio quando leggeva i suoi appunti, si sistemava gli occhiali e si schiariva la voce, la faccia rugosa e bruciata dal vento messa a nudo dalla luce aspra che entrava dalle vetrate; come me, guardava frequentemente il banco vuoto sotto l'orologio. Io lo fulminavo con gli occhi, mentre scribacchiavo sul notes. Visto cos'hai fatto, o vecchio ridicolo. Per vanit.
Non avevo scelta, dovevo parlare della sua assenza, sarebbe stato innaturale per me non farlo; e Vernor Matheius alz le spalle indifferente e disse: Non sono iscritto, ero un semplice uditore. Francamente, non mi dava molto. Allora io replicai, esitante: Non parla pi nessuno... senza di te. Al che Vernor Matheius disse: Bene. Sono stato invadente, credo. E io risposi subito: Ma no, per niente!. E lui insistette: S, invece. Non credi? Dai, parlo sempre troppo. E io, quasi con veemenza: No, tu rendevi viva la lezione. A quel punto Vernor Matheius fece un verso strano, aspirando l'aria fra i denti, come succhiando la saliva, un verso comico, sprezzante, che non avevo mai sentito, ma che interpretai come espressione di dubbio estremo, e facendomi un sorrisetto in tralice disse: Dunque adesso  la morte senza di me, eh?. E io, messa con le spalle al muro dalla logica della sua argomentazione, fui costretta ad ammettere: S.
Vernor Matheius non mi accompagn all'ambulatorio universitario, ma l'ambulatorio era nella direzione in cui stavamo andando (per caso e coincidenza). E cos camminavamo fianco a fianco; i passanti, guardandoci, probabilmente pensavano che fossimo una coppia; una coppia interrazziale, come alcune altre all'universit; non molte, perch non c'erano molti studenti non caucasici, ma qualcuna s. Io avevo un tascapane ed ero terrorizzata all'idea che potesse sbattere contro il fianco di Vernor Matheius, ma non volevo spostarlo dall'altra parte perch avrei tolto il cuscinetto che ci separava e lui avrebbe potuto fraintendermi, oppure capirmi troppo bene. Non parlavamo, a quel punto; Vernor Matheius aveva ripreso a fischiettare. Avevo notato che, mentre camminava veloce per il campus fra studenti dal passo pi lento che sembravano separarsi come molecole al suo passaggio, a volte fischiava, si accigliava o sorrideva fra s, perso nei propri pensieri, ma i suoi occhi si muovevano in continuazione, inquieti; si vedeva che non gli sfuggiva nulla. Era molto alto, uno e novanta; era sottile come la lama di un coltello, con la bella testa sproporzionatamente grossa rispetto alle spalle e al corpo, quasi che il resto di lui non fosse riuscito a tenere il passo con la sua intelligenza. Teneva la spalla sinistra leggermente curva, come se se la fosse rotta tempo prima e volesse proteggersi dal dolore; eppure non faceva smorfie di dolore, mai; anzi, sembrava di buonumore e fischiettava stringendo le labbra scure e carnose. Nella mia ingenuit non mi sarebbe mai venuto in mente di chiedermi se io fossi un fattore nella felicit di quell'uomo, se vi fosse invariabilmente qualcosa di sessuale nella felicit di un uomo. Aveva calato sulla fronte uno sporco berretto di maglia a disegni blu e bianchi, che pareva fatto a mano; la sciarpa di lana rossa attorno al collo, anch'essa moderatamente sporca, che svolazzava nel vento, il montone slacciato con la zip rotta, le mani nude nonostante i dodici gradi sotto zero perch aveva perso i guanti. Vernor Matheius era uno di quegli studenti pi grandi, appassionati e perennemente distratti da pensieri o da qualcosa di misteriosamente urgente che impediva loro di vestirsi come si deve; forse anch'io ero vista cos, perch da tempo avevo smesso di curarmi della mia persona, del mio aspetto, sebbene ultimamente mi fossi impegnata a migliorare. Come puoi renderti visibile a chi non ha consapevolezza della tua esistenza?
Davanti all'ambulatorio universitario, Vernor Matheius mi salut con la mano senza fermarsi e senza neppure smettere di fischiare; io entrai alla cieca nell'edificio che era la mia meta immaginaria, girai per i corridoi per cinque, dieci minuti prima di osare uscire di nuovo in strada, in un giorno di marzo grigio perla e ventoso, e quando lo feci e sbucai in University Avenue ebbi la sorpresa di ritrovarmi di fronte Vernor Matheius che mi aspettava.
La sua bocca mi sorrise, furbo sorriso luccicante con una fessura fra gli incisivi, e mi disse: Hai trovato quello che cercavi?.

9.
A diciott'anni ero andata via di casa e avevo lasciato Strykersville, New York, senza avere la minima idea di chi fossi o chi potessi essere, consapevole soltanto di chi non ero e non volevo essere; questo, fino ad allora, lo sapevo. A Syracuse avevo messo insieme una personalit raffazzonata, come le trapunte che faceva mia nonna, con ritagli di stoffa male assortiti. Non importa la provenienza dei ritagli, ma solo il loro utilizzo intelligente.
Da mio fratello Dietrich (che era entrato nei marines finite le superiori, prima di tornare in campagna) avevo preso a prestito il portamento dignitoso; dal mio professore di storia del liceo una modalit di fare domande senza essere maleducata (bench a volte forse lo fossi); da Lynda, la mia amica pi cara alle superiori, un certo modo di essere buona, generosa, senza fare la figura della scema; dalla figlia grande del pastore luterano un modo di guardare il prossimo con occhi sgranati, lusinghieri e apparentemente sinceri, e non socchiusi e velati come mi veniva spontaneo; da mio padre avevo preso a prestito l'abitudine allo scetticismo e al dubbio, la sfiducia del perdente nei confronti di chi  pi ricco, o perlomeno lo sembra; ma da mio padre avevo preso anche un atteggiamento opposto a quello, perch lui amava le carte e il gioco d'azzardo, indice di un incosciente ottimismo. La filosofia del giocatore  semplice. Le speranze che le cose vadano bene sono cos poche, tanto vale giocarsi tutto quello che si ha.
A Syracuse c'erano molti nuovi modelli, per me. O, in ogni caso, possibilit.
I miei professori pi forbiti e persuasivi (tutti maschi), varie compagne del pensionato, che conoscevo solo di nome; un certo numero di Kappa che adesso, quando ci incontravamo nel campus, facevano finta di non vedermi ostentando il loro disprezzo. (Le pi inventive avevano sparso voci fantasiose riguardo a una mia presunta lebbra congenita, dicevano che ero di razza mista, di una sciatteria disgustosa, che ero egoista perch non le aiutavo nei compiti e che avevo avuto un crollo nervoso in pubblico, davanti alle vecchie Kappa. Di tutte queste manchevolezze, l'ultima era veramente imperdonabile.) La mia cosiddetta personalit era sempre stata un costume che indossavo maldestramente e toglievo con dita perplesse, distratte; che si assestava a seconda delle circostanze, come il carico di una nave non fissato a dovere nella stiva. Al liceo cercavo periodicamente di essere simpatica, normale, stimata, popolare, ci provavo disperatamente. Quando, all'ultimo anno, mi elessero vicerappresentante di classe, rifiutai l'incarico, colta dal panico. Non riuscii a spiegare che la brava ragazza solare che le mie compagne avevano votato non ero io, ma un esperimento riuscito contrariamente alle mie previsioni.
Le personalit che mettevo insieme non duravano mai a lungo. Come una trapunta cucita male, mi sfaldavo periodicamente. A volte si trattava di un crollo breve, un assalto di spossatezza, nausea e insonnia che mi lasciava stordita ma purificata; in altre occasioni, sempre pi frequenti, il crollo era pi grave, e per un certo periodo ero tesissima, ossessiva, poi mi ammalavo. Dicevo che era influenza, o quel disturbo molto diffuso fra gli studenti che si chiamava mononucleosi. Troppo debole per alzarmi dal letto, troppo debole e demoralizzata per leggere, scrivere o pensare in maniera coerente, avevo le budella in subbuglio, doloranti, squassate dalla diarrea bench mangiassi pochissimo; l'appetito svaniva, mi bruciava il corpo per la febbre e la testa per il dolore. Eppure provavo un curioso sollievo in quel crollo, un piacere intenso e amaro, perch mi costringeva a pensare: Adesso sai chi sei, adesso lo sai. Netto e semplice e bello, come ossa bianchissime perfettamente ripulite da ogni traccia di carne. Adesso lo sai. Ma vivevo nel terrore di cadere definitivamente e irrevocabilmente a pezzi, un giorno, e di non trovare pi la forza, la determinazione, la volont, la fiducia di potermi rimettere insieme un'altra volta.
Non dubitavo che gli altri, quelli che ammiravo, fossero solidi e integri, non raffazzonati come me. Non dubitavo della loro naturale superiorit, ma solo della mia capacit di emularla. Per c'erano anche quelli come me, cui mi sentivo furtivamente vicina. Una mattina, a lezione di etica, quando Vernor Matheius aveva ormai smesso di frequentare, il professore parl con provata e tesa energia del perenne problema del bene e del male, della tragedia della separatezza umana e di come grandi pensatori quali sant'Agostino, Spinoza, Kant e Hegel avessero affrontato il problema; e io pensai che la sua voce era vuota ed esitante, che tutto ci era trascurabile, ora che non c'era pi Vernor Matheius a replicare. La luce invernale che entrava dalla vetrata vicino alla cattedra brillava impietosa su quel vecchio con la pelle che sembrava sul punto di sbriciolarsi e gli occhi coraggiosi e pieni di speranza in procinto di liquefarsi. Sentivo la voce del professore come doveva sentirla lui stesso ed ebbi per lui un moto di commozione, e di piet; perch l'arco della sua vita stava volgendo al termine e, anche se Vernor Matheius fosse rimasto con noi, avrebbe fatto differenza solo per poco.
Per attirare l'attenzione di Vernor Matheius, capii che avrei dovuto rendermi visibile, attraente; avrei dovuto reinventarmi; andai a comprarmi dei vestiti in un negozio dell'usato in centro, scelsi cose che io personalmente non avrei mai desiderato n osato indossare: una giacca di camoscio verde chiaro di taglio sorpassato, lievemente lisa sui polsi e i gomiti; una camicia di seta rossa con le maniche lunghe, guarnita di increspature, sbuffante, che sembrava un'esplosione sul mio torace magro; una gonna scozzese troppo larga per me, di una lana bellissima; un vestito di lino nero, sexy e aderente, scollato a V, con l'orlo disfatto. Dalle ceste con il cartellino che diceva $3-$5 presi un maglione, una sciarpa di garza, una cintura con tante medagliette argentate. Era stato tutto scontato diverse volte: la giacca di camoscio, per esempio, era stata ribassata da $95 a $43 e quindi a $19, ed era certamente un buon affare; erano capi di qualit, che non mi sarei mai potuta permettere, nuovi; ma non potevo permettermeli nemmeno usati, in realt, tanto che dovetti farmi prestare dei soldi da alcune mie compagne, bench sapessi che probabilmente non sarei mai stata in grado di restituirli. Ero diventata incosciente, spudorata. E i capelli mi erano cresciuti disordinatamente e mi cadevano sulle spalle ricciuti e scarmigliati; quella massa informe aveva bisogno di un taglio, di una forma, di un'acconciatura. Mi ritrovai cos un sabato mattina a spendere $12 da una parrucchiera del quartiere; a guardare strabiliata la ragazza trasformata allo specchio, mentre la parrucchiera (donna truccatissima e appariscente dell'et che avrebbe avuto mia madre se fosse stata ancora viva) diceva allegra: Bel cambiamento, eh?.

10.
Anellia, strano nome. Mai sentito prima.
Accigliato, socchiudendo gli occhi con l'abituale diffidenza dello scettico, Vernor Matheius pronunci quel nome, dubbioso.
Non dissi nulla, e il momento pass.
Nel caff lugubremente romantico Vernor Matheius parl quasi solo di filosofia. Era la sua vera passione, forse l'unica. Quell'impegno, quella concentrazione feroce mi eccitavano, perch mi sentivo cos anch'io, o quasi; avevo imparato a diffidare di tutto ci che era mera emozione, fugace ed effimera, e del mondo delle superfici scivolose e pericolanti; il mondo delle volute di fumo che si alzavano dalle sigarette di mio padre e svanivano contro il soffitto della vecchia casa dei miei nonni; il mondo del tempo dell'orologio. E poi c'era la gioia di avere un linguaggio comune. Una religione comune. Come se fossimo una coppia. Come amanti avrei quasi potuto pensare. Vernor era conosciuto in quel locale e non sembrava risentirsi che il suo nome venisse pronunciato con familiarit; alle mie orecchie suonava rischioso, e stupendo, che altri, a me sconosciuti, potessero chiamarlo Vernor con tanta tranquillit e che lui sorridesse e salutasse con la mano. Ci sedemmo accanto a una parete rivestita di alluminio verniciato del colore della grafite, a un tavolo con il piano appiccicoso; Vernor ordin due caff, forti, neri, amari come certe mandorle, come non ne avevo mai assaggiato; veloce come un colpo al cuore la caffeina mi scorse nelle vene, facendomi accelerare il battito e pulsare gli occhi. Come se. Amanti. Molto tempo prima mi ero imposta di credere che il desiderio sessuale  impersonale; sebbene lo paia, non lo ; il desiderio sessuale  il desiderio della natura di riprodursi, ciecamente.
Vernor non mi fece altre domande sul mio nome o la mia storia. Con una voce che mi sembr, in quello stato di eccitazione nervosa, al tempo stesso aggressiva e seducente, mi chiese di filosofia: perch trovava strano che una ragazza come te fosse attratta dalla filosofia, visto che poche ragazze lo erano. Parl di Aristotele, Cartesio, Leibniz, Spinoza. Wittgenstein e Cassirer erano i suoi interessi speciali. Le leggi universali di struttura e azione erano l'unica preoccupazione veramente degna di nota da parte dell'umanit, a suo parere. Quando si era iscritto al primo anno, la sua idea era di fare l'insegnante, ma ben presto aveva scoperto disgustato quanto i corsi fossero vacui, superficiali e inconsistenti, aveva abbandonato l'universit ed era entrato in seminario, sperando di imparare a conoscere Dio, le strade che portavano a Dio, a servire l'uomo e contemporaneamente scoprire Dio, e invece aveva scoperto, ancor pi disgustato, soltanto un Dio umano, confuso e contraddittorio, Jhwh come comico incubo collettivo dell'umanit. E cos era tornato all'universit, si era iscritto a lettere ma ben presto aveva scoperto di non sopportare la storia. Perch cos' la storia se non contingenza, un groviglio di accidenti? Molti dei quali, peraltro, sanguinosi; la storia era prevalentemente guerra, un resoconto spaventoso della crudelt umana; crudelt aggravata da ignoranza, quando non da malevola intelligenza; l'umanit non era pi razionale di formiche di razza, credenze e lingue diverse, che combattevano incessantemente le une contro le altre per il dominio, per meri formicai; cos' la politica se non egoismo rabbioso e aggressivit, persino l'attuale movimento per i diritti civili - Vernor pronunci le parole movimento per i diritti civili con distacco puramente neutrale, come se fosse un'espressione in lingua straniera - era una deviazione dalla purezza della ricerca filosofica: conoscere ci che . Ogni anno, ogni momento dev'essere uguale a tutti gli altri disse accigliandosi, come per avvertirmi di non interromperlo, di non controbattere, dal momento che i filosofi sono abituati a controbattere. Le uniche verit che hanno una possibile importanza, una reale importanza, sono verit che trascendono il tempo. Quanta enfasi nella voce di Vernor Matheius. Voce di seduzione, voce di supplica. La voce della logica, della ragione, della convinzione. Una voce che era come una carezza, che mi lasciava debole, le dita strette intorno alla tazza del caff. La grande testa di Vernor Matheius, la faccia scurissima, i suoi occhi con chiari spicchi di luna sopra l'iride. Il suo odore caldo, come di lievito, mescolato al profumo del caff che mi scorreva nelle vene cominciando a farmi sudare sotto i vestiti appariscenti. Sarei arrivata tardi al lavoro, in mensa. Non ci sarei andata per niente. E pensavo con calma: Posso andare via. Posso alzarmi in piedi, voltargli le spalle. In qualsiasi momento.
A un certo punto ci ritrovammo fuori. Sbattevo gli occhi per il freddo, lacrime impigliate nelle ciglia. Vernor Matheius mi stava portando - dove? Dovevamo averne parlato. Doveva avermi invitato e io dovevo aver accettato. Mi camminava vicino, mi sfiorava con il braccio. Con quale strana familiarit le sue dita afferrarono la mia giacca di camoscio verde all'altezza del gomito. Arrivammo in Chambers Street. Percorremmo il vialetto ghiacciato. Sono libera di voltargli le spalle, di correre via. In qualsiasi momento. Ripensai incongruamente a Chris, la Kappa che si diceva fosse stata portata in una camera di una confraternita maschile, ubriaca; disponibile e innamorata, veniva da pensare; e cosa fosse successo in quella camera, quanti uomini avessero approfittato di lei, nessuno lo sapeva; nemmeno Chris lo sapeva, n voleva saperlo; aveva abbandonato gli studi, se n'era andata. Non avevo motivo di pensare a Chris. Non sono Chris, non sono una Kappa. Come se gli paresse che mi allontanassi da lui, Vernor aument la stretta delle sue dita sul mio gomito. Annelia? Annulia? Come ti chiami pi?
Ecco il condominio con la facciata di un indefinibile color strutto. Non avrei dovuto riconoscerlo. Sorridevo, con un sorriso appena accennato, fisso; ero certa che fosse una mia libera scelta, anche se non sapevo esattamente che cosa avessi scelto, a cosa avessi acconsentito, quando Vernor Matheius aveva pronunciato il nome Anellia nel caff e mi aveva guardato, dall'altra parte del tavolino appiccicoso. Libera di andare via, di voltargli le spalle. Di scappare. Stavamo salendo la scala, quella scala che non avrei dovuto conoscere e che facevo finta di non conoscere; la scala dei miei sogni che era squallida, di legno, con una tettoia ma esposta alle intemperie, i gradini mezzi marci, leggermente traballanti sotto i nostri piedi. Vernor Matheius era subito dietro di me, io ero appena avanti a lui, e pensavo: Mi sta guidando come un cane guida un gregge di pecore, e quel pensiero mi fece scappare da ridere. Vernor stava scherzando, nervoso, a proposito della sua residenza - definendosi un uomo del sottosuolo che vive ai piani alti - e mi sorprese stringendomi la gamba destra appena sotto il ginocchio con le dita gelate; dita veloci, forti, agili; cercai di divincolarmi, come fosse un gioco; certo che era un gioco, ci stavamo comportando come se fosse un gioco, ridendo e scherzando; pensai: Non mi far del male, vero?. C'era odore di spazzatura, odore di legno marcio. Aprii la bocca per parlare ma non ci riuscii, mi si ingarbugliavano le parole. Dovevo andare via, ero gi in ritardo per il lavoro, non avevo soldi, ero disperatamente povera e non sarei mai riuscita a ripagare i debiti contratti con le mie compagne, per un totale di ottantasette dollari e cinquanta centesimi, che per me avrebbero potuto essere anche diecimila. Non potevo dire queste cose, non potevo dirgli che ero innamorata di lui ma anche terrorizzata da lui; che non ero mai stata con un uomo o con un ragazzo, che avevo il terrore di rimanere incinta; rimanere incinta era un pensiero che mi terrorizzava, bench non avessi esperienza di sesso; non potevo esercitare una volont contraria a quella di Vernor Matheius, all'amichevole stretta delle sue dita sotto il mio ginocchio, come nei sogni non possiamo esercitare una volont contraria a quella imperscrutabile del sogno. Forse (pensavo) ci che stava per accadere era gi accaduto; in filosofia c'era la possibilit teorica dell'universo isomorfo, simmetrico nello spazio e nel tempo; un universo rigidamente determinato che poteva muoversi in avanti e all'indietro; esercitare una volont in quel genere di universo non era possibile, attribuire colpe sarebbe stato ingiusto. E cos stavo salendo la scala esterna del 1183 di Chambers Street proprio come volevo nei miei sogni, ma non era quello il sogno che volevo; avevo paura, non mi sentivo bene, tremavo tutta, come per il freddo; il caff nero e amaro di cui avevo bevuto solo due o tre sorsi mi saliva acido e bilioso nella gola.  la giacca di camoscio verde che mi ha portato qui pensavo.  la ragazza sorridente con il rossetto dello specchio pensavo. Mi mordevo il labbro per non ridere e pensavo:  questo che fa una ragazza carina, era ora che te ne rendessi conto.  questo che fa una ragazza desiderata',  questo che succede a una ragazza desiderata'.
Vernor Matheius armeggiava con la chiave per aprire in fretta e furia la porta dell'appartamento 2D prima che ci vedesse qualcuno. Mi spinse dentro, per una volta senza parole.

11.
I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.
WITTGENSTEIN

Che solitudine, adesso.
Come mi sentivo sola, che solitudine.
Dove una volta entravo nella mensa appena apriva, alle sette, e prendevo un vassoio, la colazione, e mi sedevo a un tavolo vicino alla finestra dove potevo leggere e sognare nel mio isolamento, adesso, innamorata di Vernor Matheius, provavo un senso di solitudine acuta, lo shock fisico, il panico della solitudine, non sopportavo di stare per conto mio; cercavo ansiosamente, disperatamente, la compagnia di ragazze che conoscevo appena, che fino ad allora avevo snobbato, ragazze allegre, chiacchierone, superficiali con cui non avevo niente in comune (o cos immaginavo). Era di nuovo l'incubo della confraternita, dove avevo cercato ciecamente delle sorelle, solo che non era la compagnia di ragazze che desideravo, ma quella di Vernor Matheius, che temevo di non rivedere mai pi. Anche con gli altri, al sicuro (almeno temporaneamente) in mezzo agli altri, non riuscivo a concentrarmi su di loro ma pensavo, naturalmente, a lui, solo a lui, e le mie unghie incidevano crudelmente Vernor Matheius Vernor Matheius nella morbida carne dell'avambraccio.
La mia risata da mensa era tintinnante come monetine sul pavimento, la mia voce stridente. Per, non appena le mie amiche se ne andavano, il sorriso mi moriva sulle labbra, pi un tic che un sorriso, e la scintilla esagitata nei miei occhi si spegneva come se avessi premuto un interruttore. Sola, sola. Mi spingevo nel vuoto come un nuotatore solitario che avanza nell'acqua gelida, perch tutti i nuotatori sono solitari in quelle amare regioni dell'animo.
Leggendomi in faccia qualcosa, dolore umiliazione speranza senza speranza, una delle ragazze pi grandi mi aspett; mi aspett fuori della mensa; titubante mi chiese: C' qualcosa che non va? Sembri cos... - gentile, piena di tatto, cercando di non essere invadente - ... cos triste. Rimasi sbalordita, messa a nudo. Mi infiammai. Non sono triste. Proprio per niente.  brutto da parte tua, dirmi questo. Non ho riso, forse? le risposi risentita. O forse scoppiai in lacrime. La ragazza, alta e atletica, di cui non sapevo il nome o per arroganza non me lo volevo ricordare, si frapponeva fra me e le altre, proteggendomi dai loro sguardi curiosi. Mi scendevano calde lacrime sulle guance, mi colava il naso; ma era questa la passione, l'amore? Questo...? Irritata come una sorella maggiore mi chiese, pragmatica:  per un ragazzo?. E mi chiam per nome, non Anellia, ma il mio nome vero, comune, il nome con cui venivo chiamata normalmente. Un ragazzo! Era come se avesse allungato la mano per farmi il solletico. Un ragazzo! Che volgarit, che luogo comune! E Vernor Matheius, con tutta la sua arroganza e intelligenza, con tutto il potere che aveva su di me, era semplicemente un ragazzo? Non ebbi il tempo di assimilare una nozione tanto sconvolgente, che pure forse mi avrebbe salvata; vidi nella mia benefattrice una nemica e arretrai delusa, balbettando: La tua domanda mi ha offesa. Non ti conosco e tu... tu non mi conosci per niente.
Dopo quella volta, evitai la mensa. Presi a mangiare in camera mia, o a saltare i pasti.

Che solitudine, volevo morire. Smettere di esistere. Perch lui mi aveva rifiutata, ripudiata, mandata via; non mi aveva amata e neppure aveva fatto l'amore con me; la mia ansia si era rivelata ingiustificata e pertanto disprezzabile; io ero disprezzabile; mi aveva mandata via quasi subito dopo essere entrati in casa sua. Era questa la ragione segreta della mia tristezza per un ragazzo.
Cosa ricordavo della casa di Vernor Matheius, vista cos brevemente, per pochi minuti soltanto...? Scaffali di libri ordinati, un letto con un copriletto di velluto a coste sottile, scuro, tirato su in fretta; un guanciale appiattito in una federa bianca e non proprio pulita, ai vetri solo le tende avvolgibili screpolate e piene di macchie che avevo visto da fuori, al sicuro nei miei appostamenti sulla strada. E adesso sono qui, nell'appartamento 2D con Vernor Matheius, com' potuto succedere un simile miracolo? E, se miracolo  stato, di che miracolo si tratta? Sotto i miei piedi c'erano assi di legno grezzo consunte su cui era stato steso un tappeto da quattro soldi, macchiato, di un vago colore sbiadito, grigio carne come certe muffe; il pavimento era inclinato, irregolare, come quelli della vecchia casa dei miei nonni, sotto i quali il terreno si era assestato quasi a suggerire indifferenza o sdegno; una biglia, posta per esperimento su un pavimento cos, rotola senza esitazione alcuna finch non incontra un muro. Sul retro c'era una nicchia in ombra, con un unico piano di lavoro, un lavabo talmente piccolo da sembrare di un bimbo e un frigo minuscolo per terra. Era un appartamento asfittico, che puzzava di fumo di sigaretta, di caff e di unto; odore pungente di corpo di uomo, vestiti e biancheria da lavare. In quell'ambiente asfittico le mie narici si dilatavano come in deliquio, mi prendeva il capogiro: forse mi ero avventurata in un territorio proibito, scioccata della mia stessa audacia.  questo che fa una ragazza desiderata,  questo che succede a una ragazza desiderata. Osservavo sorridendo una scrivania, il mobile pi premeditato e riuscito di quella stanza spoglia; aveva un che di sacro, quasi fosse vietato toccarla, come un altare, e accanto, sul muro, un ritratto di Socrate dai ciechi occhi protrasi e un altro, di un uomo flemmatico e imparruccato che doveva essere Cartesio. La scrivania emanava flemma e carattere, diversissima dai banchi di alluminio stretti, malconci e tutti uguali forniti dall'universit; era un grande piano di legno posato su due cassettiere, meravigliosamente grande anche come scrivania, forse un metro e mezzo per un metro e venti; divisa in scomparti da griglie invisibili per pile ordinate di libri, riviste e quotidiani, sistemate a una certa distanza l'una dall'altra, pi alte dietro e pi basse davanti, coste all'esterno per permettere una rapida identificazione; c'era una tazza di creta piena di penne e matite, gomme consumate, una macchina per scrivere portatile Olivetti spinta all'indietro per lasciare libero lo spazio davanti alla sedia, solchi nel piano di legno a indicare quel movimento avanti e indietro, avanti e indietro. Nella macchina c'era un foglio sul quale era scritto un breve paragrafo compatto:

La filosofia come battaglia contro l'incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio + questa idea postulata nella sintassi + contenuto + limiti del linguaggio...

che avrei in seguito identificato come un'allusione argomentativa alle prime opere di Ludwig Wittgenstein.
Forse Vernor Matheius mi stava parlando, forse no: io sentivo solo il pulsare nelle mie orecchie; forse stava facendo il gesto di aiutarmi a togliere la giacca, forse no; forse si stava levando il montone, pesante sul suo corpo magro come un'armatura, forse no. Adesso mi tocca. Adesso succeder. Stava srotolando nervosamente la tenda, che cominci a strapparsi, e lui imprec a mezza voce, scherzoso: Merda!. E questa parola fu esclamata meccanicamente e senza pensare con la voce di un altro, non la voce forbita di Vernor Matheius. Quasi un altro uomo, pi ordinario e pi pratico, non Vernor Matheius, fosse stato al suo posto a imprecare contro una tenda strappata. Ma io non sentii, non proprio; sentii ma non registrai; il mio cuore batteva forte mentre in piedi leggevo l'enigmatico paragrafo scritto a macchina sul foglio di carta bianca come fosse un segreto, un messaggio in codice soltanto per me, che nemmeno il suo autore poteva aver capito appieno. Fu allora che mi accorsi di sentirlo respirare. Il respiro di Vernor Matheius. Respiro affannoso, come quello di un cane. E fiutai il pericolo, la paura che il suo corpo sprigionava, come calore. Perch sei venuta qui con me? Voce rauca, ruvida, maschile, come carta vetrata su un'asse di legno piena di schegge; voce spaventata, sdegnosa; non la voce musicale e seducente dell'aula; non la voce della logica, della ragione, della convinzione, dell'ironia; non la voce di Vernor Matheius come l'avevo sentita nei sogni; una voce estranea, qualunque. Lo fissai, ammutolita; aveva la fronte aggrottata e gli si erano spostati gli occhiali sul naso e le lenti erano opache per via della luce riflessa (appena eravamo entrati Vernor aveva acceso un lampadario che proiettava ombre sui nostri volti, come teschi sbalorditi ci guardavamo dalle orbite scure e stupefatte); diceva: Senti, Anellia, non credo che tu lo voglia. E io nemmeno. Avevamo ancora le giacche; io non avevo neppure cominciato a sbottonarmi la mia e il montone di Vernor sembrava stargli ancor pi saldamente sulle spalle che non quando eravamo fuori. Tuttavia mi tocc, le sue dita mi spinsero dolcemente verso la porta, la apr rapido mormorando: ... un'altra volta, semmai, Anellia, ci vediamo e gli si incrin la voce, e di colpo mi ritrovai fuori della sua stanza, sul pianerottolo pieno di spifferi che dava sulla scala, accecata, a cercare a tastoni la scala di legno traballante che solo pochi minuti prima un'altra ragazza aveva salito tremante, audace. Senza sapere dov'ero, o perch; senza sapere se ero profondamente offesa o forse invece sollevata, tratta in salvo come uno che  stato appena tirato fuori da un fiume in piena e giace, esausto e stordito ma al sicuro, sulla riva. Non  ancora successo.

12.
Mi ha chiamato Anellia, si  ricordato il mio nome.
Ero stata messa alla porta da Vernor Matheius come un cane randagio, eppure non avevo la forza morale di stare lontana da lui. Pi mi allontanava con sdegno - Non credo che tu lo voglia! - pi mi sentivo attirata da lui. Non riuscivo a pensare a nessun altro. Non volevo pensare a nessun altro. Delirante di desiderio, sentivo la pressione rabbiosa delle sue dita sul mio braccio; vedevo la sua faccia scura, l'espressione esasperata, allarmata. Non vuoi, vero? Anellia, non lo vuoi.
Mi implorava. Mi comandava. Lo raccomandava a se stesso, oltre che a me. Non per principio, ma istintivamente.
Cominciai a ragionare, allora, con la certezza di un logico: era possibile, nel senso che non era impossibile, che Vernor Matheius mi amasse, un giorno.
O mi permettesse di amarlo.
Anellia, un nome, suono enigmatico, che mi era affiorato sulle labbra come se fosse stato Vernor Matheius a darmelo, non io.
Perch tutti i nostri amanti ci inventano. Ci danno un nome nuovo. Il vecchio  cancellato completamente. Ridotto al silenzio.
Il mio nome era cos comune, ordinario, che avevo cominciato a percepire l'ironia del suo suono quando veniva pronunciato a voce alta. Sin da piccola mi ero detta: Se avessi un nome diverso, saresti una persona diversa.
Per temevo, ripudiando il mio nome di battesimo all'et di diciannove anni, di ripudiare inavvertitamente anche mia madre Ida. Perch era stata Ida a chiamarmi cos.
Anellia, strano nome. Mai sentito prima.
Be', non mi conoscevi, prima.
Non tornai al 1183 di Chambers Street. Pi astutamente, tornai al caff. In quel locale squallidamente romantico, fra nuvole di fumo e profumo di caff, portavo la giacca di camoscio verde con la sua aria di passata, frenetica eleganza; portavo la sciarpa di garza del colore della madreperla; mi ero lavata i capelli, che erano lucidi e pettinati; le mie labbra screpolate e sottili erano trasformate da un lucente rosso; non ero pi io, ma Anellia, che attirava gli sguardi interessati degli sconosciuti. Anellia era una studentessa carina con una lusinghiera curiosit per gli scacchi. Oh, no, io non gioco! Mi piace solo guardare chi gioca bene. Accadde che Vernor Matheius giocasse a scacchi con un farmacista olandese con cui (immaginavo) giocava spesso nel caff, e cos mi poteva ignorare, se voleva, cos come io potevo ignorare lui. Un ragazzo si present; mi offr il caff, mi diede una sigaretta; chiacchierammo sottovoce ammirando insieme certi giocatori di scacchi; quando fece il nome di Vernor Matheius, chiesi innocentemente: Chi ?. E il mio nuovo amico rispose: Uno che fa il dottorato in filosofia. Dicono sia molto in gamba, ma.... E fece un gesto vago con le dita, a indicare... cosa? Che Vernor era troppo in gamba, o che lo dicevano e basta? Che Vernor era un po' eccentrico? Per essere l'unico individuo con la pelle scura in quasi tutti gli ambienti e comportarsi come se questo non fosse un fatto visibile, bisogna avere una certa definizione di s, che pu essere scambiata per eccentricit. Alla mia nuova conoscenza dissi, come avrebbe potuto dire Anellia, innocentemente ironica, scherzosa: Chiunque egli sia,  bellissimo.
Quasi tutti nel caff fumavano. Erano tempi in cui si fumava. Tempi permeati dalle nebbie sognanti del fumo. Gli ingrandimenti degli eroi dell'esistenzialismo francese, nostri santi secolari - Camus, Sartre, de Beauvoir - ci guardavano dalle pareti di alluminio del caff, romanticamente soffusi da nuvole di fumo, sigarette fra le dita o fra le labbra. Io non riuscivo a fumare: odiavo il tabacco, il pensiero di violentarmi i polmoni, che sapevo con certezza fatalistica essere pi vulnerabili dei polmoni coriacei degli altri, mi repelleva. Eppure sentivo il fascino erotico del fumare, la sua volgare eleganza da cinematografo. Ecco che Vernor Matheius si accendeva una sigaretta, distratto da una mossa del suo avversario, vedevo la fronte aggrottata, gli occhi fissi sulla scacchiera, il suo scuotere il fiammifero con negligenza per spegnerlo e gettarlo nel posacenere. Rivedevo mio padre che fumava le sue sigarette senza fine; il mio padre ubriacone dal destino crudele che strizzava gli occhi verso il lampadario della vecchia casa di campagna e sorrideva come uno sciocco; era riuscito a farsi una foto in quella strana posa, regolando la vecchia Brownie Hawkeye in maniera che scattasse al suo tre; perch quella posa assurda, per chi? Era forse la prova dell'esistenza di un uomo a me sconosciuto? Prima di partire per l'universit avevo frugato in segreto fra i pochi ricordi di mia nonna alla ricerca di altre prove dell'esistenza del mio padre perduto, ma non avevo trovato niente che non avessi gi visto pi volte. Mi chiedevo se Vernor Matheius non avesse ragione: non abbiamo un'identit personale perch non abbiamo una storia personale, tutto ci che  personale dev'essere abbandonato, ripudiato. Osservando Vernor Matheius di nascosto, notai che aveva gli zigomi pi pronunciati e crudeli di quanto ricordassi.
I suoi occhiali da scolaretto brillavano di malevola intelligenza. Risentii, in un deliquio improvviso, la pressione delle sue dita sul mio braccio. Solo me, di tutta questa gente, ha toccato. Solo me, toccata intimamente. Pregavo ingenuamente che Vernor vincesse la partita perch se vince alzer gli occhi felice e compiaciuto di s, mi vedr e sorrider, e in quell'istante Anellia sar invitata a condividere la sua felicit', se avesse perso, ero abbastanza certa che con un debole sorriso avrebbe mormorato poche parole al suo avversario olandese, avrebbe lodato il suo gioco e disprezzato il proprio e sarebbe uscito dal caff evitando gli sguardi altrui. Non avrebbe notato Anellia e, se l'avesse notata, Anellia gli avrebbe dato un motivo di pi per disprezzare se stesso e fuggire. Ma Vernor e il suo grasso avversario erano allo stesso livello, tanto che la partita sembrava non finire mai; bench ciascuno avesse ormai pochi pezzi, le loro mosse richiedevano diversi minuti di concentrazione e io dovevo andare via alle undici meno un quarto. In seguito non mi capacitai di aver sprecato due ore e mezzo della mia vita; disperatamente, incoscientemente, avevo ciondolato in quel caff come una candela sottile che brucia vanamente, senza che nessuno lo sappia o la veda; se avevo bisogno di una prova del degrado della mia ragione, ora l'avevo; eppure l'unica cosa che mi dispiaceva era che la partita prima o poi sarebbe finita, e Vernor Matheius avrebbe potuto vincere senza che io fossi l ad assistere.
Buonanotte, Vernor.
Osai sussurrare quelle parole, forte abbastanza perch Vernor Matheius sentisse se aveva voglia di sentire, e non sentisse se aveva voglia di non sentire, e uscendo dal locale lo vidi alzare gli occhi nella mia direzione e aggrottare la fronte senza dar segno di riconoscermi, ma senza manifestare fastidio o rifiuto.
Corsi al pensionato, affannata ed eccitata.
Non mi odia. Un giorno, mi amer.

La drammaticit di quegli avvistamenti. Quando i pannelli dell'opacit del mondo si aprono all'improvviso e ci ritroviamo bagnati di sole brillante abbagliante caldo.
Nella biblioteca universitaria osservavo spesso Vernor Matheius, a distanza. In un posto tanto affollato, osservare gli altri non  difficile; non  rischioso, non molto; avevo ottime ragioni per andare al terzo piano della biblioteca, quello dedicato a filosofia, religione e teologia; prima di conoscere Vernor Matheius, ci passavo ore a leggere riviste filosofiche in una saletta angusta con un unico tavolo malconcio e una mezza dozzina di sedie, generalmente occupate dai laureati specializzandi in filosofia (si riconoscevano a prima vista; molti erano adulti, logori, barbuti, ingrigiti come se fossero alla ricerca della verit da tempo immemorabile, decenni, secoli, e il loro viso fosse incartapecorito come la terra in tempo di siccit); niente mi emozionava di pi che aprire le pagine di riviste come Ethics, The Journal of Metaphysics, Philosophical Review; persino Thomist mi incuriosiva; ma dopo essermi innamorata di Vernor Matheius, la stanza dei periodici perse un po' del suo fascino, per me. Naturalmente era vicina a Vernor Matheius in maniera emozionante. Naturalmente sapevo benissimo dov'era il box per la lettura di Vernor Matheius, in una fila di quindici box assegnati agli studenti del dottorato; quella sera cruciale indossavo una maglia di angora giallina e una gonna scozzese a pieghe che mi dondolava sui fianchi, tanto era larga, ma molto elegante (mi sembrava); un po' preppy; ero convinta di stare bene; gli specchi mi rassicuravano, la mia faccia un po' febbricitante era diventata una faccia carina di femmina; non mi lavavo i capelli da qualche giorno, forse, ma mi ero premurata di pettinarli in maniera provocante, come mi avevano insegnato le Kappa; anche l'espressione sul mio viso era calcolata, pensosa ma non troppo seria o pia, n irritantemente allegra. Come se una voce rassicurante mi avesse consolata dicendo: Tu sei degna di essere amata, non sei un pagliaccio, una scema, una che fruga tra i rifiuti e si offre spudorata a quest'uomo come una puttana, senza nemmeno sapere come fare. Erano trascorsi tredici giorni da quando Vernor Matheius mi aveva portata a casa sua e cacciata via dopo cinque devastanti minuti. Tredici giorni di vergogna, rimorso, mortificazione e speranza: speranza pusillanime come un cane preso a calci che uggiola di piacere appena vede il padrone. Tredici giorni in cui mi ero svegliata in un letto grande come una bara, troppo esausta e troppo affranta per costringermi ad alzarmi, oppure euforica e agitata, con le pulsazioni a mille. Mi ha resa felice. Mi ha permesso di esistere con la sua esistenza. In quello stato adrenalinico mi veniva voglia di scrivere: avevo perduto lo strato pi superficiale della pelle, persino l'aria mi faceva male, mi svegliava.
Un giorno i sogni febbricitanti di questo periodo sarebbero stati trascritti nella prosa formale di quello che sarebbe stato il mio primo libro, sconosciuto e imprevisto, galassia distante anni luce in quell'epoca febbrile.
Mi facevo strada fra i box. Ecco il box di Vernor Matheius! Ma quando Vernor Matheius alz gli occhi nella mia direzione, sembr che non mi aspettassi di vederlo; con il mio abbigliamento preppy e il rossetto rosa, non gli sorrisi finch non sorrise lui a me; il sorriso spunt istantaneo fra noi, come un fiammifero appena acceso.
Aveva la voce bassa, stridula. Tu. Anellia. Cosa diavolo ci fai qui, a quest'ora?
I suoi occhi mi fissavano franchi; occhi dalle splendide ciglia di una lunghezza innaturale, stanchi e dardeggianti dietro gli occhiali da scolaretto, fuori dalle orbite sporgenti. Ovviamente sapeva (giusto?) che lo cercavo, eppure non mi mand via, non espresse disappunto; ansiosa pensai: Prova pena per me, per il mio bisogno di lui. Come il padrone in procinto di prendere a calci il suo cane si ferma, vedendo negli occhi scintillanti della bestiola una capacit di amare e di soffrire superiore alla sua voglia di fare del male. Vidi Vernor osservare la gonna scozzese a pieghe che era stata di una ragazza americana talmente amata dai suoi genitori da ricevere da loro vestiti costosi; lo vidi osservare la maglia di angora aderente sul mio petto minuto come una maglia da bambino, cosa che forse un tempo era stata. Il mio sorriso gioioso - Eccomi qui! lascia che ti ami! non ti negare a me! smetter di esistere! - mentre con voce tranquilla dicevo a Vernor Matheius che andavo spesso a studiare l, era il posto che preferivo in tutta la biblioteca, l'avevo scoperto all'inizio del primo anno.
Specialmente la sala dei periodici. La prima volta che ci sono entrata e ho visto... credo che fosse il Journal of Metaphysics... ho capito che era il posto giusto per me.
Vernor scoppi a ridere. Non aveva motivo di dubitare delle mie parole, ma si comportava come se lo facesse. Chiuse il grosso libro che stava leggendo, un commento al Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, e lo spinse da una parte.

13.
 tardi. Sar meglio che ti accompagni a casa. E poi aggiunse, a titolo informativo: A casa tua.
Non  casa mia,  il posto dove sto e basta.
Il posto dove si sta  casa.  la sua essenza.
Stavamo uscendo dalla biblioteca insieme. Ci sferzava un vento umido e appiccicoso come una sanguisuga. Non era un vento sentimentale, romantico. Io lo amavo, per, perch rendeva Vernor Matheius protettivo nei miei confronti. Mi guardava con la coda dell'occhio, incuriosito, interessato. Senza toccarmi, tuttavia.
Mi venivano in mente frasi, grovigli di parole. Commenti che l'avrebbero fatto sorridere, o ridere. Ma non riuscivo a parlare. Mi batteva il cuore, forte come a volte mi capitava quando dormivo.
Avevo letto Wittgenstein. Non ci sono problemi filosofici, solo fraintendimenti linguistici. Era vero? Nel caso, perch scriverci su tanto? Capivo l'attrazione di Vernor per quella filosofia. Spartana, rigorosa, incomparabilmente scettica. Bene, giusto: i filosofi devono essere scettici. (Nessun altro lo : l'umanit  credulona come un gigantesco bambino pronto ad attaccarsi alla prima tetta che trova.) In presenza di un uomo come Vernor Matheius era pi saggio parlare poco. Si vedeva subito che era uno che poteva amare solo una donna che parlasse poco, perch parlare ci rende vulnerabili, ci mette a nudo. Ci che Vernor apprezzava del silenzio era poterlo rompere quando desiderava. Dicendo, dopo una lunga pausa: Sei una strana ragazza, Anellia. Ma lo sai. Dimmi una cosa soltanto: che cosa vuoi?.
Che cosa voglio... dalla vita? O da...
No, da me.
Ecco, l'aveva detto.
Nessuna giocosit fra noi. Nessun flirtare. Ma c'era (lo vidi, senza speranza) il dondolio del corpo di uomo, l'agilit di quel corpo sottile come una lama di coltello, l'inclinazione della testa. Cominci a fischiettare come sua abitudine; era chiaro che doveva essere stato un ottimo sistema per mandare in bestia i suoi superiori. Forse alz anche gli occhi al cielo. Grandi occhi da negro, bianchi, rotondi. C'era il berretto di maglia calato sulla sua fronte, che gli increspava la pelle. La didascalia sotto quel viso poteva essere WANTED.
Fui colta alla sprovvista, ma non potevo farmene accorgere. Avrei esaminato la mia ossessione per quell'uomo come se fosse stata un problema, un quesito intellettuale che ci incuriosiva entrambi. Perch studiavamo filosofia, eravamo impegnati in una comune ricerca della verit, respingevamo miti e sotterfugi per cercare la verit; e cos' la filosofia, se non un incessante e infaticabile inventare e risolvere problemi? Mi resi conto che Vernor Matheius mi stava domandando con franchezza: Che cosa vuoi da me che immagini io possa darti? E cosa presumi di darmi in cambio?.
Secondo il calendario era aprile, ma per terra continuavano a esserci strisce di neve come polistirolo sporco. Camminavamo a capo chino contro il vento, in uno sforzo comune; camminavamo senza parlare; Vernor Matheius mi aveva posto una domanda a cui non avrei risposto con disinvoltura; anzi, non sapevo proprio come rispondere; il suo fischiettare era un'espressione di cordialit e al tempo stesso un modo per tenermi lontana; raffiche di vento ci soffiavano intorno come pensieri turbinosi. Pensai con un sorriso: Se l'aspirante violentatore mi vedesse, sarebbe costretto a ridefinirmi. E se mi avessero visto le Kappa?
Senza chiedere, senza una parola di spiegazione, Vernor Matheius mi guid in Allen Street, in un pub che si chiamava Downy's. Mi ci stava portando davvero? Stavamo per entrare in quel locale di universitari pieno di gente e di rumore insieme, come una coppia? Vernor Matheius, pi alto di tutta la testa rispetto alla mingherlina ragazza bianca al suo fianco? Nel pub fumoso si spostarono su di noi molti sguardi, ci fu un inequivocabile spostamento dell'attenzione verso di noi da parte di varie persone; un riflesso istintivo, nulla di personale. Naturalmente Vernor Matheius non ci fece caso. Era abituato a sentire su di s gli sguardi della gente, a essere fissato. Era abituato a essere visibile.
Mi spinse verso il fondo del locale, verso un tavolino in un angolo. Alle pareti di legno erano appesi gli stemmi arancioni della Syracuse, fogli di giornale plastificati, SYRACUSE BATTE CORNELL: UN TRIONFO. Non c'ero mai stata prima, ma sapevo che Downy's era un pub molto amato dalle Kappa, e quando Vernor and a ordinare mi sentii osservata, vidi gli occhi di diverse Kappa posarsi su di me per allontanarsi subito dopo. Erano insieme ai loro ragazzi. O mio Dio, guardala! Hai visto con chi ? Sentii un brivido di sfida, la soddisfazione della rivalsa. Pensavano che fossi una cattiva ragazza? Bene, ne avevano la prova.
Vernor Matheius torn dopo un po' con due bicchieri di birra. Aveva dovuto aspettare, ma si vedeva che i baristi erano indaffaratissimi. Alla fine lo avevano servito e lui era tornato al tavolo. Il mio primo sorso di birra mi bruci la bocca. Odore amaro, di sottobosco. Pensai a mio padre, che era sparito, al delizioso veleno che aveva saputo estrarre dall'alcol. Vernor Matheius beveva e rideva, denti bianchi e grossi che ridevano, non di me, ma: Sai a cosa mi fa pensare questo posto?. Feci di no con la testa e mi protesi in avanti per sentire meglio. Il tavolo sotto i miei gomiti era di legno vecchio, due assi grezze verniciate di scuro, con sopra incise iniziali, frasi scritte a penna, bruciature di sigaretta. Schopenhauer. La volont. Il trionfo della volont. Fece un gesto verso la folla, nebbia fumosa trapassata da risa e voci stridule. Con aria contrita risposi che non conoscevo bene Schopenhauer; Vernor Matheius alz le spalle con l'aria di dire che lo avrebbe stupito il contrario; era un insegnante nato, un predicatore nato; del resto non aveva detto di aver studiato in seminario? Cominci a parlare di Schopenhauer e della sua lite con il filosofo che credeva che l'individuo fosse solo un fenomeno e non la cosa in s, bench avesse dovuto convenire con Schopenhauer che nel conflitto, nel sesso e nella riproduzione l'individuo  strumento della specie. L'individuo non illuminato, voglio dire. Era stata la filosofia ad aprirgli gli occhi, a ventiquattro anni; la filosofia era stata come un punteruolo, come un bisturi, uno strumento chirurgico per analizzare, sezionare, sbrigliare e comprendere. Lo ascoltavo affascinata. Non avevo mai sentito nessuno parlare con tanta passione. A me. Se non fossi gi stata innamorata di Vernor Matheius, me ne sarei innamorata allora, in quei pochi minuti; mi perdevo in lui, ipnotizzata dalla sua voce, dalla sua intelligenza, dalla purezza e oggettivit della sua convinzione. La voce di Vernor Matheius nel brusio ebbro del pub nell'ora di maggior affollamento. Quanto anelava, mi disse, alla vita della mente, alla chiarezza del pensiero puro, scintillante, senza paura, che facesse luce nel torbido della storia e del tempo. Bertrand Russell disse: Preferisco che il mondo perisca piuttosto che io, o qualsiasi altro essere umano, creda a una menzogna. Mentore di Wittgenstein, poi suo acerrimo nemico e rivale. Quando tacque, non mi venne in mente una risposta degna; cercai di sorridere e non ci riuscivo; ero sopraffatta da lui, come un nuotatore che si  avventurato in un fiume senza sapere quanto velocemente si allontana la riva, quanto  forte la corrente. Vernor Matheius not la mia perplessit e disse che era buffo, no? che stesse studiando per fare l'insegnante e non avesse la pazienza di insegnare, agli studenti pi giovani, perlomeno; probabilmente non avrebbe fatto l'insegnante, se fosse riuscito a sopravvivere in un'altra maniera, c'era l'esempio di Wittgenstein, che per un po' aveva fatto il giardiniere; i lavori manuali sono un buon antidoto contro il troppo pensare; non gli importava non avere soldi; lui, Vernor Matheius, era abituato a non averne; i suoi genitori erano morti da tempo, la sua famiglia disgregata; non aveva nessuna intenzione di sposarsi e meno ancora di riprodursi; dichiar di non avere nessun interesse a perpetuare i propri geni preziosi o la specie dell'Homo sapiens: Possono fare a meno del mio contributo.
Che peccato pensai subito.
Dissi: Certo, capisco.
Scoppi a ridere per qualcosa. Non di me, sperai, e risi con lui. Era un uomo a cui ridere piaceva, lo vedevo, ma non aveva molte occasioni di farlo; perch lo studio professionale della filosofia non ispira risate n allegria; come dall'analisi filosofica della finitezza e della morte  escluso il terrigno odore della morte, cos anche la risata ne  esclusa; la filosofia  una vocazione seria, che rende seri. Pensai: Io lo aiuter a ridere. Fu un'ispirazione alimentata dall'euforia del momento, da un certo numero di goffe sorsate di birra bevute cercando di non vomitare. S, avrei ispirato la risata in quell'uomo; non volevo essere una di quelle donne che spengono la risata degli uomini, lungi dal provocarla; non volevo incentrare la mia vita su Donna. Dissi velocemente a Vernor una cosa che era vera: che ero d'accordo con lui, che neanch'io volevo sposarmi e avere figli. (Era vero, per? Ida si era sposata, Ida aveva avuto dei figli.) Vernor rise incurante, dicendo che non aveva mai conosciuto una femmina che non avesse istinto materno. Nel cuore, se riesci a penetrarlo. O altrove.
Mi scaldai: Ci sono eccezioni.
L'eccezione non conferma la regola. Ne dimostra solo la fallacia.
Ero rimasta indietro. Sorrisi vaga, sollevando il bicchiere. Vernor fin il suo e and a prendersene un altro. Io restai l ad assaporare le sue parole, stordita dalle sue parole. Mi aveva lodato? Mi aveva trovato eccezionale?
Una coppia, adesso. Veniamo visti cos.
Mi faceva male ricordare che, nella casa delle Kappa, avevo sentito le mie sorelle parlare di sporchi negri. Non lo dicevano con cattiveria, con malizia, ma come se niente fosse. In casa c'era un ragazzo negro, uno sporco negro. Nelle confraternite cristiane alcune categorie di persone erano automaticamente tagliate fuori: negri, ebrei.
Io che ero solo in parte ebrea.
E poi c'era Vernor Matheius. Sono come sono, non mi potete imprigionare nel vostro linguaggio.
Tornato al nostro tavolo, Vernor cominci a parlare in un modo diverso. Come se dal bancone si fosse voltato a guardarmi e non gli fossi piaciuta. Perch adesso era oppositivo; mi domand di nuovo che cosa volevo da lui, che cosa pensavo di fare, dandogli la caccia. E non assumere quell'espressione.  precisamente quello che fai. Mi sentii avvampare; non potevo difendermi, non potevo dire che era lui ad attirarmi, non io che avevo la volont di essere attirata. Non potevo dire Ma io mi sono innamorata della tua voce, della tua mente, prima ancora di vederti. Perch sarebbe stato assurdo, e lui mi avrebbe derisa. Mi fissava, aggrottando la fronte. Dicendo che forse ero un'ingenua? Inesperta? Troppo fiduciosa? Molti uomini ne approfitterebbero, sappilo. Tu sei una ragazza intelligente, Anellia. Udii le sue parole, emozionata di sentire dalla sua voce il suono Anellia. Non sapevo cosa rispondere a quell'affermazione, che non poteva essere confutata. Mi piaceva essere presentata a me stessa come un problema da risolvere, avevo le guance rosse di imbarazzo e di piacere; era come quando i miei fratelli mi prendevano in giro senza essere propriamente crudeli; essere notata era emozionante in s. Nel pub rumoroso c'erano risa scervellate e gioiose di cui ero grata, perch non ci si poteva aspettare che alzassi la voce per farmi sentire nonostante quel baccano. Sorrisi timidamente a Vernor Matheius. S, ma io ti amo.  questo il problema cui si riducono tutti gli altri problemi. Come se mi avesse letto nel pensiero, Vernor si rabbui; si tolse gli occhiali e li pul con un fazzoletto di carta; senza occhiali la sua faccia incombeva su di me con improvvisa e sorprendente intimit; la pelle scura e oleosa intorno agli occhi, le orbite infossate, le ciglia lunghe come quelle di un bambino, la piattezza esagerata del naso che (lo pensai senza pensare) sarebbe stato orribile su un volto di bianco. Quando Vernor Matheius si rimise gli occhiali, sistemandosi le stanghette dietro le orecchie, parve fulminarmi con lo sguardo, vedendomi pi distintamente.
Senza una parola si alz, e io lo seguii.
Nella nebbia del non sapere che cosa sarebbe successo seguii Vernor sulla porta mentre lui si infilava il montone, si metteva il berretto di lana sulla testa. Mi aveva lasciata a combattere con la mia giacca. Non per villania (ne ero certa), non ci aveva fatto caso. Era ora che ce ne andassimo, ergo era ora che ce ne andassimo. Farci strada nella folla, raggiungere la porta e uscire era una faccenda secondaria.
Tuttavia, sulla porta, si ricord di me; si ferm per lasciarmi uscire per prima; sentii le sue dita leggere sulla mia spalla; ebbi di nuovo la sensazione che mi guidasse, come un pastore con una pecora; che fosse impaziente; non pensai in quel momento:  un gesto di possesso in un luogo pubblico. Anche se non ci guarda nessuno. Non che Vernor Matheius mi voglia possedere, sessualmente o in altro modo, ma vuole reclamarmi in pubblico, il suo  un gesto da padrone. Dietro di noi sentii un intreccio di sguardi e di disapprovazione e risi uscendo al freddo; vento umido come uno schiaffo sulla faccia accaldata, ebbra; mi aspettavo che Vernor Matheius mi salutasse in Allen Street, invece mi accompagn al pensionato, ad alcuni isolati di distanza, vecchio edificio di mattoni insulso come una scarpa vecchia; non ci scambiammo nemmeno una parola; a me non veniva in mente niente di sensato da dire e niente che osassi dire e anche Vernor Matheius sembrava essere rimasto senza parole; perch ci sono problemi troppo intricati per poterli risolvere. Davanti all'ingresso illuminato del Norwood Hall, Vernor Matheius disse: Non entro. Ti saluto qui. Voglio che tu sappia, Anellia, che non mi sei nuova. Sorrise alla mia faccia confusa. Io dissi, balbettando leggermente: Nuova? Non ti sono nuova?. E lui, arretrando: Ti ho vista qualche tempo fa. Eri tu. Frugavi tra i rifiuti dietro il forno di Mohawk Street. Cosa cercavi?. Rise alla mia faccia sgomenta. Da quanto tempo aspettava di dirmelo? avrei dovuto pensare. Mi bruciavano le guance per la vergogna, non avevo difese.
Cosa cerchi da me?
Se ne and. Sapeva che sarei rimasta l impalata alle sue spalle, a guardarlo andare via. Mi passarono accanto alcune ragazze con i loro accompagnatori, senza che io ci facessi caso. Vernor Matheius con il suo montone si stava allontanando dall'altra parte della strada a lunghe falcate, senza voltarsi a vedere se lo stavo guardando.
S, ma io ti amo, non mi vergogno di niente.

14.
A quattordici anni volevo essere indipendente. Volevo guadagnare per poter dire ai miei fratelli che io lavoravo, avevo un lavoro. Se mio padre avesse telefonato, se avesse chiesto di parlare con me, avrei potuto dirgli che lavoravo, che avevo un lavoro. Perch lavorare in casa di mia nonna o nei campi non contava, non mi procurava n soldi n quel po' di rispetto che si ha per chi guadagna. Cos andai nelle case di alcune signore di Strykersville, benestanti per gli standard locali, a fare faticosissimi lavoretti che mi impegnavano intere giornate, organizzati per me da una prozia di mio padre che abitava in citt, affezionata alla mia povera famiglia contadina, anche se in maniera un po' condiscendente; una delle signore per cui lavoravo si chiamava Farley, ed era la moglie del dottore; trascorsi da lei un sabato intero, a giugno, appena finita la scuola, a passare l'aspirapolvere, spazzare, lavare e lucidare la sua bella villa antica con sei camere da letto in Myrtle Street; Myrtle Street era la via pi elegante di Strykersville e io non ero mai stata in nessuna delle case che vi si affacciavano; quel giorno il mio cuore batteva di risentimento, ma anche di ammirazione e invidia. Avevo delle compagne di scuola che abitavano in quel quartiere, ma non avevo mai capito con tanta chiarezza l'effetto che faceva sull'anima di una persona abitare in Myrtle Street, come se abitare in Myrtle Street fosse un merito.
L'anima della signora Farley si era gonfiata, a furia di abitare in Myrtle Street, come le piume sul petto di una gallina.
Mentre io pulivo dentro casa, vedevo il giardiniere che lavorava fuori. Era un nero ingobbito di cinquant'anni e passa, con la pelle color caff, come Joe Louis; e come Louis aveva un che di furtivo, di attento; teneva le braccia alte, come un pugile esperto a difendersi. Lo vedevo dalla cucina, dalla finestra al piano di sopra, dalla lavanderia, dalla veranda sul retro; zappava e toglieva le erbacce nelle aiuole della signora Farley e non mi vide nemmeno una volta; non alzava mai gli occhi verso la casa; lavorava al sole, assorto come uno che sa che, se anche ti cadesse l'occhio su di lui, non lo vedresti comunque. Vedresti il giardiniere, nient'altro.
La signora Farley era una padrona noiosa e pignola. Aveva avuto dei problemi con le ragazze che erano andate a fare le pulizie a casa sua prima di me e sembrava convinta che ne avrebbe avuti anche con me. Era preoccupatissima che le rompessi le sue porcellane di Wedgwood, o una statuetta Royal Doulton; mi controllava tetra mentre lucidavo, sporca e annoiata, l'argenteria al tavolo della sala da pranzo: posate d'argento, bugie d'argento, assurde zuccheriere e brocchette del latte d'argento, cimeli di famiglia, come li chiamava la signora Farley; lei e Mrs Thayer sarebbero andate d'accordo, con quella passione in comune; ma non odiai la signora Farley finch non sentii uscire dalle sue labbra sottili l'espressione, mai sentita prima: amante dei negri. Non lo disse con sprezzo, era troppo snob per mostrarsi apertamente razzista. Disse amante dei negri a proposito di un fatto di cui aveva sentito parlare alla radio; una giuria composta interamente di bianchi aveva assolto gli assassini bianchi di un nero della Georgia e alcuni esponenti religiosi e politici avevano protestato.
Costoro erano amanti dei negri, nel lessico della signora Farley. A Strykersville le persone di colore erano poche; nella nostra contea non c'erano agitazioni civili; nella vicina Buffalo si erano verificate rivolte razziali alcuni anni prima, nell'immediato dopoguerra, ma Strykersville non correva il pericolo di conflitti razziali e quindi la signora Farley pronunci quell'espressione con voce perplessa, come se avesse parlato di amanti della spazzatura o amanti del fango. Replicai con il tono della studentessa saputella: I cristiani amano il loro prossimo senza distinzioni di razza, dico bene, signora Farley?. L'emozione che provai si confonde nei miei ricordi con la puzza del liquido rosa che usavo per pulire l'argento e la sensazione unta e disgustosa dei guanti di gomma; nei miei ricordi si mescola con l'espressione sbigottita della signora Farley, che mi guard con un mezzo sorriso, come incerta se la mia fosse una battuta oppure no. Divenne paonazza, assunse uno sguardo offeso; io fregavo con forza un cucchiaino tutto annerito e pensavo che, mentre lei mi guardava, avrei potuto infilarne il manico in una fessura del tavolo e piegarlo, rovinando contemporaneamente anche il lucidissimo piano di legno; ma non feci nulla di tutto questo, n proferii parola; forse avevo esaurito di colpo tutto il mio coraggio. La signora Farley usc dalla stanza, e quando mi rivolse nuovamente la parola fu fredda, educata e succinta; se aveva cercato di prendermi in simpatia, di accogliermi come una povera contadina senza la mamma, adesso non pi. L'avevo offesa e forse anche spaventata, perch non venni mai pi chiamata a pulire l'antica villa con sei camere da letto in Myrtle Street per ottantacinque centesimi l'ora.
Ne fui contenta. Lo dissi alla prozia di mio padre. Lei mi rispose seccata che la signora Farley stava spargendo la voce per tutta Strykersville e che nessuno mi avrebbe pi dato da lavorare. Dice che sei una pasticciona, e per giunta arrogante. Dice che sei troppo intelligente per il tuo stesso bene.
Era vero: ero troppo intelligente per il mio bene, e per quello degli altri.

Amante dei negri. All'epoca era un'espressione comune, ritenuta per inesprimibilmente oscena. Come succhiacazzi, usata solo tra uomini per insultare altri uomini; usata solo da uomini che la pensavano allo stesso modo, che si capivano tra loro perch erano uomini, e non succhiacazzi, i quali potevano anche sembrare uomini a prima vista, ma non lo erano. Una donna non sarebbe mai stata definita succhiacazzi, bench la pratica (di cui io avevo soltanto un'idea vaga e nauseata) non fosse limitata agli uomini. Ma una donna poteva essere definita amante dei negri? Molte donne li amavano. Avevo notato che nella maggioranza delle coppie miste la donna era bianca e l'uomo nero. Ero anch'io un'amante dei negri? Quando il colore della pelle di Vernor Matheius non rivestiva pi significato per me del colore della sua camicia o della sua sciarpa rossa.

15.
A un chilometro e mezzo dal campus, a nord di Auburn Heights, c'era una gola in fondo a cui scorreva l'Oneida Creek, con un ponte di legno lungo pi o meno quindici metri a dieci metri di altezza sul fiume. Guardare gi voleva dire farsi prendere da un senso di vertigine che sembrava salire dalle pieghe e dalle increspature delle rocce sottostanti. Le autorit locali curavano la manutenzione del ponte, che portava a una collinetta piena di vegetazione sormontata da un serbatoio piezometrico cui si accedeva mediante una strada sull'altro versante. Quell'inverno, quando avevo tempo, andavo spesso a camminare su quella collina, per schiarirmi la mente; per togliermi dalla testa Vernor Matheius, per perdermi in un sogno di lui, per ripercorrere ossessivamente nei minimi particolari tutte le nostre conversazioni e rivedere, pi vivide nella memoria che nella vita vera, tutte le espressioni sul suo viso. Mi risvegliavo come da una trance e mi ritrovavo sul ponte, le mani strette sulle ringhiere, a guardare gi. Su quel ponte immancabilmente pensavo a Vernor Matheius, immancabilmente pensavo a Ida. A unirli era un enigma. A unirli era la terribile perdita subita dal mondo alla loro morte, una possibile, l'altra gi avvenuta. Nelle mattine fredde, la nebbia si alzava dal fiume in colonne sottili come misteriose esalazioni di fiato. Guardare quelle colonnine di vapore era come guardare nel vuoto. Tra uno e nessuno si stende l'infinito aveva scritto affettuosamente Nietzsche di Schopenhauer. Era l'espressione dell'amore e della possibilit della perdita pi profonda che avessi mai sentito.
In aprile il fiume gelato cominci finalmente a sciogliersi. Acque nere e turbinose scorrevano gi in basso sotto il ghiaccio, come in un'arteria pulsante, stretta ma profonda. Dall'alto, da sopra il ponte, non riuscivo a capire in che direzione fluisse. Pensavo: Dovrei voltarmi da quella parte. Verso il futuro. Se fossi accidentalmente caduta di sotto, mi sarebbe piaciuto sapere da che parte sarebbe stato trasportato il mio corpo.

16.
Proprio nel luogo della seducente morte. Miracolo.
Un giorno, verso il tramonto, un bel pomeriggio profumato di aprile spruzzato di pioggia qua e l, vidi, o credetti di vedere, Vernor Matheius poco pi avanti di me sul sentiero che scendeva verso il ponte sull'Oneida Creek; mi pervasero emozione e paura; perch ero l per caso, eppure se Vernor Matheius mi avesse vista di certo avrebbe pensato che gli stavo dando la caccia, giusto? E io ero innocente (credevo di essere innocente). Erano passati otto giorni da quando eravamo stati insieme da Downy's e mi ero ripromessa di non seguirlo pi, di non dargli la caccia come una liceale infatuata, bench in realt lo fossi e non riuscissi a concepire di non esserlo, come quando siamo in preda ai conati di vomito o al delirio della febbre e non riusciamo a immaginare di poter stare diversamente. Avevo giurato di non umiliarmi pi, di non infastidire e imbarazzare Vernor Matheius, dicendomi che dovevo aspettare che fosse lui a chiamarmi, a fare un passo verso di me, pur sapendo, come se fosse una condanna a morte, che non mi avrebbe mai chiamata, che non avrebbe mai fatto un passo verso di me. Era vero: ero tornata una volta o due al caff e avevo constatato con sollievo che Vernor Matheius non era fra i giocatori di scacchi; quasi ogni giorno andavo in biblioteca e mi ritrovavo spesso al terzo piano, ma come un asceta cristiano che rinuncia ai piaceri mondani mi astenevo dall'avvicinarmi ai box degli studenti del dottorato e non sapevo se Vernor Matheius era l, nel suo, il settimo dal corridoio; in uno o due attimi di debolezza ero passata davanti al 1183 di Chambers Street, ma in orari in cui Vernor Matheius non poteva essere in casa e senza fermarmi a guardare apertamente il condominio o spingermi sul retro. Quindi era un puro caso che io e Vernor Matheius fossimo andati al fiume quella stessa mattina; non lo avevo mai visto da quelle parti e non gli avevo detto che ci andavo. (Se avevo una vita a parte l'interesse per Vernor Matheius, n io n lui l'avevamo ritenuta degna di attenzione.) Lo vidi imboccare il ponte; vidi che aveva le guance contratte, come se fischiasse; indossava una giacca grigio pietra stropicciata e stretta di spalle, come se gli fosse diventata piccola, e pantaloni ruggine con la piega. Accorci il passo, come rendendosi conto di dov'era: su una passerella di legno sospesa su un fiume che dondolava nel vento. Si port una mano alla fronte per proteggersi gli occhi guardando il panorama. A nord c'era una montagna, rocce di granito misteriosamente corrugate, simili a un cervello umano. Vidi Vernor Matheius appoggiarsi alla ringhiera e guardare gi; sporgersi dalla ringhiera e guardare gi, e mi prese un brivido di terrore: e se adesso cade? Improvvisamente spaventata, salii sul ponte. Sapevo che forse era un errore, che lui avrebbe pensato che lo stavo seguendo, ma non riuscii a resistere; mi dissi che gli sarei passata dietro fingendo di non essermi accorta che era lui (perch mi dava la schiena e in circostanze normali avrei potuto benissimo non riconoscerlo) e che lui avrebbe potuto notarmi o anche no; a questo modo, l'incontro era lasciato al caso. Ma il cuore mi batteva tanto forte da far tremare la passerella. No, non dir una parola. Non mi scoprir. Il vento ci sferzava come prendendosi gioco di noi. Vernor Matheius si sporgeva dalla ringhiera, si teneva gli occhiali con tutte e due le mani forse temendo che gli cadessero, e non mi avrebbe notata... ma la mia ombra dovette sfiorarlo, perch si volt, con la reazione istintiva di chi si volta a vedere chi o che cosa gli sta passando alle spalle su un ponticello di legno sospeso a dieci metri su un fiume; vidi la sua faccia preoccupata, la sua fronte corrugata; pensai ingenua: Non si fida del mondo!. Non ebbi la profondit di pensare: Non si fida del mondo dei bianchi. Ma nell'euforia del momento n io n lui avevamo tempo per simili rivelazioni: i nostri sguardi si incrociarono e nei suoi occhi brill come un fiammifero la scintilla del riconoscimento. Anellia. Ancora.
Il vento mi scompigliava i capelli. Me ne tolsi una ciocca di bocca. Lo sguardo di Vernor Matheius scese sul mio ventre, sui miei fianchi, gambe, caviglie, e risal con virile disinvoltura verso seni e faccia, come se mi fossi messa in posa per lui, l, sulla passerella di legno. Avevo la cintura con le medagliette argentate, un maglione a coste nero con le maniche lunghe e i polsini stretti e una gonna nera e lilla di una stoffa indiana crespa svasata sopra il ginocchio. Erano vestiti usati, un travestimento. Io vengo... spesso... qui.  cos... Stavo per dire bello ma quella parola tanto ovvia e inflazionata mi si blocc in gola. Non potevo neanche dire: Guarda che non ti stavo seguendo, Vernor. Solo nel pensiero. Che colpa ne ho?. Sembrava perplesso. Forse non mi detestava. Aleggiava tra noi il ricordo dell'ultima volta che ci eravamo parlati, davanti al Norwood Hall. Aleggiava tra noi il ricordo umiliante della prima volta in cui mi aveva vista.
Mentre frugavo in un bidone dell'immondizia!
Ma Vernor sorrideva, mi sorrideva, nonostante le riserve e l'accenno di rimprovero che ancora gli leggevo sul volto. Stavamo parlando di... cosa? Niente di speciale. Quell'assurdo batticuore mi stava passando. I pensieri di morte di qualche minuto prima svaniti, soffiati via dal vento. Tra uno e nessuno si stende l'infinito.
Avrei potuto pensare che con addosso quei vestiti da anticonformista sarei potuta sembrare carina. Desiderabile.
Non mi venne in mente che avrei accettato le conseguenze di quel travestimento, quali che fossero.
A dieci metri di altezza su un fiume che scorreva nero e impetuoso fra le rocce, come sospesi nel tempo.
Ci fu un cambiamento in Vernor Matheius, impercettibile ma vitale; nei suoi modi, animati, attenti, quasi agitati; nel timbro della voce, pi alto del solito; nell'ansia con cui aggrott la fronte cominciando a parlare. Quella mattina all'universit c'era stata una manifestazione per i diritti civili davanti alla cappella, che sarebbe stata denunciata dai quotidiani locali come opera di sobillatori esterni ma trattata diffusamente e favorevolmente dal Daily Orange, il giornale studentesco; quel giorno ventoso di primavera in cui un arcobaleno fantasma luccicava nel cielo di un azzurro sbiadito c'era stata la distrazione di voci amplificate sul prato, un disturbo dove di solito regnava il silenzio, e quelle voci avevano infastidito alcuni studenti e professori, ed emozionato altri; certe lezioni erano state annullate per consentire agli studenti di partecipare, ma la maggior parte no; avevo visto pi facce nere di quante credevo ci fossero all'universit e persone che chiaramente non erano studenti, ma organizzatori. Mentre correvo da una lezione all'altra avevo sentito i megafoni, le voci forti interrotte da applausi, e qualche fischio. Naturalmente sapevo delle battaglie per i diritti civili nel Sud, dell'arresto di Martin Luther King Jr e di altri che marciavano pacificamente con lui a Birmingham, in Alabama; tuttavia, se me lo avessero chiesto, non avrei saputo dire se il governo degli Stati Uniti tutelava il diritto dei manifestanti o il diritto delle autorit di arrestarli. Due settimane prima al campus c'era stata una manifestazione ancora pi clamorosa, un caotico raduno di una trentina di attivisti del SANE (STOP ALL NUCLEAR EXPERIMENTATION) che protestavano contro gli esperimenti nucleari, picchetti interamente bianchi, studenti pi grandi e rabbiosamente malvestiti; quei picchetti erano stati presi di mira dagli studenti pi giovani e alcuni ragazzi delle confraternite avevano strappato i cartelloni fatti a mano, chiamando i dimostranti comunisti o servi dei comunisti; e alla fine la polizia aveva disperso la folla minacciando di arrestare tutti quanti. Io ero arrivata troppo tardi e avevo trovato un cartellone nel fango che diceva NO ALLA BOMBA PER IL BENE DI TUTTA L'UMANIT e me lo sarei portato via, se non mi fosse stato strappato di mano e fatto a pezzi. La manifestazione per i diritti civili era stata organizzata dal Comitato di coordinamento studentesco contro la violenza ed ebbe una partecipazione pi vasta, fu accolta con maggior rispetto; avevo cercato Vernor Matheius nella folla che si era riunita davanti alla scalinata della chiesa sapendo che non l'avrei visto, perch una simile esibizione pubblica era incompatibile con le strategie pi silenziose e indirette con cui la filosofia si proponeva di cambiare il mondo. E in quel momento, sul ponte sospeso sull'Oneida Creek, intuii che non dovevo sollevare l'argomento. Non dovevo alludere a quel che era successo, o stava succedendo, al campus; non mi intendevo granch di attualit politica, leggevo raramente il giornale, non guardavo mai la televisione; come Vernor Matheius, ero assorbita dalla vita della mente; avrei potuto andare fiera di questa indifferenza, ma quel giorno mi sarebbe piaciuto portare un cartello alla manifestazione per i diritti civili, perch i manifestanti mi erano sembrati ammirevoli, coraggiosi e preparati, mentre i loro avversari erano brutti e astiosi. Vernor non ne voleva sentir parlare, intuii; era appoggiato alla ringhiera di schiena, adesso, con le braccia tese e allargate; mi sciocc vederlo alla luce del sole, all'aria aperta; vedere la sua giovinezza, la sua agitazione, la lieve sfumatura gialla del bianco degli occhi, le lenti macchiate degli occhiali. Parlava dei suoi studi, di un problema incontrato nelle sue ricerche; si era riproposto di affrontare il classico problema della prova ontologica da un punto di vista puramente linguistico. Era rimasto affascinato dal primo Wittgenstein, dal suo lacerante, rivoluzionario Tractatus.  fin troppo normale rimanere sedotti da Wittgenstein. Ma forse non ce ne sono tanti, come lui. Chiusi gli occhi e vidi il guanciale appiattito sul letto di Vernor Matheius; mi sembr di sentirne il profumo, l'odore dei suoi capelli; non ricordavo se avevo visto davvero il suo guanciale, il suo letto, o se Vernor aveva cambiato idea su di me cos in fretta, cacciandomi da casa sua, che non avevo visto niente e avevo dovuto immaginare. Com'era forte l'impulso di gettarmi fra le sue braccia, di appoggiare la mia faccia sul suo collo! No: non devi. Lo disgusterai.
Vernor mi vide rabbrividire e mi chiese: Hai freddo, Anellia?. E io ammisi che s, avevo freddo, perch era vero; il sole era coperto dalle nuvole e stava per tramontare; il calendario diceva che era primavera, ma l'aria che soffiava sul fiume era ancora gelida e invernale. Vernor Matheius mosse le braccia come per proteggermi: era un invito a stringermi a lui, ma io rimasi paralizzata, incerta. Mi domand, stranamente: Per questo sei qui? e io mi sorpresi a rispondergli: S. Disse: Mi sembra un luogo pericoloso. Lo sapevi, Anellia, che  un luogo pericoloso?. Guard gi, aggrottando la fronte ma soddisfatto. Risposi debolmente: S, lo sapevo. So di gente che si  buttata di sotto. Vernor si tolse la giacca e me la mise sulle spalle; era il gesto pi intimo che ci fosse mai stato fra noi e io mi sentii un groppo alla gola, colpita al cuore. Sotto la giacca Vernor aveva una delle sue camicie bianche con le maniche lunghe, stropicciata come se la portasse da giorni. Questa  l'idea platonica di una camicia bianca, non una camicia bianca. Vernor non aveva una donna che lavasse, stirasse e cucinasse per lui; non voleva una donna che lavasse, stirasse e cucinasse per lui e io lo capivo, perch al suo posto non l'avrei voluta neanch'io. Ma quanto ero contenta che Vernor Matheius non fosse sposato: perch all'inizio, quando lo guardavo con occhi pieni di desiderio a lezione, in mezzo a sconosciuti, mi era parso di vedergli luccicare al dito una fede nuziale; in realt non c'era; non c'erano anelli alle sue dita; Vernor Matheius non portava neppure l'orologio, vantandosi di non essere schiavo del tempo dell'orologio. Stava dicendo: Non sono un grande amante della natura. Trovo che sia sopravvalutata. Si ripiega sulla natura quando il cervello non ce la fa pi. Ma mi piace venire qui, quando ho tempo. Perch  un posto pericoloso. Mi piace questa passerella, guardare gi fra le assi. Mi piace che dondoli al vento. Mi sono buscato dei raffreddori terribili in questo posto. Mi piace restarmene qui da solo, sapendo che abbiamo l'istinto di buttarci gi da un ponte come questo, un istinto di morte a cui non voglio soccombere. Mi esalta controllare il desiderio di soccombere, sapere che non lo far mai. Mi piace sapere che cosa non far e che cosa far. Se voglio farlo. Mi stringevo sul petto il bavero della sua giacca troppo grande per me; mi sentivo sopraffatta dalla vicinanza di Vernor Matheius, dal tono confidenziale con cui mi parlava. Disse: Hai ragione, gi da questo ponte si sono buttate parecchie persone. Ma non se ne parla, perch la morte, specie se immotivata,  contagiosa. Ogni anno un certo numero di persone commette suicidio, come si dice, quasi a soddisfare una profezia statistica, bench non sappiano nulla l'una dell'altra n di tale profezia. Mi piace sapere che io, Vernor Matheius, non sar mai uno di loro; io non mi comporto in modi che altri possano prevedere, non fa parte della mia natura. Lo amavo in maniera cos insopportabile che riuscii a balbettare solamente: No, Vernor, non  nella tua natura. Avevo mai osato chiamarlo Vernor prima? Mi fiss e mi prese il viso fra le mani. Ero un enigma per lui, un enigma che non riusciva a capire se valesse la pena di risolvere. In quel momento un'altra persona sal sul ponte e cominci ad attraversarlo; ne sentivamo i passi, il peso. Stranamente, capii che quell'intrusione non avrebbe provocato nessuna reazione in Vernor Matheius, o perlomeno non una reazione normale; non era il tipo da lasciarsi influenzare dall'intrusione accidentale di uno sconosciuto nella sua privacy. Lo sconosciuto si avvicin a noi, ci pass accanto; era un uomo con un maglione pesante, che ci lanci un'occhiata veloce; Vernor non gli bad, come se non esistesse; mi baci, non sulle labbra, con un bacio che sarebbe stato caldo e umido, pieno di desiderio e di promesse, ma sulla fronte, appena sotto la radice dei miei capelli scompigliati dal vento, dove la mia pelle e le sue labbra erano rigide di freddo.
Anellia. Anche questo l'hai trovato in un bidone dell'immondizia?

17.
Non sono un uomo su cui una donna possa contare, non sono un uomo che vuole essere amato.
Cos come non era nella natura di Vernor Matheius essere prevedibile, non era nella sua natura neppure fare promesse. Nemmeno vaghe. Non era nella sua natura seguire routine, per quanto casuali. Per esempio: incontrare Anellia quando la biblioteca chiudeva e passeggiare con me per il campus, quasi deserto a quell'ora, nel romanticismo della primavera, quando persino la pioggia era sottile come una piuma e profumava di rinnovamento. Per a volte mi prendeva la mano, la mano nuda, stringendomi le dita tanto forte che facevo una smorfia di dolore senza che lui mi vedesse, e mi parlava dei suoi studi, delle sue idee; era sempre prossimo a una svolta riguardo al suo problema ontologico, Wittgenstein e il linguaggio. Non voleva pianificare l'incontro dal giorno prima. Bisognava che fosse accidentale, o che lo sembrasse. Magari mi telefonava per invitarmi al caff, ma se io non c'ero non lasciava messaggi, neppure il suo nome. Una o due volte la settimana andava al caff a giocare a scacchi, ma neanche in quello seguiva uno schema prevedibile. I suoi compagni di gioco non potevano fare affidamento su di lui. A volte, vedendomi, mi chiedevano: Viene Vernor?. E io rispondevo con un sorriso che non ne avevo idea. Solo Vernor Matheius sa dove  Vernor Matheius e solo Vernor Matheius sa dove andr Vernor Matheius. Tuttavia, se per caso ci incontravamo, sembrava contento di vedermi, davvero; forse ero diventata come il ponte sospeso, non un pericolo ma un'eventualit indefinita; mi chiedeva se ero libera per pranzo o per cena, come se non fossi sempre stata libera per Vernor Matheius; andavamo in un buio ristorante italiano vicino all'ospedale, la sua mano sulla mia spalla come per guidarmi; andavamo da Downy's, dove sceglievamo un tavolo in fondo, nella penombra, e parlavamo sommessamente come una coppia qualsiasi; e io pensavo: Se agli occhi degli altri siamo una coppia, allora  questo che siamo. Per nel caff, fra gli amici di Vernor, c'era invariabilmente qualcuno che ci osservava, occhi curiosi e ostili, occhi di bianchi. Sono amanti quei due? Non che non ci fossero coppie interrazziali a quei tempi a Syracuse. Ce n'erano, certo. (Anche se le vedevo di rado.) Ma qualcosa nei modi di Vernor Matheius era troppo visibile, provocante. E forse io sembravo troppo giovane.
La maggior parte dei giorni non vedevo Vernor. Ed era cos che venivano definiti: come la notte di un insonne  definita dall'assenza di sonno, cos quei giorni di nullit e nervosismo erano definiti dall'assenza di Vernor Matheius.
Non ti ho avvisata, forse? Non mi amare. Non provare neppure a conoscermi.
Perch non  possibile conoscermi.
Perch l'identit di un uomo  dentro. Dove il resto di voi altri non pu misurarla.

18.
La sensualit spesso affretta troppo il crescere dell'amore, in modo che la radice resta debole e facilmente pu essere divelta.
NIETZSCHE

Tuttavia: stavamo attraversando una strada di citt una sera tardi, tenendoci per mano, di umore giocoso, e un'automobile impazzita, piena di ragazzi ubriachi, non studenti universitari ma giovani bianchi del posto, provocati dalla nostra vista, sterzarono verso di noi gridando Sporco negro! Troia dei negri!; un clacson che suonava, lattine lanciate contro di noi che sprizzavano birra come fosse urina. Avrei ricordato emozionata che Vernor non aveva mollato la mia mano ma l'aveva stretta pi forte. Non li guardare. Non ti voltare. Non esistono. Lo disse con freddezza, furibondo; allungammo il passo e svoltammo dietro l'angolo; l'auto era sparita; era tutto finito; non ci eravamo neppure sporcati di birra. Fino a quel momento ero stata troppo scioccata per provare paura, ma cominciai a tremare. Anche Vernor tremava. Tuttavia non disse pi niente finch poco dopo, salendo la scala di legno sul retro del palazzo in cui abitava, sempre stringendomi la mano, mormor: Resta un po' con me. Non era una domanda e neppure un ordine, ma un'affermazione. Dissi che s, sarei restata. In casa sua c'era un'unica lampada accesa. Disse, sottovoce: Spogliati, Anellia.
Con la stessa espressione di rabbia soggiogata e silenziosa si tolse velocemente i calzoni, si slacci impaziente la camicia bianca, gett i vestiti verso la sedia; io ero lenta, avevo le dita intorpidite e prive di sensibilit, e allora lui si volt verso di me, senza dire una parola, i pollici piantati nelle mie spalle, e sembr quasi sollevarmi, con il respiro caldo e affannoso sul mio viso, e mi spinse verso il suo letto nell'angolo in ombra della stanza; era stretto, rifatto velocemente, con un avvallamento al centro del materasso e il guanciale appiattito che tante volte avevo sognato in preda ad assurdo desiderio; aspiravo a piene narici l'odore forte dei capelli oleosi di Vernor Matheius, il profumo del suo corpo caldo, la piega scura del collo, le ascelle pelose, il ventre piatto, il pube, i piedi; la sua bocca premeva contro la mia, per la prima volta, quasi a zittirmi; la sua bocca pi grossa, pi carnosa e pi vogliosa della mia; la sua lingua che si insinuava fra le mie labbra veloce, senza neppure darmi il tempo di aprirle; Vernor Matheius non voleva che lo accogliessi, voleva prendermi, e la sua lingua era lo strumento della sua rabbia fredda e determinata; perch i ragazzi bianchi che ci avevano schernito dall'automobile in corsa erano spariti e restavo soltanto io; fui assalita dal panico, non riuscivo a respirare; non potevo baciare Vernor Matheius perch la sua bocca strapazzava la mia e le sue dita strapazzavano, palpavano, stringevano e accarezzavano il mio corpo; inerme e indifesa sentivo il sapore della sua enorme lingua, la saliva acida di birra nella sua bocca avida, gemente come di dolore, e pensavo stordita: Sta per succedere, finalmente: mi amer. Sentivo il suo pene turgido e gonfio di sangue premere contro il mio ventre; sembrava una cosa viva, che mi cercava e mi voleva; cercai di sussurrare Vernor, ti amo come avevo fatto nelle mie fantasie erotiche, parole magiche nelle mie fantasie, parole che avevano il potere di trasformare un atto sgraziato, maldestro e impulsivo in qualcosa di profondamente significativo, preghiera con il potere di rendere sacro un atto di cui si parlava con volgarit, cinismo e scherno; quando i miei fratelli ne parlavano, ridevano, battute segrete, gesti che le ragazze non dovevano capire, che le ragazze dovevano far finta di non capire; ma quelle parole mi rimasero in gola, non riuscivo a prendere abbastanza fiato per dirle; Vernor non le sent; non voleva sentirle; non era il momento, non dovevo parlare. Vuole scoparti. Niente di pi. Chino su di me, la schiena curva e tremula, il petto ansante, le ossa ben delineate sotto la pelle tesa e lucida di sudore; la pelle scintillante di goccioline di sudore come mica, che avrei voluto leccare con la lingua; ma non potevo, ero inchiodata al letto sotto il suo peso, una mano che mi bloccava la spalla cos che riuscivo a malapena a toccarlo, ad abbracciarlo, a mettergli una mano intorno al collo. Quando si era tolto rapido i vestiti e li aveva buttati da una parte, si era levato anche gli occhiali e i suoi occhi erano infossati e lucidi; senza occhiali era un uomo a me sconosciuto; eravamo stati violentati entrambi da quegli spruzzi di birra come urina che pure non ci avevano toccato; orribili voci di bianchi che gridavano piene di scherno Sporco negro! nella sua stanza, con noi che lottavamo nel buio e sembrava che Vernor Matheius dicesse: Sporco negro a chi?. Mi toccava in mezzo alle gambe, dove nessun uomo mi aveva mai toccata; la mia pelle si ritraeva come di fronte a qualcosa di gelido; terrorizzata; le sue dita erano affilate, insinuanti, impazienti di fronte a quella chiusura delle mie carni; mi ero chiusa, inerme, per paura fisica; ero sgomenta di essermi chiusa bench volessi amare Vernor Matheius; bench volessi amarlo, aprirmi a lui, non ci riuscivo; lo sentii imprecare; lo sentii ridere; la sua risata aveva il suono sibilante di un'imprecazione. Tu! Come se non esistesse insulto peggiore. Ges, ragazza mia... tu. Vernor Matheius ebbe piet di me e mi abbandon. Non voleva forzarmi, perdio. In ginocchio sopra di me si prese in mano il pene e con pochi gesti esperti si procur un orgasmo; fece una smorfia; la sua faccia si contorse come un muscolo contratto, involontariamente; sguardo vacuo che non mi vedeva, non vedeva niente. Si lasci cadere accanto a me, la testa vicinissima alla mia. Osai ancora dire, mordendomi il labbro inferiore: Vernor, ti amo.
Vernor non disse niente. Non si mosse. Respiri lunghi, irregolari, come spasimi. Lo osservavo da dietro le ciglia umide in tutta la sua lunghezza, uomo sdraiato accanto a me in un letto disfatto e sudato, gambe lunghe e muscolose accanto alle mie gambe chiare; non riuscii a dirgli Perdonami, sapevo che sarebbe scoppiato a ridere. La rabbia nella sua risata mi avrebbe fatto troppo male. E cos restammo qualche minuto in un silenzio rotto soltanto dal respiro di Vernor, che piano piano rallent, ma continuava a essere aspro e sibilante, disperazione dello spirito racchiuso dentro quel corpo, spirito definibile solo attraverso il corpo, e violentato.

Vatti a lavare. Abbiamo finito.
Era un ordine. Non sgarbato n prepotente, ma forte. Vernor era in piedi, di nuovo inquieto. I suoi occhi nudi evitavano di posarsi sui miei, e persino sul mio volto, sul mio corpo, su quel corpo pallido e inconsistente di ragazza davanti a lui nella penombra di una stanza che non pareva neppure pi sua, non pi esclusivamente sua. Senza parole, come una bambina che sia appena stata sgridata, raccolsi i miei vestiti, tristi cose sparse sulle nude assi di legno del pavimento, il travestimento che aveva permesso l'incantesimo ormai finito. E come era finito in fretta, di colpo! Mi chinai a prendere la cintura con le medagliette argentate che tintinnavano debolmente come monetine. Per la prima volta mi chiesi chi fosse stata la prima proprietaria di quella cintura cos bella e poco pratica: la mia gemella perduta, ragazza dal vitino di vespa. Ma forse adesso era cresciuta, oppure era morta.
Entrai nel minuscolo bagno di Vernor Matheius. Cercai a tastoni l'interruttore: sopra il lavabo si accese una nuda lampadina da quaranta watt. Sullo specchio dell'armadietto apparve una faccia bianca e sbigottita, che sulle prime stentai a riconoscere; una faccia impalpabile e radiosa, quasi trionfante. Mi ha amata. Voleva amarmi. Siamo stati nudi insieme. I nostri corpi. Anche se mi avesse mandata via per sempre, questi fatti non sarebbero cambiati. La porta del bagno era di compensato da quattro soldi e non si chiudeva del tutto. Nel bagno c'erano un lavabo incrostato di sporcizia, un gabinetto e una doccia con la tenda di plastica strappata e tenuta insieme con il nastro adesivo. Sopra la cassetta del water c'era il ritratto di un uomo serio e pensoso, di giovanile mezz'et, capelli ricci e scuri, naso affilato e intollerante, labbra sottili strette in un'espressione di cocciuta intensit. Riconobbi Ludwig Wittgenstein, i suoi occhi scuri e penetranti, l'atteggiamento militaresco; portava un cappotto di tweed, la camicia con il primo bottone slacciato. All'altezza della vita teneva fra le mani un bastone di bamb. Wittgenstein si era rifiutato di soccombere alla follia e al suicidio; tenuto conto del tragico destino dei suoi familiari, gi questo era una conquista. Capii perch Vernor Matheius lo considerava un eroe: aveva negato le premesse stesse del suo apparente destino e si era reinventato come intelletto puro e disincarnato. Mi ci volle ancora qualche istante per capire che Vernor aveva messo il ritratto di Wittgenstein sopra il water per meditare sul suo eroe ogni volta che urinava, in una posa umile e blasfema al tempo stesso.
Accanto al lavabo c'era una sbarra di metallo che reggeva due asciugamani ben ripiegati ma non molto puliti. E una salvietta incartapecorita. Stavo pensando: Vernor Matheius li ha messi qui senza sapere che io li avrei visti. Nella mia agitazione, fu un pensiero consolante. Vernor non poteva prevederlo, non poteva sapere che io, un'intrusa, sarei entrata nel suo minuscolo bagno per lavarmi al suo lavabo e ne avrei osservato la porcellana sbreccata, prendendo nota del sapone posato sul bordo, del water con il logoro sedile di plastica e la cassetta della misura sbagliata, la tazza macchiata, l'acqua che tremolava come se fosse appena stata toccata o il palazzo vibrasse. E la tenda verdina della doccia, di plastica, da pochi soldi, riparata con cura con il nastro adesivo; immaginai Vernor che la riparava con la fronte aggrottata, applicando a quel compito la stessa precisione e tenacia che dedicava alla filosofia. Dietro la tenda, la doccia era cos bassa e lo spazio cos ristretto che mi chiesi come facesse Vernor Matheius a starci sotto senza piegarsi. (Ma evidentemente doveva chinarsi, per fare la doccia.) Vernor Matheius non poteva immaginare che avrei visto tutto questo.
Mi lavai velocemente, insaponandomi le mani per non usare n la salvietta n gli asciugamani di Vernor. Mi lavai velocemente in mezzo alle gambe e sulla pancia, dove il seme di Vernor era ancora umido e appiccicoso; quei grumi trasparenti e collosi mi sorprendevano; ero meravigliata di come lo sperma schizzasse fuori dal corpo come gettando un ponte su un abisso, come i semi dei pioppi, fatti per essere trasportati lontano dalle correnti d'aria; ero emozionata dalla nuova e irrevocabile intimit che c'era fra noi, bench sapessi che Vernor poteva ripudiarmi per questo e che c'era l'eventualit che mi avesse ingravidata, nonostante il suo seme non fosse schizzato dentro il mio corpo. Era improbabile, ma possibile, lo sapevo. Siamo amanti, ora.
Ora che Vernor Matheius aveva fatto l'amore con me, per quanto in maniera incompleta, provavo una tenerezza nuova per il mio corpo. Lavandomi, indugiai con la mano in mezzo alle gambe, stupendomi dei peli spessi e ricciuti; com'erano distinti, e com'era distinta la carne che proteggevano, una parte di me che fino ad allora non avevo mai tenuto in grande considerazione; non per vergogna, ma piuttosto per indifferenza e impazienza; perch cos'avevo a che fare io con i miei genitali, quanto mi identificavo con il mio sesso? Eppure sentivo questa tenerezza per il mio corpo, ora che Vernor Matheius aveva dimostrato di voler fare l'amore con me, ora che l'aveva fatto; eravamo uniti per sempre. Mi asciugai con la carta igienica. Mi rivestii in quello spazio angusto perch sapevo di dovermi ripresentare completamente vestita. La cintura con le medagliette argentate era difficile da agganciare con le mani tremanti. Eppure mi sembrava di non essere pi turbata, o spaventata. E quando tornai nell'altra stanza, trovai Vernor seduto alla scrivania, proprio come mi aspettavo; a quella scrivania che tanto ammiravo, grossa il doppio della mia, sotto i volti nobili e ascetici di Socrate e Cartesio. Anche Vernor si era rivestito; la camicia bianca con le maniche lunghe abbottonata fin sotto il mento. Erano camicie di cotone, che probabilmente portava a lavare e stirare in lavanderia, e quindi un lusso, chiaramente una necessit. Forse si era lavato sommariamente nel lavandino della cucina. Aveva lavato via l'odore dei nostri corpi. Sudore, sperma. La mia disperazione. Aveva la faccia lustra come se l'avesse lavata con la paglietta. Le lenti tonde dei suoi occhiali brillavano. Era di nuovo lui, Vernor Matheius.
Per proteggersi da me si era acceso una sigaretta. La Olivetti era stata avvicinata al bordo del tavolo, come se lo avessi interrotto mentre lavorava, un foglio di carta arrotolato sul rullo, una pila di appunti scritti a mano vicino. Cos  felice. Adesso non ha pi bisogno di te. Vernor aveva detto pi volte che studiava soprattutto la notte, dormiva un'ora o due e poi si rimetteva al lavoro riposato, pieno di nuove idee, di energia, di eccitazione. A me veniva sonno, al pensiero di seguire un simile metodo. Non mi avvicinai, capendo che Vernor Matheius voleva che mi tenessi a distanza. Quanto avrei voluto toccarlo, lasciar scivolare le braccia sul suo petto, come facevano, disinvolti, gli amanti; avrei voluto baciarlo sulla guancia e sulla bocca carnosa; avrei voluto posargli la faccia calda sul collo, aspirare ancora una volta il suo profumo, l'odore di lievito e olio di mandorla che emanava il suo corpo. Ma non osavo toccarlo, naturalmente, sapendo che si sarebbe ritratto. Persino sfiorarlo con la mia ombra lo avrebbe innervosito. Cos dissi piano Buonanotte, Vernor e andai ad aprire la porta, da sola; non volevo che si sentisse in obbligo di riaccompagnarmi al pensionato, o anche solo di alzarsi dalla sedia; non volevo che si sentisse in colpa; non volevo che si risentisse del proprio senso di colpa; non volevo che capisse che stavo pensando queste cose, come se avessi il diritto di pensarle; non volevo provocarlo, mettere a rischio il nostro amore.
Il mio comportamento lo sorprese. Lo sorprese, vero? Si volt verso di me mentre mi stavo preparando a uscire e sulla porta gli sussurrai timidamente, a voce bassissima cos che potesse sentirmi oppure no, a seconda di come preferiva: Vernor, ti amo. Buonanotte.
Fuggii. Ero a met scala quando sentii Vernor che mi rispondeva, a voce bassa, irritata: Maledizione, non  vero! Tu non mi ami. Tu non mi conosci.

19.
L'uomo addormentato. Non con espressione riposata, ma di tormento e angoscia. Fronte aggrottata, la bocca tesa in una smorfia. Occhi che si muovevano sotto le palpebre. Subitaneo incresparsi della pelle lucida e scura, come fosse acqua. Se potessi vederlo brutto. Se potessi vederlo non amato. Ero come una bambina che avvicinava le dita alla fiamma, invitando il dolore, sfidandolo, non credendo nella sua esistenza; cercavo di immaginare la mia vita senza Vernor Matheius al centro. La mia vita se non l'avessi amato.
Un buco nel cuore, attraverso cui avrebbe sibilato il gelo dell'universo.
Strano per me, che guardavo dormire Vernor Matheius nelle rare occasioni in cui avevo questo privilegio, che ci fossero altri bianchi, categoria cui teoricamente appartenevo, che vedendo Vernor Matheius nella sua indescrivibile complessit potessero pensare meramente Negro. Liquidarlo in quanto Negro. Che follia!
Mi ero convinta che la vita non analizzata, la vita vissuta senza una continua introspezione, senza mettere in dubbio i pregiudizi, i preconcetti e le fedi ricevuti in eredit, era follia. Nella nostra vita civilizzata siamo circondati dalla follia, ma ci crediamo illuminati.
A maggio di quell'anno nella nostra ventosa citt del nord caddero fredde piogge battenti, come chiodi che si conficcavano nella carne; lo slancio di felicit nel sole del mattino spariva a mezzogiorno, quando si ammassavano nuvoloni come eserciti sopra il lago Ontario e marciavano verso sud per riversarsi sopra le nostre teste. Nuvoloni lividi gonfi fino a esplodere, tumescenza della natura, esplosione della natura. La pelle del mio amante bruciava furiosa. I suoi occhi guardarono rapidi altrove. Disse: Non ho nessuno, n genitori n fratelli; non ho un dio, non ho casa se non nella mente. Il pensiero  la mia casa. Domandai: Non senti la solitudine l dentro, Vernor? Rispose semplicemente: No. C' solitudine qui fuori.

20.
Anellia! Analizziamo il problema. Mi hai detto di aver fatto domanda per entrare in una confraternita femminile - pronunciata con stupito sdegno - senza sapere che era discriminatoria nei confronti di certe persone? Ebrei, negri?
La sua analisi era come carta vetrata. Vernor Matheius grattava brusco e compiaciuto la mia pelle nuda.
Mi guardai i piedi. Guardai per terra, ghiaia mista a fango. Cercai di ricordare: lo sapevo? Cosa sapevo? La persona che ero stata l'anno precedente, prima di Vernor Matheius, era ormai un'estranea. Non potevo rispettarla, ma solo compatirla per la sua ignoranza. Dissi sottovoce, come una bambina colpevole: Credo... di non averlo saputo.
E come facevi a non saperlo?
Come facevo? Era stato un atto impulsivo, impetuoso, non analizzato.
Io... non pensavo di doverlo sapere.
Ecco che ci stiamo arrivando: non pensavi.
Scoppi a ridere di cuore, scuotendo la testa, come un maestro esasperato e deliziato dal suo alunno migliore. Come se le sue dita mi avessero accarezzato, fatto il solletico, tormentato le membra, tormentato appena un po', e le mie membra avessero goduto di quelle attenzioni, cucciolo che vuole essere toccato. Vernor Matheius era cos, quando era di buonumore. Di umore socratico. (Perch tutti i filosofi vorrebbero essere Socrate, anche quelli che non lo amano per principio e hanno ripudiato la sua bizzarra metafisica.) Gli piaceva che Anellia, tanto intelligente, una ragazza cos intelligente, fosse anche, spesso, tanto stupida.
Perch glielo avevo confessato? Il mio sordido passato di Kappa. Il mio pietoso passato di Kappa. Forse volevo divertirlo raccontandogli che ero stata espulsa dal capitolo locale con voto quasi unanime. Con una sola astensione. (Di chi? Non lo avrei mai saputo. Che ingiustizia: che ingiustizia che mi fosse stata detta una cosa cos sorprendente e niente di pi.) Ero stata espulsa sia dal capitolo che dalla confraternita nazionale. Nel dirlo a Vernor, non gli spiegai che avevo chiesto disperatamente di uscire, che mi ero informata su come fare, avevo mandato lettere a funzionarie del capitolo, al consiglio di amministrazione nazionale e alla direttrice accademica (personaggio importante in quel genere di negoziazione) spiegando che volevo dimettermi. Non potevo spiegare a Vernor che non avevo mai incolpato le Kappa del mio crollo, della mia profonda infelicit, ma solo me stessa; ero un fenomeno da baraccone in mezzo alla normalit femminile pi sorprendente, prepotente e luminosa; se per magia mi fossi trasformata in una vera Kappa, forse avrei sussurrato disperata: S?. Ma non mi avevano permesso di rassegnare le dimissioni per il futile motivo che non mi trovavo bene. Nella mia ignoranza, avevo firmato carte che non sapevo essere contratti legalmente vincolanti; io, che non avevo mai firmato carte simili nella mia vita, le avevo scorse velocemente con gli occhi lucidi, quasi senza leggere. Entrare in una confraternita nazionale era un atto ardito che prevedeva un impegno economico; questo io non lo sapevo. Nelle lettere che avevo scritto per dimettermi avevo spiegato di essere di origine ebrea e di aver dichiarato il falso. Avevo spiegato che non ero in grado di pagare le quote ed ero gi in debito di quasi trecento dollari; l'irrefragabile regolamento della confraternita prevedeva che continuassi a essere multata se non partecipavo alle riunioni, e gli interessi passivi continuavano a maturare, ma io non avrei potuto far parte della confraternita e neppure frequentare i corsi, se non avessi lavorato negli orari in cui si tenevano le riunioni. Era un circolo vizioso che doveva interrompersi, oppure sarei morta.
Mi chiesero allarmati se stessi minacciando il suicidio.
E cos mi espulsero, all'unanimit. A parte quell'unica misteriosa astensione che voglio pensare fosse di Dawn, la quale aveva insistito per farmi entrare nella confraternita nella speranza (non irragionevole, peraltro) che contribuissi ad alzare la media dei suoi voti.
Anche Mrs Thayer era stata mandata via, sollevata dal suo incarico. Con brutale sollecitudine, subito dopo il ricevimento in onore delle ex universitarie.
A Vernor Matheius non dissi nulla di Agnes Thayer. Non ci pensavo pi.
Non la verit, ma l'uso che facciamo della verit. Ci che viene fatto al servizio del desiderio.
A piedi fino al fiume, al ponte sospeso sull'Oneida Creek. Era la giornata adatta per quella passeggiata, anche Vernor Matheius lo aveva ammesso. Era di uno strano umore. Aveva ricevuto buone notizie, le aveva lette sul bollettino dell'universit; Vernor Matheius era uno dei quattro studenti di PhD che avevano ottenuto una borsa dal National Endowment for the Humanities per completare la tesi di dottorato l'anno seguente; quando mi congratulai con lui, si accigli e distolse lo sguardo, evasivo; di sicuro era contento, ma non sembrava approvare la propria contentezza; doveva analizzare alle radici quella piccola contentezza codarda; il piacere che provava per un successo professionale, pubblico, per qualcosa che aveva a che fare unicamente con la sua carriera e non con la ricerca della verit. Lo imbarazzava soprattutto che nel dipartimento di Filosofia i professori si congratulassero con lui e gli stringessero la mano come se quel suo colpo di fortuna fosse anche per loro motivo di contentezza; e questo lo costringeva a riconsiderare la stima che provava per loro. Oh, Vernor dissi. Per favore, smettila.  una regressione senza fine.
Rispose, serio: Infatti.  una regressione senza fine. La settimana prossima compir trent'anni.
Non vedevo il collegamento. Non potevo dirgli che lo avevo creduto pi vecchio.
Quel profumato pomeriggio di maggio sulle alture dietro l'universit, Vernor era tornato di buonumore. Avevo imparato a prevedere i suoi cambiamenti di umore, come il cielo sopra l'Ontario. Si riteneva stabile, invariabile, con una personalit simile a quella di Kant, su cui si sarebbero potuti regolare gli orologi, nel temperamento se non nella condotta; riteneva di essere un uomo devoto esclusivamente all'intelletto, come Wittgenstein. Invece era volatile e mercuriale come le Kappa pi capricciose. Io avevo paura di lui. Lo adoravo.
Stavamo passeggiando e Vernor mi teneva un braccio intorno alle spalle, stringendomi a s; scomodo modo di passeggiare; ridevamo, perch la storia delle Kappa l'avevo raccontata per divertirlo; non avrei raccontato nulla della mia vita a Vernor Matheius, se non per farlo ridere. Nel mio breve crollo febbrile dopo l'espulsione dalla confraternita, un giorno e una notte cupissimi in infermeria, avevo visto come in un sogno a occhi aperti l'ambulatorio alla periferia di Buffalo in cui mia madre andava a fare la chemioterapia dopo l'intervento (me lo aveva indicato una volta un parente, tanti anni prima); era un palazzo vecchio, che metteva soggezione nella sua regalit, con un colonnato in cima a una grande scalinata di pietra; il tetto era di ardesia blu scuro che sembrava sempre bagnata; l'edera cresceva sui muri ribelle: la casa della Kappa: l'originale. Di quella rivelazione, di come mi aveva colpito simile a un sasso sulla faccia, non avrei potuto raccontare a Vernor Matheius, il quale stava dicendo, in tono fiero e socratico: Dunque, Anellia, ammetti di non aver pensato? Proprio tu?. Risposi: In realt ho pensato, Vernor, ma in maniera sbagliata. In che senso? Volevo delle sorelle. Mi sentivo sola lontano da casa... Bench mi fossi sentita sola tutta la vita, anche a casa, o no? ...e pensavo di volere delle sorelle, una famiglia che mi volesse bene. Vernor disse: Ma tu non conoscevi quelle ragazze, dico bene?. Ammisi: Dici bene. Vernor: Volevi che ti volesse bene qualcuno che nemmeno conoscevi? Perch?. Risposi debolmente: Le ammiravo. Alcune, perlomeno. Da lontano. Vernor disse: E da dove scaturiva la tua ammirazione?. Come uno dei pecoroni di Socrate vidi dove mi stava guidando, ma non potei sfuggire. Be', erano belle, avevano personalit. Erano cos diverse da me. Replic: Vuoi dire che erano attraenti? Sexy?. Mi vergognavo e non risposi subito. Alla fine: Alcune. Vernor ribatt: Ma erano intelligenti? Rispettavi la loro intelligenza?. Al che io risi e risposi: No. E lui: Ma loro puntavano sull'intelligenza?. E io, accaldata sotto il suo braccio pesante: Non credo, no. Ma la consideravano utile per certe cose. Domand: Utile come?. E io, sempre pi vergognosa: A volte mi chiedevano, alcune, di aiutarle negli studi: rivedere le loro tesine, oppure anche scrivergliele. A volte. Vernor ridacchi, come se l'avesse sempre sospettato, come se avesse visto subito ci che io ero stata troppo cieca per vedere. Tu, Anellia, volevi sentirti amata da delle sconosciute. Persone di scarso valore, che non avevano mai combinato nulla nella vita. Razziste e bigotte. Dimmi perch.
Oh, ma perch insisteva? La sua voce bassa, roca, seducente, crudele e carezzevole; voce di uomo sconosciuto, visto con la coda dell'occhio e sognato; la voce del mio primo amore, del primo uomo penetrato nel mio corpo teso come un tamburo. La voce che avrei sentito tutta la vita come il mormorio del mio stesso sangue nelle vene. Il primo amore non finisce mai. Non si ama pi nessuno come il primo amore.
Non dissi nulla. Vernor parl con sincerit: Eppure sei stata tu a mentire, Anellia. Hai fatto l'ipocrita, spacciandoti per qualcuno che non eri. Anellia, colei che non .
Non era un'accusa, ma un'affermazione. Una sera gli avevo rivelato il mio vero nome. Continuava a chiamarmi Anellia, per, forse perch non aveva voglia di imparare un nome nuovo.
Eravamo nel parco, avevamo lasciato il sentiero. C'erano voci vicino a noi che Vernor sembrava non sentire. Mi prese la faccia fra le mani un'altra volta, come per mettermi in posa, per vedermi; i suoi pollici forti tiravano la pelle a lato degli occhi. Il mio istinto era di ritrarmi, di liberarmi: e se mi avesse messo le dita negli occhi? E se mi avesse cavato gli occhi? Sapevo, naturalmente, che Vernor Matheius non mi avrebbe cavato gli occhi, ma avevo il desiderio, dettato dalla paura, di respingerlo. Ero anche eccitata sessualmente, per. Il suo tocco, la sua vicinanza, l'intimit del suo sguardo. La minaccia di quei pollici cos forti. Era come stare vicino a una fiamma altissima, che non si pu sopportare grazie a un mero atto di volont. Perch sei venuta qui con me? Che intenzioni hai? mi disse. Le sue parole volevano provocarmi, ma l'espressione sul suo volto era intensa, come se avesse tutti i nervi tesi allo spasimo. Mi port ancora pi lontano dal sentiero. Era comunque un luogo pubblico, alla luce del giorno. Incespicavo, come ubriaca. Mi travolse un'ondata di ansia: cosa stavamo per fare? Sentivo la distanza fra noi e quel posto, la natura, il mondo oltre la rete del linguaggio, oltre il territorio della filosofia; era questo lo stupore di cui parlava Wittgenstein; lo stupore come condizione inevitabile per chi cerca di pensare. I pollici di Vernor Matheius mi premevano le tempie, con l'autorevolezza del pi forte. Capii perch, quando i predatori atterravano la preda, questa si arrendeva alla stretta delle fauci, una volta che era chiaro che non aveva pi scampo.
Sopra di noi strepiti di ghiandaie, come strilli di scimmie nella giungla.

21.
La via di uscita. Mostrare a una mosca la via di uscita da una bottiglia fu la speranza di una vita per Ludwig Wittgenstein, ma la verit  che gli esseri umani non vogliono una via di uscita dalla bottiglia; siamo affascinati, sedotti dall'interno della bottiglia; le sue pareti di vetro ci accarezzano e ci consolano; le sue pareti di vetro sono il perimetro della nostra esperienza e delle nostre aspirazioni; la bottiglia  la nostra pelle, la nostra anima; siamo abituati alle distorsioni visive del vetro; non vorremmo vedere chiaro, senza quella barriera; non potremmo respirare aria pi pura; non potremmo sopravvivere al di fuori della bottiglia.
Oppure ci diciamo, nel linguaggio che riecheggia dentro il vetro, che  cos.

22.
Come gli antichi ebrei, perseguitati dai loro nemici, interpretavano la storia e gli eventi naturali dal punto di vista morale, credendo che persino i disastri geologici e le tempeste fossero conseguenze della malvagit dell'uomo, cos nei momenti di disagio emotivo tendiamo a dare un significato a tutto ci che succede. Smettiamo di credere nel caso e ci aggrappiamo alla fede in un disegno; non meritare ci che ci succede ci sembra inaccettabile e preferiamo un dio capriccioso e vendicativo all'assenza di Dio. Come bambini, cerchiamo di influenzare ci che non pu essere influenzato e imploriamo piet. Diventiamo superstiziosi. Perdiamo gli ormeggi, andiamo alla deriva verso la follia.
Quando ero innamorata di Vernor Matheius, non credevo di poter vivere senza Vernor Matheius; con la lucidit di un matematico credevo che vivere senza Vernor Matheius equivalesse a vivere una vita cos frammentata e povera da risultare insopportabile. Quel periodo della mia vita in cui compii vent'anni e uscii per sempre dalla giovinezza, stagione in cui mi pareva (a volte!) che Vernor Matheius potesse, in misura misteriosa, corrispondere il mio sentimento; o che, perlomeno, questa fosse una possibilit. Stagione in cui mi muovevo nel mondo come un vetro, tanto fragile da rischiare di frantumarsi in qualsiasi momento. Stagione in cui capivo che la mia euforia, il mio dolore, la mia paura, la mia speranza erano sintomi di follia, ma non potevo modificare il mio comportamento. Non volevo cambiare, perch sarebbe equivalso ad abbandonare la follia, la speranza di essere amata da Vernor Matheius; sarebbe equivalso ad abbandonare la bottiglia in cui la mosca era chiusa; ovvero a morire.
Ero convinta che il legame fra Vernor Matheius e me fosse una forza che andava oltre la mia e la sua volont e che ci avrebbe consumato come il fuoco. Perci ogni mio sguardo, ogni espressione del viso, ogni parola, ogni gesto, per quanto casuali, andavano controllati. Stavo sempre molto attenta. Mi giudicavo sempre. Sin da piccola avevo saputo che c' un modo di comportarsi che  buono, corretto, virtuoso, irreprensibile; ma me ne infischiavo, perch mi era gi toccata la cosa peggiore di tutte, era morta mia madre; da bambina non potevo vederla diversamente: Mi  toccata la morte di mia mamma; era difficile vedere la morte di mia madre come qualcosa che era toccato a lei. Adesso mi dicevo: se sar buona, corretta, virtuosa e irreprensibile sar ricompensata con l'amore di Vernor Matheius; altrimenti, niente. Non c'era un dio a controllare come mi comportavo, n ebreo n della chiesa luterana di Strykersville. Ma non c'era bisogno di nessun dio. Stavo diventando sempre pi superstiziosa: come nell'infanzia della razza si credeva che il mondo invisibile fosse popolato da spiriti e demoni ossessivamente e assurdamente interessati alle vicende umane, cos mi pareva che nel mio amore per Vernor Matheius le forze invisibili fossero dalla mia parte, o contro di me; io dovevo placarle, non potevo ignorarle o respingerle; non potevo rischiare di sfidarle, dovevo guardarmi dai pensieri illusori e impulsivi; nella prima adolescenza mi ero resa conto che se vuoi che succeda una cosa, sar proprio quella che non succeder. Pensare per esempio: Vernor mi chiamer stasera, faremo l'amore nel suo letto era garanzia fatale che non succedesse. I miei pensieri non avevano il potere di controllare il mio destino, ma i miei pensieri erano onniscienti. Com'era possibile? Eppure lo era. Per contrastare questi cupi pensieri-illusioni dovevo tenere sotto strettissimo controllo tutti i miei pensieri. Per contrastare i pensieri-illusioni dovevo tenere sotto strettissimo controllo tutti i miei comportamenti. Quando leggevo, studiavo, la mente completamente assorta nello sforzo intellettuale, ero al sicuro; relativamente al sicuro; il mio zelo non era mai stato cos grande, perch non ero mai stata cos motivata a studiare; capivo inoltre che Vernor Matheius avrebbe rispettato solamente una donna intelligente, una studentessa brillante quasi quanto lui; era quella la radice della mia motivazione, dei miei bei voti. Se il mio amante ammirava Wittgenstein, dovevo imparare pi che potevo su Wittgenstein. Pur non osando pensare: Mi amer per la mia intelligenza, non potr farne a meno.
Bisognava che io fossi buona. Sorridevo spesso, ero gentile, cortese, paziente, premurosa. Anche quando mi costava una fatica enorme. Anche quando mi si spezzava il cuore. Anche quando avrei voluto morire, spegnermi, pur di liberarmi del mio amore radioso e morboso per Vernor Matheius, pur di liberarmi dell'amore.
C' qualcosa che non va? Hai una faccia! domandava una. Una ragazza che stava al Norwood Hall e che sembrava mia amica. Mi offesi, mi arrabbiai; la fissai, con gli occhi lucidi di lacrime simili a schegge di vetro. Cosa vuoi dire? Cos'ha che non va la mia faccia? E la ragazza, che voleva soltanto essere gentile, imbarazzata: A volte sembra che ti irrigidisci, sei talmente tesa che sorridi con met faccia soltanto.

23.
Anellia, sdraiati.
Cos mi aveva detto quel giorno. Entrando per la prima volta nel mio corpo come un amante.
Avevamo fatto l'amore goffamente, freneticamente, sull'erba; terra spugnosa, noi due arrivati insieme a un'impasse in cui il linguaggio non serviva pi. Nient'altro che questo! Questo! A Vernor sporgevano le vene dal collo; una vena sulla tempia; respirava affannosamente, come se stesse correndo; lottando; mi afferr le cosce con le dita forti e mi penetr, strapazzandomi e strizzandomi le carni che sarebbero rimaste chiazzate di lividi per giorni, dopo. Mi rifiutai di gridare, bench non avessi mai sentito tanto dolore; mi rifiutai di gridare: Oh, Vernor ti amo, perch sapevo che se lo aspettava. Non si era tolto i vestiti, solo aperto i pantaloni; con dita agili ed esperte mi aveva sollevato la gonna, spinto da una parte gli slip e penetrato. Questo, questo e ancora questo! Ecco fatto. Vernor non disse nulla mentre faceva l'amore con me e neppure dopo; emise solo un lieve gemito di stupore, un verso di spossatezza, quasi di incredulit. Mi croll addosso come se fossimo precipitati insieme da chiss quale altezza, senza sapere se ci eravamo fatti male. Ero orgogliosa di non avergli resistito, di non essermi ritratta per il dolore, fiamma luminosa e ardente in cui mi ero buttata spontaneamente, lasciandomi martellare, pestare, schiacciare contro la terra; sopra di me il cielo girava vorticosamente e io non sarei riuscita a balbettare le parole cielo, nuvola, dolore, amore.

24.
Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi.
NIETZSCHE

Ormai eravamo amanti, ormai si sarebbe abituato a me. Poteva anche esserci silenzio fra noi, ormai; il silenzio che ci consente di dimenticare che l'altro  l, esiste.
Quando Vernor era annoiato, depresso, inquieto; quando la filosofia lo deludeva e i pensieri gli rigurgitavano nella mente come acque nere da uno scarico otturato, gli veniva voglia di una donna, di un corpo di femmina, di Anellia, magari. Dai, su, canta per me. Con un sorriso che sembrava il ghigno di un teschio. Barba non rasata. Denti da carnivoro, umidi. N molto bianchi n molto regolari. Provai a obiettare: che cosa gli faceva pensare che sapessi cantare? Mi stava forse prendendo per un'altra? Vernor, guardandomi come un sultano osserva il suo harem, disse: Canta, ragazza. Se canti la canzone giusta, avrai salva la vita. E cos, scalza sul pavimento di legno dell'appartamento di Vernor (tende sporche avvolte a met, vetri aperti per disperdere l'odore di chiuso) cantai la prima cosa che mi venne in mente, a caso, a occhi chiusi, parole mezzo dimenticate ascoltate da ragazzina alla radio, femminile bramosia d'amore non mediata, senza vergogna, e Vernor rideva e batteva forte le mani: Pi veloce! Pi ritmo! Muovi quel culetto ossuto!. Risi anch'io, perch faceva ridere veramente; dalla mia bocca uscivano brandelli impazziti di canzoni, schegge del mio tormento nella casa della Kappa, motivetti irritanti e stupidi del Kingston Trio che certe ragazze sentivano continuamente, pop calypso

Hey c'mon Kitch let's go to bed
I gotta small comb to scratch ya head

che fece ridere Vernor ancora di pi, stupidit pura, idiozia totale, e naturalmente era calypso caraibico in forma degradata, imbastardita, cos ridicola che cantai di nuovo

Hey c'mon Kitch let's go to bed
I gotta small comb to scratch ya head

e Vernor si alz e mi abbracci, mi strinse a s con un'espressione che era quasi di tenerezza.
Sai, a volte mi sorprendi.

Desiderio che sale negli occhi di un uomo come una fiammata improvvisa.
Come una fiammata, il desiderio sale negli occhi di un uomo.
Quando era depresso, annoiato. Quando era di umore schifoso (e lo riconosceva).
Due tipi di umore: ispirato e schifoso. E lui alternava fra uno e l'altro come una scimmia che salta di ramo in ramo.
Avrebbe scritto un trattato, su questo argomento: Epistemologia dell'Ispirato e dello Schifoso; prolegomeni alla metafisica futura.
In linea di principio Vernor Matheius disapprovava l'umore. Cartesio, Spinoza, Kant parlavano forse di umore? L'umore in quanto categoria dell'esperienza mentale umana non esisteva nella ricerca filosofica seria. Soccombere all'umore voleva dire non essere pi un filosofo, ma un essere inferiore, ferito. Come un violinista che ha rotto il suo violino. Quando soccombeva all'umore, Vernor Matheius si disprezzava, e a me (che lo osservavo empatica, pur senza dire nulla) sembrava ignaro di s in maniera alquanto evidente.
Annoiato e depresso! E la primavera era al culmine, piena di odori, e l'aria di sera era cos pura anche in citt che mi veniva voglia di camminare per ore. Ma i pensieri di Vernor rigurgitavano e lui non voleva vedere i titoli dei giornali, spingeva via le pagine sgualcite dei quotidiani dimenticati sui tavoli dei caff o nella tavola calda dove ci eravamo dati appuntamento, non voleva sapere niente di marce per i diritti civili che fiorivano in Alabama, Georgia, Mississippi, cani aizzati dalla polizia, bombe del Ku Klux Klan, arresti di volontari; Vernor augurava ogni bene ai manifestanti, sperava che ottenessero ci che si prefiggevano, ma diceva di non avere tempo per la politica, l'attivismo, e neppure per seguire l'attivismo. Il tempo  una clessidra che scorre in una sola direzione diceva. Non risposi: Secondo me sono molto coraggiosi, al limite dell'incoscienza forse, a vivere nel tempo, nella storia perch questi pensieri non mi si erano ancora cristallizzati nella mente, le parole non c'erano.
L'amore per una cosa sola  barbaro, qualsiasi cosa essa sia (Vernor citava Nietzsche a mio beneficio, forzando l'aforisma a proprio uso e consumo), ma pi disprezzabile ancora la lussuria, e ancor pi disprezzabile della lussuria l'abitudine alla lussuria, la dipendenza. Strana compulsione del corpo a indugiare nella carne di un altro. Come se la redenzione, il significato, l'identit, potessero trovarsi nella carne di un altro. Caldo schizzo di seme, pieno di promesse. (Promesse frustrate dalla tecnica di Vernor di depositarmelo sulla pancia, e non nel ventre, oppure di infilarsi un preservativo sul pene eretto e pulsante.) L'abitudine di bere (s, Vernor ammetteva di bere pi di quanto avrebbe voluto). E di fumare (s, Vernor stava certamente fumando di pi, sciocca e sporca dipendenza, ridicola e costosa, che aveva come risultato portacenere stracolmi di cicche e una perenne nebbiolina azzurra nel suo appartamento). Quando i suoi pensieri rigurgitavano. Quando era di quell'umore. Non avrebbe dovuto dare la colpa ad Anellia (lo sapeva benissimo), alla povera dolce Anellia che lo amava tanto, quando lui non meritava n amore n rispetto; quando lo studio andava a rilento; quando veniva lodato immeritatamente (fra gli altri dal suo relatore, che aveva vent'anni pi di lui) nonostante lo studio andasse a rilento; e adesso la borsa ricevuta, che aumentava la sua convinzione che il suo studio non andasse come doveva; s, era adeguato, le sue idee erano moderatamente originali (se  possibile moderazione nell'originalit), ma non era il trattato rivoluzionario che avrebbe voluto scrivere. Quando perdeva fiducia in se stesso e nella filosofia come disciplina che trascende il s; quando cadeva vittima dell'incantesimo dello stupore filosofico, dell'incantesimo di Wittgenstein, tragico e lacerante, per cui porre domande senza risposta era una strategia per rimandare il suicidio (dei quattro fratelli di Wittgenstein, tre si erano tolti la vita) come i racconti notturni di Shahrazad erano una strategia per rimandare la morte; quando perdeva fiducia non nella filosofia ma nel concetto stesso di fiducia; quando disprezzava tutti quelli che lo stimavano; quando disprezzava me perch lo adoravo e se stesso perch era adorato; perch il desiderio sessuale dell'uomo d dipendenza,  un desiderio puramente fisico, una debolezza di quell'immaginazione che credeva di aver vinto anni prima in seminario; sembrava tornato, adesso, come una malattia; il desiderio di Anellia, il cui vero nome si rifiutava di ricordare, del suo corpo esile, pallido e luminescente, corpo di femmina bianca in cui immergersi come in sogno, senza limiti. Mi toglieva i vestiti come a una bambina. Mi studiava con obiettivit da studioso, sistemandosi gli occhiali dalla montatura di metallo. In parte giocoso, allegro; ma con una strana sobriet sottostante; come un filosofo che in un intarsio medievale osserva un teschio stupito, allontanando le braccia che avevo incrociato per nascondermi, imbarazzata dal suo sguardo scrutatore.
Non fare finta, Anellia.  troppo tardi per fingere.
Sussurrava parole che non avrei dovuto sentire, parole di rabbiosa amorevolezza, oppure oscenit, oppure improperi; la voce era rauca, rotta, diversa da quella di Vernor Matheius; diversa da quella che avevo amato in principio; voce di desiderio furioso e inerme, voce di scarico otturato, voce soffocata dal desiderio e dal risentimento per il desiderio; ma spesso Vernor non diceva proprio niente e non sembrava fidarsi di se stesso a toccarmi, se non con gesti misurati, possessivi, facendo scorrere il pollice su una piccola vena all'attaccatura dei capelli, le mani sulle guance e tutti e due i pollici pericolosamente vicino ai miei occhi. Che occhi magnifici, Anellia faceva parte dello stupore, perch non si era quasi accorto di me nelle prime settimane della nostra relazione, quasi fosse cieco a me (ma com'era possibile?), e quindi ignaro, in errore. Diceva: Come puoi fidarti di me, che potrei cavarti gli occhi da un momento all'altro?. Ma naturalmente (naturalmente!) io mi fidavo di lui, facevo una smorfia ma non protestavo mai, quando mi strizzava i seni come sperando di farne uscire del liquido, strizzava le mie cosce piene di lividi, le mie piccole natiche fra le sue mani e cominciava a fare l'amore con me, a pompare dentro di me sussurrando cose che avrebbe preferito non dire forte: La tua fica tignosa e stretta la tua pelle il colore e la consistenza della tua pelle mi fanno ribrezzo lo sai? Lo sai? Non te lo immagini? Te lo immagini? Te lo immagini?. Aumentando il ritmo: Come fai a volermi bene? Come fai a farti scopare da me? Come puoi abbassarti a tanto?. Non avrei mai osato rispondere Ma io ti amo; sebbene nei miei sogni spesso dicessi Ma io ti amo: lui mi tappava la bocca per soffocare le mie parole; mentre il suo piacere montava digrignava i denti, schiacciava la sua bocca sulla mia, gemendo e imprecando; se anch'io sentivo montare il piacere, improvviso e titubante, rapido, come fiamma di candela mossa da una brezza invisibile, se una sensazione travolgente e obnubilante mi esplodeva in mezzo alle gambe, non osavo gridare; lui non voleva che i suoi vicini mi sentissero gridare; se mi chiudeva le dita intorno alla gola, non voleva sentirmi gridare; se mi sputava nella bocca, che nell'orgasmo gli sembrava brutta e aperta come quella di un pesce, non voleva sentirmi gridare; mi riempiva la bocca con la sua lingua; mi riempiva la bocca, piccola e soffocata, con il suo pene; bocca asciutta riempita dalla sua lingua immensa; bocca asciutta riempita dal suo pene immenso; e riversava dentro di me tutto ci che conservava gelosamente di se stesso, rischiando di farmi soffocare, annegare; sussurrando, per, quasi dicendo Oh, Ges, quasi dicendo il mio nome, quasi dicendo Amore, ti amo, come se quelle parole proibite sgorgassero da lui contemporaneamente al seme latteo nell'obnubilamento dell'orgasmo, sempre pi potente di quanto uno possa prevedere, e allora quasi diceva Ti amo, Anellia. Le sue dita lunghe e sottili mi stringevano la schiena, i fianchi e il sedere con tanta forza che l'impronta dei polpastrelli restava per giorni, livido su livido; sopra di me, schiena incurvata come un arco, mi crollava addosso quasi singhiozzando, nel delirio di una caduta cos dall'alto, mi nascondeva la testa nell'incavo del collo, bocca gemente, denti contro il collo; mi premeva la faccia calda fra i seni strapazzati, dolenti, capezzoli eretti per l'eccitazione e la paura; esausto giaceva tra le mie braccia, sconfitto; gli accarezzavo i capelli amati; capelli crespi, oleosi, miei da accarezzare; cullavo la testa pesante che pareva intagliata, mia da accarezzare; e i pensieri del mio amante arrivavano in piccole ondate languide, superficie increspata da onde, ora tiepide e basse; e lo guardavo con la coda dell'occhio, il suo viso, leggermente dall'alto, tenendolo tra le braccia, le sue palpebre tremule, la vita in quelle palpebre, la vita nei suoi occhi, la visione, il cervello dietro quelle palpebre; e capivo che era solo in quell'intimit che si pu conoscere un'altra persona e solo in quell'intimit si pu conoscere se stessi, vicino a un'altra persona; la nudit degli amanti  la nudit di una madre con il figlio neonato; la nudit degli amanti  quella prima nudit, oppure nulla; ed  per questo che gli amanti ucciderebbero per averla, per ottenerla e ripudiarla; e poi cominciavo a parlare, quando l'animo di Vernor si placava e le sue palpebre si fermavano, scivolando verso il sonno; parlavo a voce bassa, tranquilla, dopo aver fatto l'amore; stupita parlavo al mio amante di cose mai viste, soltanto immaginate, un mare azzurrissimo brillante nel sole dove su una straordinaria, enorme spiaggia bianca di un tipo sconosciuto nella mia esperienza, sabbia sottile come zucchero a velo, correvo sulla battigia calda e mi tagliavo il piede su una conchiglia di un fantastico rosa corallo e mia madre, che correva dietro di me, mi prendeva in braccio e mi baciava mentre io piangevo pi per la sorpresa che per il dolore; bench il dolore ci fosse, repentino e pulsante, nel piede; e mia madre mi portava via per lavarlo, baciarlo, baciare il piedino ferito e farlo guarire; gli dissi che mia madre era solo una ragazza imbarcatasi per un lungo viaggio, l fra quelle onde l'avevo vista, a cento metri dalla riva, sola, su una barchetta con un unico remo, come poteva essere successo? Perch mia madre era cos al largo e io piangevo dalla spiaggia cercandola? Mia madre, il cui viso era bello e amoroso bench non lo vedessi chiaramente, faccia delicata (al pari di tutte le facce, forse) come carta di riso subito sgualcita, inavvertitamente strappata; dissi a Vernor di mio padre, di cui non avevo visto il corpo n da morto n da vivo (o cos mi sembrava); uomo dalla grossa faccia rubizza, con il cuore grosso e pesante come una zavorra; ma il volto era stato bello, un tempo, molto diverso dalla faccia di legno intagliato di Vernor; faccia che sembrava senz'ossa, tutta muscoli, tendini e grasso; faccia come un disegno a carboncino deliberatamente rovinato; una volta a scuola avevo disegnato la faccia di mio padre con il carboncino; l'avevo disegnata a memoria; e poi avevo portato a casa lo schizzo per farlo vedere a tutti, che si erano sorpresi di quanto fossi brava, e quando l'avevo mostrato a mio padre, lui si era messo a ridere e aveva scosso la testa dicendo C'hai preso, espressione che non avevo capito, e pi tardi, quella stessa sera, mi aveva chiesto di rivedere il disegno, e questa volta l'aveva strappato in due; mi sarei sempre ricordata lo shock, l'orrore nel vedere mio padre strappare in due la sua faccia; non avrei mai pi dimenticato la sua risata rabbiosa; tuttavia, se fossi scoppiata a piangere, le mie lacrime non sarebbero state sincere, perch dentro di me avevo sempre saputo che non dovevo fare quello schizzo; che non avrei dovuto disegnare la faccia di mio padre; era una trasgressione replicare la faccia del proprio padre, svelando troppe cose. Eppure sembrava volermi bene, quel giorno, il giorno del diploma. Non farti mettere i piedi in testa da nessuno. Dissi al mio amante che di notte, in campagna, a volte mi svegliavo di colpo e sentivo la Morte nel campo di granoturco, nel vento di fine autunno; la sentivo che entrava nella casa dei nonni, troppo delicata per tenere fuori la Morte, e stavo sveglia nel letto, troppo spaventata per respirare, a sentire la Morte che camminava sulle assi scricchiolanti del pavimento al piano di sotto; e pregavo che la Morte passasse oltre la mia porta e quella degli altri, dei miei tre fratelli, dei miei nonni e di mio padre, se era in casa; mi rendevo conto che in quei casi tutti i viventi giacciono immobili per il terrore della Morte in attesa che passi oltre, o che scelga un altro; come in un gregge di animali terrorizzati dai predatori l'istinto dev'essere uno solo: prendine un altro! Prendi lui, non me! Era questo il segreto di cui non parlavano gli adulti, segreto che i bambini sapevano e gli adulti scordavano; segreto di cui i grandi filosofi non volevano parlare perch troppo netto, semplice, privo di rivelazione.
Queste e altre cose dissi al mio amante Vernor Matheius quando giaceva fra le mie braccia, sudato e spossato, in pace; temporaneamente in pace; Vernor Matheius caldo, pesante e abbandonato fra le mie braccia; gli occhi chiusi, la faccia chiusa; gli accarezzavo dolcemente i capelli, la testa, le spalle, le braccia; era la grande gioia della mia vita, tenere Vernor Matheius fra le braccia; Vernor Matheius, un tempo voce disincarnata in un'aula dell'universit; pensavo: Solo ci che non meritiamo giustifica la nostra vita. Perch non potevo credere di meritare Vernor Matheius. Sapevo che non meritavo Vernor Matheius. La nostra goffa intimit nel suo letto stretto, materasso piatto e infossato al centro come una bestia da soma con la schiena spezzata, lenzuola bagnate dai nostri corpi e soffuse del nostro sudore, l'odore dei suoi capelli, delle sue ascelle, dei suoi piedi, l'odore del suo seme, liquido e latteo, nel profilattico che penzolava dal suo pene ammosciato; Vernor Matheius sottomesso dopo il trionfo del sesso, per lui indistinguibile dalla sconfitta del sesso; condividevamo il suo letto scomodo e quell'ora, quelle ore, ma non il sonno e tantomeno i sogni; perch dove andasse Vernor Matheius quando si assopiva io non sapevo n potevo immaginare, galleggiando sulla superficie del sonno come schiuma sul mare, sprofondando appena per poi subito risalire e risprofondare, sempre pi in basso, dita addormentate sui capelli di Vernor, e finalmente addormentarmi, sapendo di non poterlo seguire, ovunque fosse andato.

25.
E la parte della mia vita che non era Vernor Matheius, in quei mesi, e ci che nel vasto e incalcolabile mondo non era Vernor Matheius, e la ragazza il cui corpo abitavo che non era Anellia ma un'altra persona? Che legame, che visione attraverso i suoi occhi scettici? Non aveva futuro, non aveva speranza, non esisteva nessun'altra possibilit?
S. Ma no.

26.
Non pronunci mai la parola negro. La si vedeva avvicinarsi e subito ritirarsi davanti a negro. La si vedeva prenderla in considerazione, pupille aguzze come punteruoli, e poi respingerla prontamente. Negro. In tono di finta sollecitudine diceva: In che rapporti  lei con... con... questa persona di un'altra razza?. Concluse tutto d'un fiato, la faccia grassa da bulldog incongruamente coperta di cipria color pesca che si corrugava, occhi di marmo che si abbassavano in una parodia di pudore femminile, di modestia. Con questo studente di dottorato - in filosofia, vero? - di quanti anni pi grande di lei? Ho sentito cose piuttosto preoccupanti, voglio dire, ho sentito cose preoccupanti, signorina... E pronunci il mio nome come sillabandolo, quasi volesse in tal modo scrollarsi di dosso la responsabilit di decifrare un nome chiaramente straniero; parl con stoica dignit; l'alta concezione morale che aveva di se stessa prevaleva; era la direttrice accademica, carica da non prendere alla leggera. La ascoltai, tacitata dallo stupore; non sapevo cosa rispondere; molto tempo prima avevo borbottato Ti odio! scappando dalla mia nonna tedesca e forse lei mi aveva sentito, forse no; ma non potevo borbottare lo stesso anche in quel momento, perch avevo vent'anni ed ero un'ottima studentessa di quella universit. Pensai, colpevole: Lo sa, sa cosa abbiamo fatto insieme. Come fa a saperlo?. Ero stata convocata dalla direttrice accademica in uno dei miei frenetici giorni feriali, fra le lezioni e il lavoro part-time (alla mensa, in quel periodo); non avevo avuto il tempo di riflettere, e neppure di spaventarmi; avevo rinunciato a pensare a qualsiasi cosa, a parte Vernor Matheius e lo studio, inestricabilmente uniti dal fatto che la mia mente era affilata a imitazione della mente fulminea di Vernor Matheius, le mie tesine erano scritte in vista di un giudizio severo di Vernor Matheius, la mia concentrazione era monomaniacale e a modo suo gratificante come quella di un equilibrista che cammina sul filo sopra un abisso, e questo abisso era la Morte; e questo abisso era il mio infelice amore per Vernor Matheius. E cos non avevo avuto tempo per riflettere, per prepararmi a quell'attacco inaspettato. Ero seduta, stupefatta e umiliata, sempre pi astiosa a mano a mano che avanzava il predicozzo della direttrice accademica, pronunciato con voce cantilenante, insinuante, voce avvezza a rimproverare, sgridare, ferire e umiliare giovani donne; voce vibrante di potere, e di indicibile compiacimento nell'avere potere. Te lo dico per il tuo bene assicura quel tipo di voce. Alla tua et spesso non si capisce da soli cosa  bene. In quel semestre, ero stata convocata in direzione diverse volte ed era sempre stata un'esperienza dolorosa. Avevo chiesto di essere liberata dalla tirannia della Kappa Gamma Pi, ma la direttrice accademica era fortemente contraria a che si lasciassero le confraternite dopo esservi entrate, per qualsiasi ragione, anche disperata; evidentemente non c'erano abbastanza posti letto nei pensionati e le confraternite erano indispensabili per l'universit. Tuttavia questi aspetti pragmatici del problema non venivano mai discussi. Si parlava solo di impegno, fedelt, accordi contrattuali, tenere fede alla parola data. L'etica prevalente era: Hai voluto la bicicletta? Pedala, sebbene la direttrice non lo dicesse con tanta brutalit e sincerit. In quei penosi colloqui avevo dovuto convincerla che volevo lasciare la Kappa per motivi economici, oltre che di disgusto morale; non bastava che le Kappa mi odiassero e mi emarginassero (e si lamentassero con lei, perch volevano che me ne andassi, lo sapevo); non bastava che stessi malissimo con loro, che mi sentissi irrimediabilmente diversa; non bastava che non appartenessi alla chiesa episcopaliana, come avevo dichiarato falsamente, ma avessi sangue ebreo, che non essendo cristiana mi fossi fatta passare per tale per entrare in una confraternita cristiana; bisognava dimostrare anche che non potevo restarvi perch non avevo abbastanza soldi, ero gi sommersa dai debiti; avevo dovuto portare alla direttrice estratti conto e una dichiarazione molto imbarazzante di una banca di Syracuse; mi ero dovuta difendere in quanto nullatenente. La direttrice aveva usato contro di me il fatto che ero una studentessa brillante nonostante le mie difficolt: dal momento che continuavo a conseguire ottimi voti e che i giudizi dei miei professori erano uniformemente eccellenti, come potevo sostenere che far parte della Kappa Gamma Pi andava a scapito del mio rendimento accademico? Lei, giovane donna dalle doti intellettuali superiori, non si sente in dovere di aiutare le sue compagne? Non pensa che sarebbe un atto di generosit, di altruismo? No? La direttrice mi aveva tormentata in questo modo, compiaciuta di farlo; mi aveva spinta all'esasperazione, quasi alle lacrime; ma io mi ero ripromessa di non piangere di fronte a nessuna provocazione; sapevamo entrambe che non aveva scelta, che doveva approvare la mia richiesta, visto che le mie compagne avevano votato per espellermi dalla confraternita e non ne facevo pi parte. E in quel momento, alcuni mesi dopo, ero di nuovo davanti alla sua scrivania.
Era paradossale essere accusata di avere una relazione con una persona di un'altra razza quando in realt non sentivo Vernor Matheius da tre giorni. Per quel che ne sapevo, non l'avrei mai pi sentito in vita mia. Ci eravamo lasciati male. Vernor, in preda a uno dei suoi improvvisi cattivi umori, non si era premurato neppure di alzarsi dal letto; quando io ero uscita dal bagno e, incerta, mi ero preparata per andare via, era rimasto coricato, nudo, con un braccio sulla fronte, a guardare il soffitto. Mi aveva detto con voce cupamente scherzosa: Schopenhauer l'aveva detto, che la vita  una lotta contro il sonno, e alla fine perdiamo. Quella mattina avevo violato il nostro tacito patto andando a casa sua, preoccupata perch non lo sentivo da giorni; avevo deciso che ci dovevo andare, rischiando che si arrabbiasse; mi aveva detto che mi avrebbe chiamata se avesse voluto vedermi e io sapevo (pensavo di sapere) che mi stava punendo, e che quella punizione aveva a che fare con l'ammirazione che avevo espresso per il Coordinamento studentesco contro la violenza e la manifestazione al campus; non ero d'accordo con il suo disinteresse per la politica, l'attivismo, la storia; l'avevo deluso e lui voleva punirmi; ma avevo osato andare da lui lo stesso, come ignara di tutto. C'era, mi aveva fatto entrare; e alla fine avevamo fatto l'amore, anche se in modo non proprio soddisfacente; poi io me n'ero andata e di nuovo non l'avevo sentito per tre giorni, in bilico sul filo sopra l'abisso, decisa a non precipitare. La direttrice accademica mi aveva convocata e io non potevo fare altro che presentarmi nel suo ufficio. Stavo per compiere vent'anni. Vent'anni! Mi sembravano tantissimi; non riuscivo nemmeno a pensare di poterne vivere altri venti. La direttrice accademica aveva il potere di espellermi dall'universit, o almeno cos mi era stato fatto credere. Era una donna fra i cinquanta e i sessant'anni, con un gran petto prosperoso e la faccia coperta da uno spesso strato di cipria color pesca, una faccia che fingeva di sapere ci che non sapeva e di non sapere ci che sapeva; una faccia che non era mai stata una faccia di mamma, una faccia sprezzante e compiaciuta. Questo studente di dottorato, questa... persona di... un ambiente ben diverso dal suo, signorina disse spingendo in avanti il labbro inferiore a indicare preoccupazione, fissandomi con i suoi duri occhi di marmo. Ha pensato seriamente, signorina... ha riflettuto sull'opportunit di... la sua famiglia  al corrente della sua condotta...  mia responsabilit evitare che... La ascoltai, sempre pi imbarazzata e furiosa; immaginavo che fosse stata la direttrice del mio pensionato a fare la spia, bench non ne capissi il motivo n come avesse fatto a sapere di Vernor Matheius. Pi la ascoltavo, pi mi arrabbiavo; ero spaventata dalla mia collera; dal corpo pieno di tensione di Vernor Matheius avevo assorbito collera, ronzio sommesso, battito accelerato, pulsare furioso di collera; pensavo:  convinta che la pelle bianca sia sacra e che io abbia insozzato sia la mia razza sia lei personalmente. Si aspettava che mi difendessi, ma restai zitta, cocciuta e resistente; la direttrice cominci a parlare con pi forza, piena di disapprovazione: ... sembra proprio che lei sia portata per certe cose, signorina. Occhi seri fissi sulla cartellina aperta sulla scrivania. ... La sfortunata esperienza con le Kappa Gamma Pi, difficolt di relazione con i coetanei... difficolt a cooperare con gli altri... tendenza all'asocialit... A quel punto parlai, la interruppi con una voce tagliente come quella di Vernor Matheius: Mi scusi, ha detto asocialit? Ha detto veramente cos?. E la direttrice accademica alz la testa e drizz le spalle, la faccia da bulldog paonazza: S, ho detto proprio cos. Lei risulta avere tendenza all'asocialit, difficolt di adattamento, carattere oppositivo.... E io: Lei non ha diritto di spiarmi. Parlavo veloce, arrabbiata. Posso vedere un uomo, se lo desidero; posso amare un uomo, se lo desidero, nessuno pu impedirmelo. La direttrice aggrott la fronte nel sentire quelle parole cos grezze, nel vedere un comportamento cos poco femminile. E disse: Basta cos. Terremo conto della sua inqualificabile condotta. E io, tremante, risposi: Cosa interessa a lei o ad altri, se vedo un uomo nero? Se amo un nero?. Al che la direttrice mi fiss come se avessi appena bestemmiato. Chiaramente non era abituata a giovani ribelli nel suo ufficio. Signorina, lei ha passato il segno. Non tollero che mi si parli in questo modo. Lei... Ma io ero saltata su in piedi e presi la cartellina dalla sua scrivania. Dissi: Ho diritto di vedere cosa avete scritto su di me. La direttrice, colta di sorpresa, non riusc a rispondere e la sua faccia incipriata si sciolse in una maschera di inorridito stupore nel vedermi sfogliare la pratica, elenco dei voti nei tre semestri, moduli fotocopiati, lettere di raccomandazione dei miei professori del liceo, risultati degli esami, copia di un documento del New York State Board of Regents di Albany che mi concedeva una borsa di studio - taciturna, molto matura per la sua et, estremamente intelligente - relazioni dei professori dell'universit - brillante ma molto giovane, immatura - studentessa eccezionale con la fortuna (o sfortuna) di avere un'immaginazione scettica - e nella scrittura legnosa di Agnes Thayer, che riconobbi immediatamente, accuse gravissime - ragazza scarsamente attraente, proterva e pervicace, maleducata e con una marcata tendenza all'asocialit, ha difficolt a integrarsi ed  irrispettosa nei confronti dei superiori, SE NE SCONSIGLIA IMPIEGO FUTURO IN QUALSIASI CAMPO. Quelle parole mi passarono sotto gli occhi sbigottiti rapide e sfuocate, ma ebbi comunque il tempo di notare che l'ultima frase era stentata e sgrammaticata e di intuire la profondit del turbamento emotivo della Thayer; a quel punto la direttrice accademica si era alzata in piedi, grassa e ansante signora di mezz'et, apparentemente spaventata bench molto pi grossa di me; la spaventavo io, ragazza con una marcata tendenza all'asocialit: che cosa avrei potuto farle? Con tutto il contegno che riuscii a darmi, posai la cartellina sulla scrivania e dissi: Come avete osato spiarmi, lei e Mrs Thayer? Eppure lei sa quanto era disturbata quella donna, sa che fine ha fatto. Se io amo un.... Ebbi anch'io un attimo di esitazione, non sapendo come definire Vernor Matheius, perch qualsiasi parola avessi usato per stemperare la sua individualit in una categoria, in una classe, sarebbe stata una falsit. Pi che una falsit: un tradimento. Persino parlare di lui in termini neutri, in quel contesto, sarebbe stato un tradimento. Balbettai: ... se amo un uomo, di qualsiasi ambiente, lei non ha nessun diritto di interferire. Non ha diritto di intimidirmi. Ho vent'anni, sono un'adulta! Il mio amico Vernor Matheius fa parte dell'American Civil Liberties Union e attraverso di loro le faremo causa, a lei e all'universit, se persister in questi atteggiamenti persecutori e razzisti. Conosciamo i nostri diritti di cittadini americani. Uscii dall'ufficio della direttrice accademica e attraversai l'anticamera esaltata di indignazione, rivedendo sfuocata, come in sogno, la sua faccia sgomenta, e corsi gi per le scale dell'Erie Hall euforica, il sangue alla testa, pensando: Se Vernor mi avesse sentito! Mi amerebbe, vero?. Pensando, esaltata e trionfante: Sono un'asociale? Un agente patogeno per la societ?  questo che sono,  questa la mia essenza?.
Correvo. Attiravo l'attenzione. Non piangevo, avevo la faccia esaltata di indignazione. Agente patogeno! Patogeno! Termine mutuato dalla biologia, utile; non mi ero mai sentita cos potente, cos certa di me stessa. Vernor Matheius e io: due agenti patogeni. Sentivo il brivido del fuorilegge, dell'emarginato; oggetto di disgusto e tab; la mia pelle era bianca, mimetizzazione che usavo nella vita come usavo i miei travestimenti, la mia femminilit; avrei potuto tramutare in forza ci che gli altri percepivano come debolezza. Com'ero radiosa nella mia consapevolezza! Attraversai un prato in discesa, spugnoso di pioggia; l'aria del pomeriggio era diventata crepuscolare, sole coperto da nuvoloni grigi, e aveva una strana iridescenza, come un arcobaleno; mi godevo la mia segreta alterit che nessuno (neppure Vernor Matheius) avrebbe mai conosciuto. Arrivarono folate di aria sulfurea. Un tuono romb in lontananza. Un inaspettato odore penetrante di lill da un giardino accanto al conservatorio mi fece tornare in mente la siepe incolta di lill che cresceva dietro il cadente fienile di mio nonno; presi fiato, rabbrividendo, e corsi sotto la pioggia, schizzandomi le gambe di fango, gambe bianche e nude, ridendo da sola, la faccia luccicante di lacrime di riso, rabbia, dolore, determinazione.
Sono un'amante dei negri e un agente patogeno. Ecco cosa sono.

27.
Non osai raccontare a Vernor Matheius la mia avventura nell'ufficio della direttrice accademica. Non ne avevo il coraggio, bench continuassi a pensare con infantile ostinazione: Se lo sapesse, mi amerebbe. Il mio coraggio per il nostro bene.
Ma era cos? Davvero Vernor Matheius mi avrebbe amata, o anche solo ammirata, se l'avesse saputo? Se lo fosse venuto a sapere? O sarebbe rimasto mortificato, infuriato e disgustato dall'utilizzo indebito del suo nome da parte mia? Dalla mia vanteria il mio amico Vernor Matheius, prima e ultima volta in cui pronunciai il suo nome in pubblico?
Ma non glielo dissi mai, e lui mai lo seppe.
N la direttrice accademica continu con le sue molestie nei miei confronti, perlomeno che io sapessi. La minaccia di un'azione legale, il fantasma dei diritti civili erano stati un colpo sferrato alla cieca, ma ispirato, l'arma pi giusta per difendersi da un funzionario dell'universit in quell'era di riforma dei diritti civili, di radicale ripensamento riguardo a razza, individualit, libert. La direttrice accademica non avrebbe pi avuto motivo di parlare con me quell'anno, n gli altri due che mi rimanevano da frequentare; per ironia della sorte, con quello che col senno di poi sembra un inspiegabile colpo di fortuna, fui incaricata di tenere il discorso di commiato alla cerimonia di consegna delle lauree classe 1965, e pronunciai un discorso denso di ideali sul tema dei diritti civili; in seguito, sul podio, ricevetti i complimenti del magnifico rettore e di una serie di funzionari con toga e tocco, direttrice accademica compresa; notai che era una delle pochissime donne a quella cerimonia, figura di femminile incertezza fra molti uomini alti e dall'aria distinta, faccia imbellettata, eccessivamente incipriata, tocco nero goffamente inclinato sui capelli castani brizzolati. Quando mi avvicinai, strinse le labbra, e i suoi occhietti lucidi si posarono sulla mia faccia come temendo che dicessi qualcosa di sarcastico, di villano o incriminante che i suoi colleghi maschi potessero sentire. Ma il nostro incontro, che era anche il nostro addio, fu cordiale. Forse ero un po' nervosa, emozionata e ancora lievemente esaltata dal discorso appena pronunciato, dagli applausi ricevuti; sorridevo a tutti, senza vedere nessuno; eccetto che davanti a me c'era la direttrice, sipario nero di donna, e la mia mano piccola e ferma veniva stretta dalla sua, molle e disossata, stretta di mani fredde, come esangui; e la direttrice sorrise e disse: Congratulazioni, mia cara. Ha tenuto fede alla sua promessa. Risposi: Grazie, direttrice. Addio.
Ma questo sarebbe successo in futuro, due anni dopo. Un futuro che neppure la mia sfrenata capacit di immaginazione era in grado di prevedere.

28.
Non sono un uomo su cui una donna possa contare. Non sono un uomo che vuole essere amato.
Ma amami.
Volevo sorprendere il mio amante, farlo felice. Perch fare felice chi amiamo ci fa felici e intristirlo ci intristisce; altrimenti l'universo  un vuoto, un calamaio senza fondo.
Quante volte, in libreria, vedevo libri che sapevo sarebbero piaciuti a Vernor Matheius e pensavo di rubarli per lui? Per me non lo avrei mai fatto: edizioni annotate di opere di Leibniz, Hegel, Heidegger; un nuovo commentario su Wittgenstein, una nuova traduzione dei Dialoghi di Platone, biografie di Kierkegaard e Jaspers, saggi di Ernst Cassirer sulla natura mitica del linguaggio. Tenevo in mano uno di quei libri preziosi, costosissimi, e pensavo: Come sarebbe felice Vernor di possederlo. E cercavo di non pensare: Che tranello trasparente per farmi amare.
Non rubai mai un solo libro. Bench etichettata come fuorilegge dalle tendenze antisociali, non rubai mai per Vernor Matheius, cos come non avrei mai rubato per me; il mio orgoglio mi impediva di abbassarmi a tanto, n sapevo come avrebbe reagito Vernor se avesse scoperto che i suoi libri erano rubati; e sapeva che non avevo i soldi per comprarglieli. Aveva frequentemente manifestato sdegno per la disonest in qualsiasi sua forma, specie intellettuale; disprezzava il pensiero non originale in filosofia e anche i pi piccoli atti illeciti.
Piccoli illeciti, piccole menti diceva.
Sebbene non me li potessi permettere, talvolta compravo a Vernor dei regali, impulsivamente. Non avevo mai vissuto in vita mia una tale rapsodia di felicit: comprare un dono alla persona amata. La scarica di adrenalina Io sono la persona che pu comprare questo dono. Io soltanto, privilegiata.
Erano tesori da negozietti di chincaglierie. Avevo pazienza, sapevo frugare in scatole di oggetti di seconda mano. Trovai una bella stilografica vecchia, nera con le rifiniture dorate, ancora funzionante; un paio di polsini di finta giada intagliata a forma di piccola sfinge; un fermacarte di cristallo (appena incrinato, ma ancora splendido) che faceva anche da lente di ingrandimento. Per il suo trentesimo compleanno regalai a Vernor un panciotto di seta sottilissima pied-de-poule grigio fumo; quando scart la scatola e la apr non tolse subito il panciotto dalla carta velina in cui era fasciato, ma lo fiss, e io temetti che lo trovasse un regalo troppo personale e si fosse offeso; invece lui lo prese in mano, lo indoss e si guard corrucciato allo specchio del com, con occhio critico: Mmmh. Non male. Lo avevo comprato in un negozio nel centro di Syracuse, pi volte ribassato, ultimo prezzo $9,95. Mi era sembrato cos bello, il taglio antiquato, i bottoncini di legno nero; era un panciotto da gentiluomo, da Vernor Matheius. Rise, quando gli dissi che era di seconda mano; l'etichetta era stata tolta. Senza dubbio  il panciotto di un morto, riciclato per me.  logico dissi io. Visto che tu sei vivo. Vernor rise di nuovo e mi chiese, non per la prima volta, perch gli facevo dei regali: Non hai soldi, Anellia. Io feci finta di niente, orgogliosa: Ti sta benissimo, Vernor.  perfetto per te. Vernor ribatte: Non mi sta benissimo e non  affatto perfetto per me, n avevo bisogno di un panciotto, comunque grazie, Anellia. Mi sorrise, e a me si allarg il cuore.

Un'occasione speciale. Ho una cosa speciale da dirti.
Vernor indossava il panciotto di seta sotto la vecchia giacca grigia di panno che gli stava stretta di spalle quando mi port fuori a cena per la prima (e ultima) volta in un bel ristorante costoso in citt, il Brass Rail; si era rasato e la sua faccia era tutta spigoli e piani come mogano intagliato; non si tagliava i capelli da un po' e aveva un'aureola lanosa intorno alla testa; gli si era rotta una stanghetta degli occhiali, che aveva aggiustato con il nastro adesivo e che gli dava un'aria sciatta e al tempo stesso intellettuale; era bello e tracotante nel suo stile ironico; si era messo il panciotto, la giacca, una cravatta scura un po' unta e pantaloni scuri con una piega bizzarra, scarpe di pelle marrone, molto logore e macchiate dall'acqua. Io avevo un vestito di seta nero che sembrava avere una sua vita, un'identit, un idioma propri; stile anni Quaranta, ma con la gonna svasata, lunga, maniche strette e scollatura a V che lasciava parzialmente scoperto il mio dcollet pallido e ossuto; aveva una cinturina di stoffa che aveva cominciato ad arricciarsi, lasciando vedere il rovescio; la donna a cui era appartenuto (naturalmente era di seconda mano) doveva avere la vita pi sottile di me, perch la cinturina era stata martoriata con un punteruolo per aggiungervi altri buchi e allacciarla pi stretta, sempre pi stretta; Vernor diceva che quel vestito era erotico, e che puzzava di tomba; mi ero messa una catenina d'oro brunito che era di mia madre, o comunque cos mi era stato detto quando ero piccola da mia nonna, che non l'aveva voluta per s. Per il nervosismo la mia pelle ipersensibile si era coperta di macchie, ma mi ero cosparsa di trucco la faccia, dandomi persino un po' di fard; avevo gli occhi brillanti di follia; pensavo:  il giorno pi felice della mia vita. Potevo fidarmi della felicit, tuttavia? Non reggevo all'ansia di scoprire che cosa voleva dirmi Vernor a tavola; subito dopo il suo accenno, casuale, buttato l, mi ero dimenticata di averlo sentito e avevo distolto lo sguardo, evasiva e spaventata.
Era esaltante apparire in pubblico con Vernor Matheius, vestiti da sera; la sua faccia intagliata nel legno, la mia raggiante, luminosa; i suoi abiti male assortiti, il mio vestito di seta nera da strega; camminavamo sul marciapiede e attraversavamo la strada attirando gli sguardi di tutti, come magneti; mi chiedevo se quella di Vernor non fosse una pubblica dichiarazione d'amore per me, finalmente; a volte ci tenevamo per mano, altre sembrava quasi che si fosse scordato di me; ma ecco l'ingresso elegante del Brass Rail, il ristorante in cui le Kappa andavano a cena con i genitori, ed ecco che Vernor mi teneva aperta la porta per lasciarmi passare e io facevo la mia entre trepidante come su un palcoscenico, in un'arena. Vernor aveva prenotato un tavolo; mentre il matre controllava il suo registro, Vernor mi strizz l'occhio e mi disse che ero perfetta per la parte; quale parte, gli chiesi agitata; e lui: La parte della giovane scrittrice che festeggia la sua prima pubblicazione. E mi si strinse il cuore per la delusione, perch speravo che dicesse un'altra cosa.
(L'occasione speciale che stavamo festeggiando era l'uscita di una mia novella su una prestigiosa rivista letteraria, uno dei miei improbabili colpi di fortuna; avevo scritto una prima versione del racconto a dicembre, afflitta dall'insonnia nel seminterrato della casa della Kappa, e siccome ero disperatamente infelice, avevo scritto una storia comica; di un umorismo estremo, cupo, un viaggio nella follia e ritorno in un momento in cui la follia mi lambiva piedi, mani e capelli. Quando timidamente gli avevo dato la bella notizia, vergognandomi come mi sarei vergognata se avessi vinto alla lotteria, Vernor mi aveva guardata con grande sorpresa per un momento, poi aveva sorriso e fatto un fischio di ammirazione e mi aveva detto che non si sorprendeva pi delle cose che facevo. Mi aspettavo che mi chiedesse di leggere il racconto, ma non me lo chiese mai.)
Nel ristorante fresco e dai colori chiari venimmo accompagnati al nostro tavolo dal matre, che indossava lo smoking, suscitando nella sala un'ondata, non di voci, ma di improvvisa assenza di suoni, come se tutti avessero trattenuto il respiro contemporaneamente. Il matre, con espressione seria e rigida da impresario di pompe funebri, ci fece accomodare in fondo alla sala, a un tavolo piccolo vicino al corridoio che portava alle toilette; ma era un bel tavolo, con una candela accesa e un vasetto di garofani; era un ristorante lussuoso, avvolto in una penombra da abisso marino; appena ci fummo seduti, Vernor mi prese la mano e la alz come mai aveva fatto prima, per baciarmi le dita, gesto che voleva essere scherzoso, parodistico, pensai; ma mi commosse lo stesso, e mi imbarazz, perch ero consapevole degli altri avventori che ci guardavano, dei loro occhi che si distoglievano rapidissimi appena mi voltavo dalla loro parte. Ci volle un po' perch arrivasse il cameriere, che mi porse un enorme menu che accettai senza vedere; ci fu un po' di trambusto per la candela, che si era spenta; Vernor insistette perch la riaccendessero; una coppia al tavolo vicino ci fiss apertamente; erano di mezz'et, molto eleganti e bianchi (naturalmente); cominciavo a sentire l'oppressione del bianco; l'ubiquit del bianco; perch al Brass Rail erano tutti bianchi eccetto i camerieri in divisa bianca (bianchissima!), camerieri neri. (Con quale costanza evitavano di incrociare i nostri sguardi. Durante tutta quella cena tormentosa, fu come se non ci vedessero.)
Tu! Non ti vergogni! Sentii il mormorio sotterraneo di disapprovazione della donna al tavolo vicino al nostro, del nostro robotico cameriere, e pensai: No! Non mi vergogno affatto. Ci volle un po' perch ci servissero da bere, vino per Vernor, acqua minerale per me (che non avevo ancora l'et per bere), e in tutto quel tempo Vernor non diede segno di notare quanto eravamo osservati; era il Vernor Matheius dei pub e dei ristoranti del campus, che non degnava di uno sguardo nessuno; era il Vernor Matheius dell'Oneida Park, che aveva fatto l'amore con me a pochi metri da un pubblico sentiero; il Vernor Matheius della lezione di filosofia; solo che quella sera rideva spesso, a volte sonoramente; sembrava molto rilassato; io ridevo con lui, bench ci fosse un che di forzato e di febbrile nella sua risata; pensai: Conosco quest'uomo o  un estraneo per me?. Che emozione, per, essere in presenza di un estraneo cos. Per quasi tutta la cena Vernor mi interrog nel suo modo socratico, a met fra il serio e il faceto; fu un interrogatorio serrato, come il solletico fatto con un po' troppa forza; mi faceva ridere e al tempo stesso mi intimoriva; una chiazza rossa sotto il mento mi prudeva mentre Vernor Matheius, con voce eloquente e professorale, parlava con sufficiente chiarezza da farsi sentire dagli altri tavoli; parlava di Essere e tempo di Heidegger, testo intraducibile che stava leggendo in tedesco; in Heidegger il peso del linguaggio  significativo quanto il significato, ma il paradosso del linguaggio (lo sosteneva Vernor, o era Heidegger?)  che non ci pu essere un unico linguaggio, ma solo una pluralit di linguaggi. Il tragico paradosso  che ciascuno di noi parla e ascolta un linguaggio diverso da quello degli altri. Dissi, goffamente: Ma la gente di solito si intende; c' comprensione fra loro. E Vernor rispose: E tu come fai a saperlo? La tua convinzione di intendere e comprendere l'altro potrebbe essere illusoria. Mi parl allora della famosa allegoria della caverna di Platone. Bench l'avessi studiata, parevo non conoscere la speciale interpretazione di Vernor. Parlava delle proprie origini cavernicole, dei suoi antenati; Vernor Matheius, che fino a quel momento sembrava non aver avuto storia personale n passato. Mi disse come se niente fosse che i suoi antenati, quelli fino ai quali era riuscito a risalire, erano stati gli africani pi fortunati a sbarcare in America come schiavi, perch erano stati venduti nel Connecticut intorno al 1780 e nel Connecticut la schiavit era stata abolita nel 1784; non c'erano molti schiavi fra i suoi antenati; il nome Matheius era stato scelto dal suo bisnonno, che l'aveva letto su una lapide (o almeno cos voleva la leggenda di famiglia); era per questo, mi disse, che lui era nato con uno spirito libero e non schiavo. Mi parlava come se io fossi in tacita polemica con lui e mi dovesse convincere; sorrise, bevve un sorso di vino e aggiunse in tono battagliero: Perch dovrei passare la mia vita a essere negro per il quieto vivere di qualcun altro? Io ho una missione da compiere. Mi commuoveva che Vernor mi confidasse questi pensieri; non mi aveva mai parlato di s, se non in termini molto vaghi, e non mi aveva mai fatto domande su di me; bench interessato ai corsi che seguivo, ai miei studi e alle cose che scrivevo, sembrava disinteressato alla mia persona; n io avevo interesse a parlargli di me; perch neppure a me era mai interessato molto approfondire chi ero e preferivo pensare a chi sarei diventata. Chiesi a Vernor da che parte dell'Africa fossero venuti i suoi antenati e lui rispose, dopo un attimo di esitazione: Dal Dahomey, luogo di cui non so praticamente nulla, neppure l'esatta ubicazione geografica. Mi parve impossibile, innaturale, ma non volevo polemizzare con Vernor Matheius. Cambi discorso e parlammo di famiglia e identit; non in modo specifico, ma in quanto astrazioni, idee; mi resi conto che, da quando lo conoscevo, Vernor non si era mai allontanato da Syracuse n aveva parlato di andare a trovare i suoi; n era mai venuto a trovarlo qualcuno; non riceveva posta personale, a quanto sapevo, o telefonate; aveva alcune conoscenze nel dipartimento di Filosofia, c'erano professori e compagni di dottorato che ogni tanto lo invitavano a casa loro, ma naturalmente Vernor non ricambiava mai; n ci si aspettava che lo facesse; una volta mi aveva detto che la sua casa era nella mente e mi resi conto che era vero, letteralmente vero. La sua mente era la sua casa, e ci abitava una persona sola. Ognuno  libero di scegliere un'identit scegliendo una linea di condotta mentale che esclude altre linee di condotta disse. Allung nuovamente la mano sul tavolo per stringere la mia, gesto inconsueto; mi strinse le dita come se fossi lenta, ostinata, e dovesse blandirmi per farmi dire di s. Cercher di crederti risposi; e Vernor, severo: Non ti sforzi abbastanza, Anellia. Anche Wittgenstein si sforzava di pensare. Non  un passatempo, come mangiare, chiacchierare, copulare. Rimasi ferita da quell'osservazione, che sapevo essere volta a ferire; ma Vernor continu: Per quanto riguarda il pensare, Anellia, mi deludi. Risposi: Mi dispiace, Vernor. Disse, scoprendo i denti grossi in un sorriso che sembrava una smorfia di dolore: Anellia, c' una cosa che ti voglio dire. Sapevo che non poteva trattarsi di una bella notizia. Bench nello stesso tempo riflettessi: Credi forse di meritare belle notizie? Naturalmente no. Questo  un addio. Mangiavamo senza gustare il cibo; Vernor aveva ordinato per tutti e due il piatto meno costoso di un menu costosissimo, pollo; ma il prezzo della cena sarebbe stato comunque esorbitante; sembrava esserci una obliqua ironia nel fatto che Vernor avesse scelto il Brass Rail, un tipo di locale che normalmente dimostrava di disprezzare. Sapevo di dovergli chiedere che cosa voleva dirmi, come il personaggio di una parabola di Kafka che deve crudelmente prendere parte alla propria esecuzione, ma le parole mi si bloccavano in gola come il cibo che non riuscivo a inghiottire. Vernor disse, con la sua voce professorale: Anzi, me la devi dire tu. Io alzai gli occhi come a chiedere perch e Vernor spieg: Che cosa vuoi da me, Anellia?.
Che cosa volevo da Vernor Matheius?
Riflettei. Forse accennai appena un sorriso, ragazza in abito nero scollato sul pallido dcollet; ragazza bianca impegnata in una conversazione con un nero dalla faccia spigolosa in giacca grigia, panciotto di seta e cravatta scura e bisunta che le faceva la predica. Speravo di dare l'impressione di essere una ragazza con una certa esperienza di sesso e seduzione. Agli occhi degli avventori che ci guardavano con la coda dell'occhio, misteriosa. Solo stare con te, Vernor. Se... Mi strinse pi forte le dita, come se gli ispirassi compassione, e impazienza. Come se impugnasse un gessetto cercando di esporre un sillogismo alla lavagna in una lezione di introduzione alla logica. Anellia, questo non  possibile. Avrebbe potuto parlare del tempo; lo disse come se fosse un fatto, una realt indiscutibile, immodificabile; scelse con cura le parole, come suo solito, come se le parole avessero un prezzo; era parsimonioso con le parole, astuto. Fin il vino, liquido rosso scuro che non mi aveva invitato ad assaggiare. Mi faceva male la bocca dal troppo sorridere, dal sorridere pubblico, rombo nelle orecchie simile al rumore delle onde in un sogno ricordato vagamente; non sentii il resto di quel che mi disse Vernor; la sua mano scura stringeva la mia in un gesto come di protezione e si sollev in maniera da sfiorarmi il seno sinistro con le nocche; a quel tocco rabbrividii, mi sentii inturgidire i capezzoli, assurdi e patetici dentro il vestito di seta nero di una morta; era una carezza che voleva consolare, non eccitare, e neppure intimidire; non c'era nulla di erotico in quel gesto, a parte l'essere esibito; ma forse l'esibizione era inconsapevole; e comunque mi sentivo addosso occhi estranei, gelidi e furibondi, che non avevo la forza di affrontare; perci mi ritrassi dalla carezza casuale di Vernor. Pensai: Cos  la vita: minuscole particelle di sensazione, emozione. Pensai: Ma come posso vivere una vita cos? Sono abbastanza forte?. Il nostro cameriere ci aveva abbandonato, non veniva al nostro tavolo da un sacco di tempo; aveva preparato il conto, mettendolo in bella vista accanto al gomito di Vernor; arriv il matre con il suo smoking, si ferm imperioso e corrucciato a guardarci con aria di disapprovazione e ci spieg in tono di scusa formale che il nostro tavolo era stato prenotato da altri clienti per le nove, e che le nove erano ormai passate; eravamo pregati di andare via non appena possibile, potevamo pagare il conto alla cassa. Vernor sgran gli occhi con finta premura nei confronti del matre, cinquantenne bianco dall'oblunga faccia grassoccia, dagli occhi insolenti; Vernor stava per protestare, ma poi si zitt e con gesto deliberato spinse indietro la sedia e si alz di scatto, tanto che il matre arretr, bench Vernor, uomo alto e snello come una lama, con la faccia scura, cesellata, e i pugni stretti, non l'avesse minacciato. Mi alzai subito in piedi anch'io, il mio unico desiderio era scappare da quel posto terribile; perch nel ristorante c'era l'aria condizionata, faceva troppo freddo, c'era una temperatura adatta a uomini in giacca e cravatta, non a ragazze in abiti di seta scollati; avevo tremato per tutta la cena. Vernor mi prese per mano e mi fece fretta dicendo al matre con gelida educazione: Molto bene. Adesso andiamo e, non si preoccupi, non torneremo mai pi.
Attraversammo la sala fra gli sguardi degli avventori che ci fissavano chiedendosi se stava per scoppiare una rissa fra il matre e il nero arrogante. Cerco di vederci con i loro occhi, ma la visione si sfuoca, avvolta in una nebbia pietosa, come in un sogno che svanisce; panciotto di seta grigio, abito di seta nero, un volto irrigidito dalla collera, un volto colpito dalla vergogna. Posso vivere cos, sono abbastanza forte? Aspettai davanti al Brass Rail che Vernor Matheius pagasse il conto.

E pi tardi. Nel letto di Vernor, fra lenzuola impregnate dei nostri odori, fra le braccia di Vernor che non si stringevano intorno a me, ma mi tenevano mollemente, come si tiene un bimbo da consolare; cercavo di non piangere perch non c' nulla di pi banale che piangere fra le braccia di un amante, banale e futile; e Vernor disse, con innaturale dolcezza: Non ti avevo avvertita che non sono un uomo su cui contare? Eh?. E, ancora pi dolce: Vorrei poterti amare come meriti, perch sei una ragazza in gamba, ma non posso. Tu lo sai che non posso, non ti ho mai n mentito n lasciato intendere cose non vere, Anellia, non  vero?. Parole sincere come una condanna a morte. Tuttavia supplicai: Vernor, ho abbastanza amore per tutti e due. Lasciami un'ultima possibilit!. Il trucco assurdo aveva cominciato a sciogliermisi sulle guance smunte. I capelli lavati quel pomeriggio, spazzolati fino a farli diventare lucidissimi, erano tutti scompigliati, come se mi fossi appena svegliata. E Vernor disse, con voce bassa e risoluta: Anellia, forse adesso dovresti andare. Forse dovremmo finirla qui.
Rimasi ferma, immobile, senza sentire.

Purificarmi fino infondo, ma come? Annullarmi, ridurmi a ossa bianche e ripulite da ogni traccia di carne. E poi sar libera.

29.
Il 12 giugno 1963, tre giorni dopo la cena al Brass Rail, un giovane dirigente del NAACP che si chiamava Medgar Evers pass alla storia, ucciso da un colpo di pistola sparato alla schiena da un razzista bianco mentre stava entrando in casa sua a Jackson, Mississippi. Persino Vernor Matheius, che evitava la cronaca come un cattivo odore, non pot evitare di venirlo a sapere.
Stronzi. Bastardi.
Era segno della sua decadenza che gli venisse da esprimersi con clich cos comuni e volgari.
Adesso cominciava a bere nel primo pomeriggio. A mezzogiorno. Si alzava tardi, stordito, ancora ubriaco dalla sera prima; si trascinava alla scrivania, cercava di lavorare; birra, vinaccio, vino da pochi soldi; non usciva di casa, nemmeno per fare il bucato, per potersi mettere abiti puliti. Aveva la febbre, non mangiava. Scarico otturato rigurgitante acque nere. Stammi lontana, mi avvertiva, ma io facevo finta di niente. Approfittavo della sua malattia, della sua debolezza; ogni giorno, due volte al giorno, salivo la scala esterna sul retro del palazzo di Vernor Matheius, dove potevo trovare la porta chiusa e non riuscire a convincere Vernor ad aprirmela nonostante lo supplicassi; oppure trovare la porta aperta, cedevole al mio tocco, e un odore di sconfitta e di rabbia in casa, che mi assaliva facendomi venire una voglia istintiva di fuggire bench, testarda, restassi. Perch? Perch sei venuta qui quando io non ti voglio? mi accusava tacitamente Vernor. E io, altrettanto tacitamente rispondevo, prendendogli la mano e posandomela, sudata e sporca, sulla guancia: Te l'ho detto: ho abbastanza amore per tutti e due.

Durante quel lungo inverno e la primavera successiva nello Stato di New York scoppi un'epidemia di influenza. Vernor si era vantato di essere immune a simili sciocchezze, ma alla fine dovette soccombervi; scherzando, diceva che lo avevano avvelenato al Brass Rail. Nel giro di una settimana dimagr talmente che quando si coricava supino gli si vedeva spuntare da sotto la camicia lercia lo sterno tagliente come il filo di una vanga; mi sembrava che anche i suoi zigomi fossero pi taglienti, e gli occhi infossati, con una luce folle e cattiva come quella degli occhi scavati in una zucca di Halloween e illuminati da una candela. Mi faceva paura. Avevo paura che si lasciasse morire di fame per ripicca, come quelli di cui si vociferava nelle campagne della mia infanzia, che rimanevano isolati e non avevano abbastanza da mangiare in inverno o erano troppo poveri o troppo orgogliosi o troppo testardi o troppo matti per chiedere aiuto ai vicini. Del povero Medgar Evers, il cui assassino era tuttora senza nome, Vernor disse:  questo che succede quando si passa alla storia: la storia ti schiaccia. Sembrava provare gusto a dirlo.
A volte pareva delirare; a volte inveiva, imprecava; un giorno, entrata in casa sua con una chiave che gli avevo sottratto, rimasi sconvolta nel vedere che aveva gettato libri e carte per terra, disgustato, e aveva strappato i ritratti di Socrate e Cartesio; sembrava che avesse persino imbrattato di urina il Wittgenstein con il suo enigmatico bastone di canna appeso nel piccolo bagno puzzolente. Nel cercare di abbassare le tende, gli si dovevano essere staccate dal meccanismo che le reggeva, e adesso penzolavano a brandelli che non potevo aggiustare, cos le tolsi del tutto; c'erano cocci di vetro per terra, mozziconi di sigaretta, cenere; la stanza puzzava di birra e di vinaccio, di fumo e di stoffa bruciata; le lenzuola erano bruciacchiate; temetti che Vernor desse fuoco al letto e morisse bruciato nella notte assieme ai suoi vicini.
Lasciati amare. Lasciati guarire dal mio amore.
Vernor Matheius mi ud. Ebbe un accesso di tosse e appoggi la testa sulle braccia sul tavolo della cucina.
La macchina per scrivere portatile era stata spinta con violenza contro il muro sulla scrivania devastata. La tappezzeria era graffiata. C'era un foglio di carta che sembrava essere stato strappato dal rullo dell'Olivetti. Sopra c'erano delle XXX e un unico paragrafo leggibile:

Assioma: se (come dice LW) il segno proposizionale viene assegnato a una relazione proiettiva con il mondo, ne consegue che l'uso del segno percettibile di una proposizione (scritta o parlata)  una proiezione di una situazione possibile? (Cfr. LW, 3,11)

Capii che LW stava per Ludwig Wittgenstein; il resto dell'argomentazione, che doveva far parte del trattato che Vernor stava scrivendo per la tesi di dottorato, mi sfuggiva. N osai fargli domande, perch si sarebbe arrabbiato se avesse saputo che frugavo fra le sue carte. Il mio compito era accudirlo, e io lo assolvevo con energia, determinazione e buonumore; non volevo ammalarmi anch'io, ma volevo fargli da infermiera, cos avrebbe visto che lo amavo e non lo giudicavo; perch non si giudica chi  malato, lo si assiste fino a portarlo alla guarigione; lo si assiste fino a ricondurlo alla ragione, al suo vero io. Gli facevo la spesa, gli preparavo da mangiare; nei giorni in cui stava peggio non aveva appetito, il cibo lo disgustava e riusciva a buttar gi solo qualche cucchiaio di minestra; un brodo molto liquido in cui facevo bollire verdure a fettine; canticchiavo sorridente nella sua cucina; in una vecchia favola europea c' un uomo a cui viene mescolata nel piatto una pozione d'amore; la donna che lo ama mischia il proprio sangue al suo cibo, lui mangia e si innamora di lei per l'eternit; sorridevo, pensando di tagliarmi segretamente un dito con il coltello con cui pelavo la verdura e lasciar cadere nella minestra di Vernor una o due gocce del mio sangue; la mia fantasia era cos vivida che pensai quasi di aver davvero compiuto quel gesto bizzarro; forse lo compii veramente; ma una magia tanto primitiva non poteva avere effetto su un uomo come Vernor Matheius. Dovevo accontentarmi di essere tollerata da lui; dovevo essere orgogliosa che mangiasse qualcosa di ci che gli preparavo; lo convinsi ad assaggiare una fetta di pane tostato; lo convinsi a bere mezzo bicchiere di spremuta d'arancia; rimasi accanto a lui, seduto al tavolo di cucina, a guardarlo mangiare, sollecita come una madre ansiosa; il volto di Vernor era tirato e stravolto; sembrava un uomo in preda al dolore, al lutto; dolore indistinguibile dalla rabbia, rabbia indistinguibile dal dolore; indossava una canottiera sudata, era curvo, aveva i muscoli delle braccia che sporgevano, le guance coperte di ispida barba nera; mi affascinava ogni suo affannoso respiro; quando lo abbracciavo per aiutarlo ad alzarsi o a camminare, mi turbava il battito irregolare del suo cuore; ero terrorizzata all'idea che avesse una malattia grave; se accennavo alla possibilit di portarlo da un medico o al pronto soccorso dell'ospedale l vicino, mi insultava; si toglieva gli occhiali, si passava l'avambraccio sugli occhi e mi insultava. Malato da morire, malato nelle viscere, vattene, lasciami solo, non capisci che non ti voglio, brutta stronza, che il colore della tua pelle mi fa schifo?
Aspettavo di ammalarmi anch'io, come Vernor. Nello specchio del suo bagno i miei occhi sembravano gialli d'itterizia, avevo la bocca impastata, come rivestita da qualcosa di appiccicoso e disgustosamente dolciastro; non opponevo resistenza, entravo nei suoi deliri; se non mi respingeva, mi coricavo accanto a lui nel letto, stringendogli la mano ossuta; era una mano grande, dalle nocche prominenti bench ossute; piegavo le sue dita attorno alle mie, cos mi sembrava che mi stesse tenendo la mano, come al Brass Rail, quando mi aveva sfiorato arditamente il seno con le nocche; il mio respiro accelerava o rallentava insieme con il suo; giacevamo come statue funerarie l'uno di fianco all'altra, sospesi in uno stato che, a un osservatore esterno, da lontano, sarebbe potuto sembrare pacifico, sereno, come dopo l'amore.
Perch? Perch lo fai?
Perch ne ho la forza. Perch ho abbastanza amore per tutti e due.

Vernor Matheius era sdraiato sul divano con la sua biancheria sottile e sporca indosso, come un principe decaduto, fra lenzuola macchiate; fumava le sigarette che dovevo comprargli io nonostante fossi contraria, spargendo cenere dappertutto, come semi. Quando un giorno di giugno, aria calda e spessa di inizio estate nella sua stanza, Vernor si alz barcollando per andare in bagno a farsi una doccia, rifiutando l'aiuto che gli avevo offerto, pensai: Questa  la svolta, adesso torner a essere se stesso. (Come se quel se stesso non mi spaventasse a morte.) Erano passati sei giorni e sei notti da quando si era ammalato; sette giorni e sette notti dall'omicidio di Medgar Evers, e il suo assassino non era ancora stato identificato; perch l'assassino di Evers era dappertutto nel Sud, e non solo; in quel modello di crudelt e violenza lanciato a folle velocit contro gli attivisti per i diritti civili che sarebbe culminato nell'aprile del 1968 con l'assassinio di Martin Luther King, in quel futuro che soffiava verso di noi come un vento rapace e scuro. Quando si passa alla storia, la storia ti schiaccia. Non pensai, all'epoca: se non passi alla storia, la storia ti cancella, perch all'epoca pensavo solo a Vernor Matheius e alla sua salute; mentre era nel bagno a farsi la doccia, cominciai a pulire la casa in fretta e furia, togliendo le lenzuola sporche dal letto con l'intenzione di portarle in lavanderia; avevo portato alcuni indumenti di Vernor alla lavanderia vicino all'ospedale qualche giorno prima, e glieli avevo riportati a casa puliti senza farmene accorgere; appena avesse finito la doccia, avrei preso anche gli asciugamani e tutti i vestiti che mi avesse lasciato prendere. Trovai una scopa in un armadio della cucina e spazzai il pavimento pieno di sporcizia; svuotai in una pattumiera che traboccava di rifiuti palette su palette di mozziconi, cenere, fogli accartocciati e pezzetti di cibo rinsecchiti, polvere e capelli; raccolsi lattine di birra vuote, bottiglie di vino; portai la spazzatura nel cassonetto dietro il condominio. Come se abitassi qui. Abito qui, adesso, con Vernor Matheius. Interno 2D. Adesso che Vernor sembrava fidarsi di me, avrei potuto restare con lui tutta la notte; avevo le chiavi di casa, potevo andare e venire come pi mi piaceva; mi sarebbe piaciuto incontrare uno dei vicini, per scambiare con lui un saluto da buon vicinato, mantenere rapporti di buon vicinato; o magari una vicina, una giovane moglie, o uno dei tanti studenti stranieri. Il sole di mezzogiorno brillava forte, avevo i capelli in fiamme e mi venne in mente il folle profeta di Nietzsche, Zarathustra, il suo ardente meriggio. Cos' quest'uomo? grida Zarathustra. Un groviglio di serpenti furiosi. Nonostante la calura mi sentivo piena di energia, euforica; provavo gioia in lavori semplici e manuali come portare via la spazzatura, spazzare e lavare per terra. Vedevo il ghigno di coloro che mi disprezzavano. Amante dei negri! Amante dei negri! Scoppiai a ridere e corsi di sopra, dove la porta era aperta come l'avevo lasciata.
Vernor era ancora sotto la doccia. Origliai dalla porta del bagno e udii il suo fischiettare sommesso sotto lo scroscio dell'acqua e pensai:  tornato se stesso. Mi accinsi a rimettergli in ordine la scrivania, quella scrivania che avevo tanto ammirato, adesso ingombra di cartacce; era tutto fuori posto, a parte l'Olivetti; pensai di raccogliere le pagine sparse (del suo trattato?), di rimetterle nelle pile ordinate di un tempo, ma non riuscii a capirne il senso, e mi arresi. Aprii un cassetto dello schedario, curiosa di vedere che cosa conteneva; era un mobile di metallo verdino, tutto graffiato; Vernor l'aveva comprato per cinque dollari a un'asta dopo un incendio, mi aveva confidato orgoglioso; il cassetto era pieno di cartelline di carta marrone che contenevano fogli scritti a macchina e schede scritte a mano; alcune meticolosamente pulite, altre stranamente macchiate, come se qualcuno ci avesse camminato sopra. Non dovresti, non dovresti farlo,  sbagliato mi diceva una vocina spaventata, ma non mi sembrava che ci fosse niente di male nel dare una sbirciatina a quelle cartelle; tesoro di fogli vecchi, ingialliti; riassunti ordinati dei libri della Bibbia, compresi alcuni libri oscuri come Geremia, Osea, Filippesi, Tessalonicesi, e quasi tutti i libri del Nuovo Testamento; in una grafia ampia e appassionata non immediatamente riconoscibile come quella di Vernor erano scritte colonne di nomi di personaggi magico-biblici: Mos, Giacobbe, Giosu, Eliseo, Giobbe, Ges, Marco, Paolo, Maria Maddalena, come se fossero di persone da lui conosciute. In altre cartelline, pi in fondo, c'erano altre annotazioni e riassunti; teologia, filosofia, etica; la maggior parte scritti con grafia ardita e decisa, una decina di righe per pagina, come se i pensieri fossero sgorgati dalla mente spumeggiante di Vernor schizzando sul foglio a malapena contenuti dal linguaggio. Sorrisi nel vedere le sue tesine dell'universit: scritte ordinatamente a macchina, tenute insieme da graffette arrugginite, con titoli come Il problema del male nel Paradiso Perduto di Milton, Il concetto di virt nella filosofia epicurea, Il concetto di mente in Bertrand Russell; se c'erano segni rossi sui fogli, erano a segnalare entusiasmo, lode; i voti di Vernor Matheius erano tutti A e A+. Cercai di immaginare un Vernor Matheius pi giovane e vulnerabile, studente desideroso di fare buona impressione ai professori; difficile immaginare l'arrogante Vernor Matheius che si percepiva in una posizione di inferiorit rispetto a qualcuno. Poi, guardando senza pensare in un'altra cartellina aperta, trovai pagine tagliate come con un rasoio da riviste e libri; un saggio sulle Leggi di Platone preso da un numero del Journal of Philosophical Inquiry dell'autunno 1961, un capitolo da uno studio di Spinoza, un capitolo da uno studio di Kant, alcuni diagrammi provenienti da un saggio di logica simbolica; che Vernor Matheius avesse strappato quel materiale da testi della biblioteca? Vernor non farebbe mai una cosa del genere. Lui? In fondo al cassetto c'era una cartellina che conteneva mazzette di lettere piegate e ripiegate, e foto stropicciate, alcune in bianco e nero, altre a colori vivaci; mi ritrovai a osservare sconosciuti dalla pelle scura, una famiglia; con un Vernor Matheius giovane, adolescente, nel mezzo; a sedici-diciassette anni, alto, snello e sorridente; e in altre decisamente pi grande, con baffetti appena accennati, sempre alto e snello ma privo di espressione, accanto a una donna pi bassa, grassottella, che sorrideva felice con un neonato in braccio e un bambino di due anni attaccato alla sottana; la giovane donna, lo sapevo, era la moglie di Vernor Matheius, una donna bella, sui venticinque anni, labbra carnose e naso grande e schiacciato; il bambino era color cacao, con gli occhi bellissimi e dalle lunghe ciglia di Vernor, la sua faccia sottile; la foto era piena di colori, essendo stata scattata all'aperto, su un prato davanti a una casetta di legno fra alberi da frutto in fiore, sanguinella e forsythia; Vernor, vestito di scuro, giacca scura, cravatta scura e camicia bianca con le maniche lunghe, aveva un che di bizzarramente stilizzato, sacerdotale; la cravatta era la stessa che si era messo con il panciotto di seta nuovo la sera del Brass Rail; gli occhiali non erano di metallo e rotondi, ma di plastica nera, ovali; era lievemente staccato dalla sua famigliola sorridente e gioiosa e guardava l'obiettivo e oltre con aria malinconica, come se si stesse gi allontanando da quel quadretto, avesse gi progettato la fuga. Maggio 1959. Dunque  sposato,  stato sposato. Ha una famiglia, dei bambini. Mi ha mentito.
Volevo rimettere a posto le foto, ma mi tremava la mano e me ne caddero alcune per terra. Quando mi chinai per raccoglierle, vidi tutto nero. Il mio amore per Vernor Matheius si stava contraendo come una mano tesa che si chiude in un pugno.
Sentii dei rumori improvvisi e veloci alle mie spalle, i piedi nudi di Vernor sul pavimento. Sentii le vibrazioni rabbiose dei suoi piedi prima di vedere lui, voltandomi, in calzoni e canottiera, che avanzava rapido verso di me. Mi prese per un braccio, mi allontan furibondo dallo schedario, lo chiuse di malagrazia e mi insult: Maledetta Anellia! Vattene subito!. Aveva la faccia contratta dall'ira e dal dispiacere; sarebbe stato quest'ultimo a rimanermi pi impresso; le lenti dei suoi occhiali erano lievemente appannate dal vapore del bagno, la sua pelle si era scurita per l'improvviso afflusso di sangue. Per proteggermi, gli spinsi via la mano, ma lui spinse me e mi colp di striscio la tempia con un pugno; sentii lo spigolo duro e tagliente dello schedario che mi affondava nella coscia; sgattaiolai via alla cieca, malferma sulle gambe, e corsi verso la porta che si apriva sul cucinino; Vernor non mi segu, ma continu a insultarmi mentre io correvo gi dalle scale con il respiro affannoso, singhiozzando, rosa dai sensi di colpa, spaventata da quello che Vernor avrebbe potuto farmi. Corsi gi e sentii la sua voce sopra di me, furibonda e bassa come un urlo di dolore e mi coprii le orecchie per non sentire: Vattene da qui e non tornare mai pi! Maledetta! Vaffanculo! Vaffanculo, stronza bianca!.

30.
In termini di spazio l'universo mi comprende e mi inghiotte come un atomo; ma in termini di pensiero io comprendo il mondo.
PASCAL

Ai piedi della scala di legno. I miei pensieri sbattevano qua e l come falene contro un vetro. Mi sedetti, curva, abbracciandomi le ginocchia, a guardare la pioggia. Vernor Matheius mi aveva scacciata come si scacciano i cani, ma io restai l, accucciata ai piedi della scala di legno del 1183 di Chambers Street finch non scese la notte.
Non avrei saputo dire quanto tempo ci restai. So che era buio, pioveva forte. Dall'asfalto saliva vapore. Stavo male, ero in preda a dolore e dispiacere; ero corsa via da Vernor Matheius, avevo vagato sotto la pioggia e alla fine ero tornata, con i capelli appiccicati alla faccia, i vestiti fradici, stordita, affranta, ma con una parte del cervello che continuava a funzionare come sempre: Cosa credevi, non era liberarti di lui che volevi. In lontananza sentivo i rintocchi del campanile del conservatorio sulla sua collina morenica; Chambers Street era pi in basso, in un avvallamento; l'aria l era pi vischiosa, pesante e opprimente; il vapore che saliva dall'asfalto era diventato nebbia; avevo la faccia e la gola che mi bruciavano come se avessi pianto, bench non ricordassi di aver pianto; le lacrime sono un inganno disperato da bambino, inutili. Pensai: Non pianger mai pi, nessuno avr mai pi il potere di farmi piangere. E cos sarebbe stato. Sentivo ancora le dita forti di Vernor sul mio braccio, il suo pugno sulla tempia, rivedevo la sua espressione rabbiosa, disgustata e colpevole al tempo stesso; vergognosa, quasi; avevo scrutato troppo profondamente nel suo animo perch potesse perdonarmi; mi ero spinta troppo in l; mi aveva amato, o quasi amato o (mi dicevo) perlomeno incominciato a concedersi la possibilit di amarmi; o forse aveva cominciato a concedersi la possibilit di concedermi di amarlo senza sarcasmo; e io avevo distrutto tutto questo, avevo distrutto la mia pur esile speranza di essere felice; avevo distrutto la purezza del mio amore per lui, distrutto Anellia, che era una scema. L'idolatra  sempre uno scemo. Erano di Anellia i capelli bagnati che le cadevano sugli occhi, di Anellia le braccia sottili, le gambe magre e muscolose strette contro il corpo tremante; bench fosse estate, l'aria era fredda, la pioggia era fredda; Anellia, il cui animo tremava sull'orlo dell'estinzione, in procinto di essere risucchiata nel vuoto, nel Nulla; una benedizione, il Nulla, perch dopotutto cosa c'era, come aveva detto una volta argutamente Vernor Matheius, se non atomi e vuoto all'inizio del tempo umano, che era anche l'inizio del pensiero umano, e di quell'impegno di umana futilit cui  stato assegnato il nome di Filosofia? Ma con sferzante certezza sapevo come avrei agito: sarei tornata nella mia stanza e avrei fatto un mucchio del mio travestimento, dei miei abiti usati, eleganza da quattro soldi, comprati con tanta fallace speranza, li avrei ridotti a brandelli con un paio di forbici, come un tempo mi ero recisa i lunghi e lucenti capelli; farsi del male  un balsamo, a volte, l'unico modo per guarire; sbrigliamento era un termine che usava Vernor Matheius, e sarebbe diventato mio; persino la cintura argentata avrei strappato fino a staccare le medagliette facendole cadere tintinnanti per terra; il mio cuore batteva forte, con la certezza di quello che avrei fatto e non avrei rimpianto di aver fatto; sarei passata alla storia, che Vernor tanto disprezzava; mi sarei unita ai manifestanti che marciavano scandendo slogan, inalberando i loro striscioni; sarei entrata nel CORE, nel SANE; avrei trovato il modo di trovare un equilibrio fra la mia intensa vita interiore, la mia ricerca di vita, e la storia; senza paura, o perlomeno senza manifestare paura; senza paura bench spaventata; avrei marciato con i negri e i bianchi, affrontato l'odio razziale della mia razza; avrei scoperto il mio cuore e il mio corpo, rendendomi vulnerabile, espiando la mia colpa; sarei rinata, forte della perdita, del dolore. Non pi Anellia. Volevo vedere chi sarei potuta diventare, dopo Anellia.
E sentii la voce di Vernor Matheius sopra di me. Voce sobria, non di rimprovero; voce ancora sommessa per l'emozione, voce roca, la voce del dolore e dello sgomento. Anellia, sei tu? Pausa. Il mio cuore continu a battere tranquillo, nella certezza di cosa avrei fatto e cosa non avrei fatto; cosa non avrei mai pi fatto; e non mi voltai a guardare in cima alla scala Vernor Matheius. Lo sentii borbottare Gesti!, lo sentii scendere la scala lentamente, come un uomo appena risvegliatosi dal sonno; respirava affannosamente, lo sentivo. Quando si ferm sul gradino sopra il mio, ebbi una paura infantile che mi prendesse a calci; e forse l'idea gli venne, ma disse invece: Anellia, non dovresti restare qui. Ti fai soltanto del male. Avrei potuto rispondergli che me ne ero gi fatta, ma stetti zitta. Vernor scese un altro gradino e si sedette vicino a me con un sospiro; un sospiro simile a un brivido; sobrio come gelida pietra eppure tremante; dovetti fargli posto perch si sedesse, come se fosse la cosa pi naturale del mondo che restassimo l al buio, sotto l'acqua; Vernor si accese una sigaretta e butt fuori il fumo dal naso, e dopo un attimo disse, pensoso: Non ho un'anima nera. E siccome non ho un'anima nera, non ho un'anima. Gli risposi: Vernor, pensavo non credessi nell'anima. Pensavo non credessi nell'identit personale, nella storia. Disse: Infatti. Come un daltonico non crede nel colore, non avendone esperienza. Lo disse con una certa perplessit; malinconia, quasi, una malinconia che non gli avevo mai sentito prima. Domandai: Hai famiglia, dunque? Bambini?. E lui rispose: Non pi. E io: Cosa significa non pi?. Vernor si strinse nelle spalle e non disse niente, e la mia voce trem di un'indignazione che non credevo di poter provare, visto che il mio sentimento iniziale nel vedere la donna tarchiata e sorridente della foto era stato di gelosia: Hai lasciato tua moglie e i tuoi figli? E dove li hai lasciati? Dove sono? Come hai potuto fare una cosa del genere, Vernor?. E Vernor rispose, tranquillo: Non  affar tuo chi o cosa ho lasciato, chi o cosa sono. O cosa tu o chiunque altro si aspetta da me. Non replicai, perch era vero; quel dato di fatto era incontestabile; tacqui, ma non acconsentii, e Vernor tir una boccata alla sua sigaretta ed emise nuvole di fumo pungente, odore di colpa; mi venne in mente che di questo non avrei sentito la mancanza; del fumo, del tanfo di sigaretta, del vizio del mio povero padre, della misteriosa morte di mio padre, perverso fascino della dipendenza. No, non mi sarebbe mancato. Osservammo passare una macchina sotto la pioggia, presumibilmente una volante con la luce rossa sul tetto, che sfrecciava lungo Chambers Street schizzando acqua dalle pozzanghere; rivoli di pioggia correvano gi per Chambers Street, strada ripida che scendeva dalla clinica universitaria. E alla fine Vernor disse in tono piatto, con una voce ormai priva di qualsiasi pretesa: I miei antenati del Dahomey vivevano in una societ tribale, furono catturati e portati in Nordamerica come schiavi nel 1780, ma erano stati a loro volta mercanti di schiavi. Catturavano e vendevano altri neri come schiavi. A svelarmi questo segreto fu il nonno di mia madre, che era pastore, quando avevo ventun anni. Era un segreto da tramandare, e mi venne tramandato. I miei antenati, i suoi antenati, avevano commerciato in schiavi africani, neri appartenenti ad altre trib, venduti a schiavisti bianchi europei. Mi ero voltata dalla sua parte; lo guardavo stupefatta; perch dalla bocca di quell'uomo uscivano rivelazioni sensazionali, sempre inaspettate. Avevo creduto di conoscerlo, alla fine, ma non avrei mai immaginato una cosa del genere; n avrei mai immaginato la tristezza nella sua voce, la sua rassegnazione. Come se anche per lui fosse finito qualcosa. Ma poi emerse il suo spirito ironico, il suo sorriso appena accennato e una strizzata d'occhio come se (dopotutto) io e lui fossimo alleati in questa situazione, in questo problema; come se Vernor Matheius fosse un enigma intellettuale che potevamo analizzare insieme, in quanto colleghi, per cercarne la soluzione; come quegli studenti di filosofia che si dedicano all'analisi logica, uniti in quella singolare ricerca della verit che per il filosofo  l'impegno di una vita. Disse amareggiato: Ma perch giudicarli? I miei antenati putativi? Erano esseri umani e come tutti gli esseri umani erano crudeli, sfruttatori, xenofobi; primitivi in una societ tribale che vede i membri delle altre trib come non pienamente umani; si possono uccidere, vendere agli schiavisti; si pu praticare il genocidio come i tedeschi del Terzo Reich e qualcuno ti assolver:  naturale,  la Natura, l'istinto. Dunque i miei antenati vendettero i loro fratelli africani agli schiavisti e si arricchirono per un po', finch non venne il loro turno di essere schiavi. Navi negriere bianche salpavano da Liverpool alla volta della costa occidentale dell'Africa cariche di stoffe, armi e altre merci da barattare con uomini e donne neri, per poi attraversare l'Atlantico alla volta della Giamaica, dove gli uomini e le donne neri venivano scambiati con zucchero da rivendere in Inghilterra; come avrebbero fatto gli inglesi, altrimenti, a prendere il t con i pasticcini? Come avrebbe fatto la civilt bianca senza zucchero in circolo? E le navi ripartivano da Liverpool alla volta dell'Africa occidentale, per caricare uomini e donne neri, e avanti cos all'infinito, perch era un commercio redditizio, un periodo prospero, tutti si arricchivano a parte i poveretti che avevano la sfortuna di venire marchiati come schiavi. Vernor parlava con lievissima ironia, snocciolava fatti, storia, ma ogni sua sillaba era una condanna, ogni sua sillaba un grido di dolore. Gli sfiorai un braccio esitante e dissi: Vernor, tu non sei i tuoi antenati come io non sono i miei, ma con voce tremante, perch forse non era vero. E Vernor replic, pragmatico: Allora non sono nessuno. Non so chi diavolo sono. Ribattei: Ma che importanza ha? Perch... adesso?. Non avevamo forse fiducia nella razionalit pura, nella logica pura, in un linguaggio privato di tutti i sentimenti, di tutta la storia tribale? Il sogno della filosofia non era possibile, allora? Vernor disse, perch anche in quell'occasione Vernor Matheius doveva avere l'ultima parola: S, che importanza dovrebbe avere? Eppure ce l'ha. Strano essere seduta accanto a quell'uomo, su quella scala di legno che puzzava vagamente di marcio, in quel momento perlomeno, a guardare la pioggia, un uomo e una donna seduti vicini a guardare la pioggia; forse abitano l e sono usciti a prendere una boccata d'aria, lui fuma e lei gli sta accanto, sotto una pioggia battente e sibilante che cade sull'asfalto sotto i lampioni, con un'aria di grottesca eccitazione. Sentimmo un'altra volta suonare lontane le campane del conservatorio, pi rintocchi di quanti potessi contare: forse era mezzanotte. Che strano, bizzarro e meraviglioso, che emozione sgorgava dal mio piccolo cuore contorto la vigilia del mio ventesimo compleanno, mentre ero l, seduta accanto a Vernor Matheius sulla scala dietro lo squallido palazzo in cui abitava al 1183 di Chambers Street, Syracuse, New York, la notte piovosa del 18 giugno 1963...
Se foste passati di l per caso, in macchina, e vi foste chiesti chi era quella coppia, chi erano quei due, be', eravamo noi.

III. LA VIA DI USCITA.
1.
Per mostrare alla mosca come si fa a uscire dalla bottiglia? Rompi la bottiglia.
Scioccante telefonata di mio fratello Hendrick, una sera al crepuscolo, nel giugno del 1965. Quando vivevo in un bungalow in affitto vicino a Burlington, Vermont; sola per tutta l'estate, concentrata a scrivere. Squill il telefono ed era mio fratello Hendrick! Con una notizia cos inaspettata che l per l non riuscii a capire di che cosa parlava.
La sua voce profonda e stridula e l'accento nasale dello Stato di New York. Stridente alle mie orecchie, perch gli parlavo di rado; parlavo di rado con i miei fratelli; si sarebbe potuto pensare che mi fossi allontanata da loro, o che loro mi avessero abbandonata e dimenticata. E cos la voce di mio fratello Hendrick mi spavent, come se mi avesse chiamata per chiedermi conto di qualcosa che non avevo fatto, di qualche obbligo familiare che non avevo assolto nella mia fuga disperata da Strykersville, poi interpretata come carriera, destino. La mia voce divent piccola e vulnerabile quando balbettai: S-s, Hendrick? C-cosa?. Non recepivo quel che Hendrick mi stava dicendo con tanta foga, quasi ai cinquecento chilometri che ci separavano si sommasse una distanza temporale; perch Hendrick e io non ci vedevamo dal funerale di mia nonna, sepolta nel cimitero luterano diciotto mesi prima; e nella mia confusione, in piedi sulla soglia di un bungalow in affitto e poco familiare in riva a un lago, mi sforzai di ricordare il volto di Hendrick da adulto, perch il suo viso di bambino era svanito, lo sapevo, non era a quella bella faccia insolente e spensierata che dovevo rivolgermi, ma a una faccia pi carnosa e matura, a un Hendrick ormai trentenne e non pi giovane, bench fosse il pi giovane dei miei tre fratelli; l'unico non ancora sposato, l'unico non ancora padre, eppure per me misterioso e inaccessibile quanto gli altri; durante il funerale di mia nonna i suoi occhi si erano posati su di me con affetto perplesso, o forse non era affetto, ma un vago risentimento con una piccola dose di ammirazione, perch Hendrick era convinto che fosse un'ingiustizia, una stramaledetta ingiustizia, perdio, che fossi stata io ad andarmene da Strykersville con una borsa di studio per un'universit prestigiosa mentre lui, intelligente come me, forse anche di pi, certamente pi bravo in matematica, altrettanto meritevole, si era dovuto abbassare ai lavori pi umili per mantenersi agli studi; adesso lavorava alla General Electric di Troy, New York, e le poche volte che ci eravamo incontrati nel nostro nuovo, goffo travestimento di adulti, avevo sentito il peso della sua fraterna disapprovazione, la sua invidia, la sua avversione che mi respingevano, che mi allontanavano con una mano, avevo visto quegli occhi di mica anche mentre si sforzava di sorridere alla sorellina, e avevo avuto voglia di supplicarlo: Ti prego! Ti prego, non odiarmi, Hendrick, la vita  solo fortuna. Ma sapevo che una frase del genere lo avrebbe soltanto messo in imbarazzo; e sembrava imbarazzato anche in quel momento, al telefono, indignato persino: Ges! Che beffa... E noi che per tutti questi anni abbiamo pensato che fosse morto.
Che cosa, Hendrick? Dovevo aver sentito, ma non avevo sentito. Faticavo a respirare. Chi...  morto?
Era morto. Ma a quanto pare, non lo  pi.
Chi?
Pap, e chi, se no? Chi altro ci era morto, ma non avevamo mai seppellito? Per chi altro ti avrei telefonato, Cristo santo?
Voleva dire chi altro, cos'altro avevamo in comune noi due, se non nostro padre e il peso del suo ricordo?
Non fosse stato che per lui, Hendrick e io eravamo due estranei.
Con un filo di voce chiesi: Nostro p-padre ... vivo?.
Appeso a un filo. Ha telefonato un'infermiera, o non so chi, una donna. Stavolta sta per morire davvero.
Ma  vivo? Nostro padre?
Era stato dato per morto anni prima. Era scomparso nell'Ovest. Non riuscivo a ricordare come ne parlavamo i miei fratelli e io, come parlavamo di quell'uomo sempre misterioso nella sua assenza che era stato nostro padre. Nella mia infanzia. E i miei fratelli, i miei fratelli alti e belli, anche loro tanto spesso assenti. Non dicevamo padre, ne ero certa. E nemmeno pap, o babbo.
Hendrick rispose: Gi. Abita in un posto che si chiama Crescent, nello Utah. Circa trecento chilometri a sud di Salt Lake City.  stato ricoverato in ospedale a Salt Lake City, ora lo hanno dimesso. Su sua richiesta lo hanno lasciato tornare a morire nel suo letto. Non gli ho parlato personalmente, non credo che sia in grado. Ho parlato soltanto con lei. Non so chi sia, forse sua moglie. Sai che ha cinquantasei anni? Sta morendo di non so quale tumore. Disse tutto questo con lo stesso tono di voce con cui poco prima aveva parlato di beffa.
Tumore!
Quando ero andata a rispondere al telefono che squillava, non mi aspettavo di ricevere brutte notizie. Erano in pochi a sapere dove mi trovavo, in pochi ad avere bisogno di parlarmi. Se avessi dovuto indovinare chi era, avrei detto che era qualcuno che aveva sbagliato numero. Chi? Mi dispiace, no. Non c' nessuno che si chiama cos a questo numero.
Hendrick parlava in fretta, voleva chiudere la conversazione. Forse si era commosso, dopotutto; o forse l'argomento gli risultava sgradevole. Mi avrebbe dato il numero di telefono della donna che lo aveva contattato, il suo nome e indirizzo a Crescent, Utah, e potevo telefonarle io stessa; nessun'altra informazione su mio padre, perch non aveva altre informazioni n desiderava averne. Armeggiavo con una matita, cercavo di scrivere su un foglietto, ricacciando indietro le lacrime. Vivo! Nostro padre era vivo. Non era mai morto. Fu uno dei grandi shock della mia vita adulta, cos come la notizia della sua morte improvvisa e inspiegata era stato uno dei grandi shock della mia adolescenza. Era comprensibile che Hendrick avesse parlato di beffa, perch sembrava esserci una componente di beffa in simili shock, e nella beffa una componente di crudelt.
Dietro la voce frettolosa di mio fratello giunse un debole pianto lamentoso che poteva essere di un bambino, e qualche colpo di tosse. Hendrick viveva con qualcuno? Com'era la vita di Hendrick, a me sconosciuta? Dei miei tre fratelli, Hendrick era il pi vicino a me per et, pur avendo sette anni pi di me; un abisso, nell'infanzia; non avevo idea di come fosse la sua vita ora, e non osavo fare domande. Al funerale di mia nonna, Hendrick era stato in piedi, alto e cupo e accigliato, distaccato anche dai suoi fratelli, con un'aria di vago risentimento quasi la morte, cos come la vita, di quell'anziana donna avessero avuto poco a che fare con lui; con la sua vita interiore, privata; mia nonna non era stata una donna di grande sentimento o emotivit, aveva amato solo suo figlio, l'uomo che era stato nostro padre; amando suo figlio, aveva esaurito la sua capacit di provare emozioni; lui le aveva spezzato il cuore, forse; aveva spezzato il cuore a tutti noi; nessun altro aveva il potere di spezzare il cuore a mia nonna e nessun altro avrebbe voluto averlo. Al funerale, mio fratello Hendrick mi aveva osservato di nascosto; mi ero sentita a disagio sotto il suo sguardo, e al tempo stesso pronta a sfidarlo; perch quale diritto aveva lui di giudicarmi? Se sembrava che io avessi primeggiato in un mondo cui lui non aveva avuto accesso, come poteva essere colpa mia? Mi rifiutavo di sentirmi in colpa a causa dell'invidia altrui, cos come non riuscivo a sentirmi orgogliosa o superiore per quel motivo; non potevo formulare un giudizio su me stessa in base al giudizio che davano di me i miei familiari, che a malapena mi conoscevano; gli occhi di mio fratello non sorridevano, occhi color pietra uguali ai miei, e a quelli di nostro padre. Quando Hendrick sorrideva, come capitava ogni tanto, il suo sorriso era un lampo rapido e provocante, e si intravedeva in lui una possibilit di calore, di fiducia.
Prima che uno potesse reagire, il sorriso spariva.
Quanto avrei voluto dirgli adesso: Oh, Hendrick, perch ci ha fatto questo, secondo te? Non riattaccare, ti prego, parlami.
Quanto avrei voluto dirgli: Verresti con me nello Utah, Hendrick? A trovarlo? Prima che sia troppo tardi? Potremmo andarci insieme in macchina. Quanto avrei voluto implorarlo: Non mi lascerai andare da sola, vero?.
Ma sapevo quale sarebbe stata la risposta. E cos lo ringraziai e misi gi il telefono.

2.
Non farti mettere i piedi in testa da nessuno.
L'ultima volta che avevo visto mio padre, quell'abbraccio improvviso e rude. L'abbraccio di un uomo che non mi toccava da anni. L'avrei ricordato per giorni, per anni.
Quattro anni prima. Quando era venuto alla cerimonia di consegna dei diplomi di maturit.
Lo shock di vederlo l tra il pubblico! Perch non sapevo che sarebbe venuto, non sapevo che fosse a Strykersville. (Era arrivato la sera prima, aveva dormito in un motel in centro.) La caratteristica predominante di mio padre negli anni in cui ero cresciuta era semplice, brutale: quando era a casa, era a casa; quando non c'era, non c'era. Per restare tanto tempo nello stesso posto, dovrebbe essere morto scherzavano i miei fratelli. Per, inaspettatamente, era nell'auditorium del liceo. Camicia bianca con il colletto sbottonato, giacca e pantaloni bene assortiti. I capelli, i pochi che gli restavano, pettinati all'indietro; il naso piatto, tondo; le guance non rasate. E io, la ragazza incaricata di tenere il discorso di commiato, con una toga nera di lana leggera che sembrava una camicia da notte e il tocco di cartone telato con la nappina che dondolava pericolosamente vicino all'occhio sinistro. A diciott'anni sembravo un precoce ragazzino tredicenne; un individuo con l'ossatura esile e la faccia da furetto che, salendo su un palco, un podio, incontra una resistenza quasi palpabile da parte del pubblico; una resistenza cortese, moderata, ma percettibile; che  terrorizzato e nello stesso tempo impavido, sollevato come Icaro da una mera voce, mere parole, dall'audacia dell'esibizione stessa e dalla voglia di dire qualcosa di ancora non detto che altrimenti non verrebbe detto. E il pubblico sorpreso lo ascolta e sorpreso applaude. E, dopo, il dubbio:  successo veramente? Hanno veramente ascoltato e applaudito? E che cosa significa applauso? Alla fine della cerimonia, in una confusione di sorrisi e strette di mano e complimenti, mi ero voltata e l'avevo visto venire verso di me, mio padre che era pi alto, pi grosso, fisicamente pi presente di tutti gli altri uomini nella stanza; mio padre con i modi di un giovane manzo che sta bello diritto e ondeggia solo leggermente; con la faccia non rasata, arrossata dal bere, gli occhi iniettati di sangue ma luccicanti di combattivo orgoglio paterno. Mi aveva abbracciata e baciata, alitandomi in faccia il suo alito caldo e fumoso, consigliandomi a voce alta con noncuranza di non farmi mettere i piedi in testa da nessuno.
 un consiglio che ho cercato di ricordare. Anche quando non l'ho seguito.

3.
Partii in macchina per Crescent, Utah, da sola. Quattromila chilometri.
Gli avevano dato tre o quattro settimane di vita; avevo il terrore di andare da lui in aereo; non del volo in s (bench non avessi mai preso un aereo) ma di arrivare a destinazione troppo presto.
Avrei passato giorni (e notti) in autostrada, su una Volkswagen comprata l'anno precedente per cinquecentotrentacinque dollari, con i freni difettosi, la marmitta difettosa, un motore molto rumoroso; una leva del cambio che opponeva una certa resistenza; se non tenevo i finestrini aperti tutto il tempo, da sotto il cruscotto veniva odore di monossido di carbonio. Anche se il veleno non  quello che senti. L'aria fresca lo disperde! Era una Volkswagen del 1959 senza riscaldamento e senza aria condizionata, naturalmente; l'unico riscaldamento mi arrivava sulle gambe dal motore. Eppure la amavo, la mia prima automobile; ero talmente ingenua da amarne la piccolezza e l'economicit; la sua forma curva, da maggiolino; o era una forma fetale? In origine color prugna, ma ormai talmente consumata e arrugginita da non avere un colore riconoscibile. C'era una crepa a forma di ragnatela nel parabrezza dalla parte del passeggero, come se uno sfortunato fantasma fosse stato catapultato contro il vetro e vi avesse battuto la testa.
Su quella Volkswagen di seconda mano avrei attraversato in tutta la sua larghezza lo Stato di New York (perch quando era arrivata la telefonata di Hendrick ero nel Vermont settentrionale) e sarei passata a ottanta chilometri da Strykersville; avrei proseguito verso ovest lungo la riva meridionale del lago Erie, attraversato l'Ohio, attraversato l'Indiana, attraversato l'Illinois, attraversato il Missouri settentrionale, attraversato il Kansas, attraversato il Colorado e finalmente sarei arrivata nello Utah orientale, lungo la I-70, fino alla cittadina di Crescent, Utah, 1620 abitanti. Questo, il viaggio della mia vita. Arriver in tempo! Dallo Stato di New York, dall'Illinois e dal Colorado avevo telefonato alla donna dalla voce dolce di cui sapevo solo il nome, Hildie Pomeroy, per chiedere notizie di mio padre e sentirmi dire che era in condizioni stabili e che mi aspettava. Per risparmiare, spesso dormivo in macchina; non di notte, ma di mattina o nel tardo pomeriggio, in festose aree di servizio lungo la strada o nel parcheggio di qualche ristorante; non sul sedile posteriore (perch qualcuno avrebbe potuto vedermi casualmente con la bocca aperta, vulnerabile nel sonno come una neonata); uno dei miei pensieri ricorrenti, di cui avevo cercato di scrivere, solo che non sapevo come cogliere il pensiero, l'immagine, l'enigma per descriverlo in modo coerente, era che non vediamo mai noi stessi nel sonno; non ci vediamo mai con la bocca aperta, vulnerabili nel sonno come neonati; non ci vediamo mai in questo modo, mai; non abbiamo un'idea chiara di noi stessi; i nostri riflessi allo specchio riflettono solo quello che vogliamo vedere, o che possiamo sopportare di vedere, o con cui ci puniamo nel vedere. N possiamo contare sulla vista degli altri. Perch vedono quel che vogliono vedere, con i loro occhi imperfetti. Spesso restavo seduta al posto di guida, quando dormivo in macchina, con le mani che fingevano di stringere il volante cos che (pur essendo del tutto incosciente, con la testa che ciondolava come quella della vittima di un ictus) ero pronta all'azione immediata, alla fuga. Mi lavavo nei bagni pubblici, anche i capelli sudati appiccicosi e arruffati dal vento; non mangiavo spesso al ristorante, ma compravo cibi confezionati nei negozi perch costavano meno e riempivo d'acqua bicchieri di carta che portavo con me; avevo stanziato una certa somma per arrivare dal Vermont allo Utah e spendevo a malincuore per me stessa e non per benzina, olio e manutenzione dell'auto. Gi il primo giorno di guida, quasi otto ore, mi aveva ipnotizzato; mi si abbassavano le palpebre dalla voglia di dormire, o forse era voglia di sognare, senza l'interferenza del sonno; la Volkswagen era cos piccola che tremava, quando con un sibilo sprezzante mi sfrecciavano accanto veicoli pi grossi; anche le altre Volkswagen mi sorpassavano, bench i guidatori spesso mi salutassero con la mano o suonassero il clacson in segno di solidariet. Se superavo i novanta chilometri all'ora, la mia auto vibrava e il turbinio di venti che mi sferzavano la testa era tale che finivo per identificare la Volkswagen con me stessa; o, nella sua fragilit, con mio padre. In mezzo al traffico, ero meno incline alle idee irrazionali e alle immagini ipnagogiche; in autostrada, spartitraffico a sinistra del mio campo visivo e banchina ghiaiosa a destra, aperta campagna, cielo vuoto, cominciavo a sprofondare in quello stato d'animo seducente e traditore che precede il sonno; sentivo una fitta di dispiacere, al pensiero che Hendrick si era rifiutato di accompagnarmi; mi sembrava di ricordare che glielo avevo proprio chiesto e lui aveva detto di no. Non mi aveva richiamata; mi dicevo che non mi aspettavo che lo facesse; non avevo il suo numero, e quindi non potevo chiamarlo io; neanche i miei fratelli Dietrich e Fritz mi avevano chiamata; mi dicevo che non mi aspettavo che lo facessero; non ero delusa, e non ero dispiaciuta. Per loro  morto. Non possono amare un morto come faccio io. Presi l'abitudine di parlare da sola in macchina perch il motore e il vento facevano tanto rumore che quasi non mi sentivo, e questo mi esentava dall'imbarazzo o dalla colpa. Il soliloquio dell'io, che pianifica quello che verr. Perch che cos' la vita, le sue infinite sorprese, se non quello che verr? Mi sembrava di vedere mio padre com'era alla consegna dei diplomi, solo che era nella fattoria dei miei nonni, nella cucina dove tante volte era rimasto seduto a bere e a fumare fino a tarda notte; era disposto a guardarmi, e a parlarmi, e potevo fargli tutte le domande che volevo; ma all'improvviso avevo paura e non riuscivo a parlare. Perch che cosa si chiede al proprio padre, se si ha una sola domanda? Avrei potuto chiedere, in tutta sincerit: Qualsiasi futuro  preferibile a qualsiasi passato? Viviamo solo nel tempo?. Cercavo di rammentare che cosa aveva detto una volta Vernor Matheius sul tempo, ma non riuscivo a ricordare contemporaneamente Vernor Matheius e mio padre; non avrei voluto che Vernor conoscesse mio padre, o anche solo che lo vedesse; n avrei voluto che mio padre conoscesse Vernor, o anche solo lo vedesse; e cos Vernor Matheius svaniva. Nel bel mezzo dello sconfinato Kansas cominciai ad avere le allucinazioni, a vedere la pianura anche nel sonno; le mie allucinazioni e il paesaggio erano identici; non potevo sfuggire alle une senza essere inghiottita dall'altro; sarei sprofondata, affogata, morta. Nel bel mezzo dello sconfinato Colorado cominciai ad avere allucinazioni di montagne in lontananza all'orizzonte; montagne miraggio, delicate come montagne acquarellate in una stampa giapponese; ma quelle montagne non erano un miraggio, non svanivano, anzi si intensificavano; non si allontanavano con l'orizzonte, ma si avvicinavano: e all'improvviso fu evidente che le montagne all'orizzonte si muovevano verso di me; io mi muovevo verso di loro sull'autostrada; all'improvviso fu evidente che le montagne mi avrebbero circondata, prima o poi; avrei guardato fuori da tutte le parti e avrei visto montagne da tutte le parti; sorrisi a quella rivelazione: Le Montagne Rocciose! Sono vere.
L'orizzonte si fece pi frastagliato. Le interminabili pianure del Midwest, campi coltivati e pigro bestiame al pascolo, erano ormai alle mie spalle, e adesso bestiame diverso e pi energico pascolava in un paesaggio diverso, pi aspro; qui il paesaggio era color seppia, come sbiancato da un sole pi aspro; in lontananza, un paesaggio lunare di alture sassose, strane formazioni rocciose, montagne con la cima pennellata di bianco, come pittura. In quei luoghi si  costretti a rendersi conto che il paesaggio  un organismo vivente; che il paesaggio  vitale; entra attraverso gli occhi e ti respira dentro; nell'Ovest non potevo pi essere la giovane donna che ero stata all'Est; a Crescent, Utah, luogo a me sconosciuto, mi aspettava una giovane donna che ero io, ma diversa; a Crescent, Utah, sarei stata quella giovane donna, era deciso. La figlia di mio padre. In paesaggi del genere si ha la tentazione di credere che la bellezza abbia un rapporto profondo e segreto con noi. Si ha la tentazione di credere di essere i primi ad aver visto fino in fondo. Vedevo che il paesaggio dell'altopiano desertico mutava continuamente colore e consistenza con il movimento rapido e capriccioso della luce nel cielo enorme; a differenza dell'Est, dove il cielo era limitato da file di alberi, e a volte completamente oscurato. I miei occhi, abituati agli scorci di paesaggi e orizzonti dell'Est, si socchiudevano davanti a tutto quello spazio nell'Ovest; impossibile vedere uno spazio cos vasto senza vedere il tempo; vaste estensioni di tempo prima della storia umana, della parola umana, dello sforzo umano di dare un nome a muti fenomeni quali montagne, fiumi, canyon, altopiani, fosse glaciali. Muti fenomeni quali roccia, sabbia, laghi salati, mesas, burroni, calanchi. Attraversando il fiume Colorado, viaggiando nella Grand River Valley e proseguendo in direzione ovest fino a entrare nello Utah, vidi aprirsi davanti a me un mondo di desolazione e di bellezza e il mio cuore prese a battere pi forte, speranzoso; avevo dimenticato che il mio scopo era sedere al capezzale di un uomo che stava morendo di cancro; avrei pagato quella dimenticanza, ma non subito. Non nella mia macchinina che vibrava di eccitazione. Toponimi romantici ed esotici al mio orecchio come poesie. Roan Cliffs, San Rafael Valley, Sand River, Dirty Devil River, Green River, Sego Canyon, Diraes Canyon, Death Hollow, Hell's Backbone, Calf Creek Falls, China Meadows, Desolation Canyon, Dead Horse Point, Islands in the Sky.
E Crescent, dove ero stata convocata.
Cominciai a dirmi, stanca di guidare, che avrei potuto vivere a Crescent. Ipnotizzata dall'autostrada, dalla costante pressione sul pedale dell'acceleratore che mi faceva addormentare il piede nel sandalo, e dal continuo riverbero del sole, cominciai a raccontarmi una storia su come mio padre mi aveva convocata a Crescent per un motivo preciso. Perch il fatto che lui fosse a Crescent non poteva essere un caso, no?
Pap? Questa macchina l'ho comprata con una parte dell'anticipo che mi ha dato una casa editrice per un libro. Un libro di racconti. Il mio primo libro. Provai a pronunciare quelle parole straordinarie e cominci a tremarmi la voce. Perch, come avrebbe accolto una notizia simile l'uomo che avevo conosciuto come mio padre e che non avevo mai chiamato pap n babbo? Sarebbe stato fiero di me? O indifferente? Che significato poteva avere un libro di racconti, e di racconti poetici e sfuggenti, per un uomo, un operaio, che a quanto mi risultava leggeva il giornale e basta? Per un figlio di contadini semianalfabeti che non possedevano libri, quasi in spregio a qualsiasi forma di vita intellettuale o spirituale aldil degli sguardi vuoti degli animali che allevavano? (Anche se nel salotto di mia nonna c'era una Sacra Bibbia, come si autodefiniva quel libro venerato; non letto se non da me, per curiosit e scettica meraviglia; non letto, ma conservato bene in vista su un tavolo con una tovaglia di pizzo; riluttante concessione della mia nonna tedesca all'America e alla cristianit che era sinonimo di America. Nell'umidit delle estati di Strykersville, la copertina di finta pelle e molte delle pagine si coprivano di una muffa color fungo, polverosa e odorosa.)
Nello Utah, Stato fino ad allora inimmaginabile, sulla 1-70 trafficata nei pressi di Crescent, dove speravo di trovare un motel poco costoso, gi pregavo (io che non avevo mai creduto nel Dio della Sacra Bibbia, nemmeno nel Dio di Spinoza) che mio padre vivesse almeno fino a veder pubblicato questo mio libro. Altri sei mesi! Che vivesse fino a vedere il mio nome, che comprendeva anche il suo, sulla copertina del libro, che lo prendesse in mano e mi dicesse quanto era bello, e che mi voleva bene.

4.
S, Erich vuole vederti. Ma non vuole che tu veda lui.
Come suonava intimo il nome di mio padre, sulle labbra di questa sconosciuta.
Una donnina gobba con un viso da bambola meticolosamente truccato e una voce ansimante da ragazzina e al tempo stesso voce di ferrea determinazione, questa donna che si era presentata come Hildie Pomeroy, amica di mio padre. Al 3 di Railroad Street mi aveva aperto come se mi stesse aspettando dietro la porta della casa di legno. Tacita sorpresa sul suo volto, nel vedermi; perch, qualsiasi descrizione mio padre le avesse fatto di me, evidentemente non le assomigliavo; e Hildie Pomeroy, che non arrivava al metro e cinquanta e che doveva avere qualche problema alla spina dorsale, non era la donna che mi aspettavo come amica e protettrice di mio padre. Ci guardammo sbattendo gli occhi. All'Economy Motel (camera singola sei dollari) avevo fatto un bagno caldo per la prima volta a mia memoria; mi ero lavata i capelli e me li ero pettinati, umidi e ondulati e informi sulle spalle; mi ero messa una camicia di cotone con le maniche lunghe, pulita ma un po' stropicciata, e un paio di pantaloni di tela; profumavo di sapone, shampoo, dentifricio; ero visibilmente agitata; di certo non sembravo la figlia intellettuale e letterata di cui mio padre forse le aveva parlato. Hildie Pomeroy era vestita di bianco, da infermiera: camicia di rayon, pantaloni di rayon, scarpe di tela con la suola di para che parevano sbiancate da poco. Svelta ed efficiente, a parte il viso cos inaspettatamente truccato, da showgirl: guance decisamente imbellettate, bocca unta di rosso, mascara nero che le imperlava le ciglia: e i capelli! Tinti di un nero spietato, lunghi e ribelli, ma arrotolati e trattenuti sulla testa con fermagli floreali di plastica. Sembrava una bambola meccanica dipinta cui fosse stata crudelmente spezzata la schiena. Leggendomi in faccia la sorpresa disse, raddrizzandosi il pi possibile: Gli puoi parlare, cara, ma lui non potr parlarti. Sar io a parlare per lui.
Ma ... ... cosciente? Non ...?
Tuo padre  molto malato, cara.  stato operato tre volte nel giro di un anno per un tumore alla gola e all'esofago. Hildie pronunciava la esse con un sibilo. Si interruppe e riprese. Ha perso oltre venti chili ed ...  rimasto sfigurato dalle operazioni.  in s, cara, solo per poche ore alla volta. La maggior parte delle persone che vengono a trovarlo non le lascia neppure entrare, ormai. Solo me, perch sono sua amica e si fida. Hildie mi lanci un'occhiata di sfida. Sono la sua unica amica.
Era un rimprovero per me e i miei fratelli; un rimprovero che accettai come dovuto; non intendevo protestare. Al telefono mi hai detto che sa di... che sta per morire?
Hildie scosse tristemente la testa. Oh, lo sa, ma non lo sa. O preferisce non saperlo. I malati sono come noi, solo un po' diversi. La testa gli fa gli stessi scherzi che fa a noi, ma pi patetici. Un uomo malato come tuo padre a volte  cos debole che non ce la fa a muovere la testa, non riesce ad aprire gli occhi, non pu parlare nemmeno se volesse e non si rende ben conto di dov', di chi c' con lui, di che cosa sta succedendo... Ho fatto dei corsi da infermiera disse Hildie, come se avessi dubitato di lei. A Salt Lake City studiavo da infermiera.
Capisco. Che... fortuna. Per mio padre.
Sorrisi stupidamente all'amica in bianco di mio padre. Non sapevo che cosa dirle per tranquillizzarla sul mio conto.
Hildie sbuff, una sorta di risata sprezzante, priva di allegria e inaspettata. Oh, s! Ma sono sicura che preferirebbe stare bene.
Hildie Pomeroy era tanto pi bassa di me che doveva allungare il collo per guardarmi, doveva alzare la testa, sproporzionatamente grossa rispetto al corpo rachitico, piegata con un'angolazione dolorosa. Sentivo che la mettevo a disagio semplicemente standole davanti, incombendo su di lei; la mia stessa presenza le era d'ostacolo; parlava senza sosta, lisciandosi i capelli e giocherellando con una piccola croce d'oro appesa a una catenina intorno al collo. (Si era incipriato anche quello, ma meno bene della faccia; il belletto era un reticolo di rughe.) Ebbi l'impressione che Hildie Pomeroy si fosse preparata le cose da dire; aveva ripetuto cose che mi aveva gi detto al telefono; aveva bisogno di affermare in maniera assoluta e per me indiscutibile il suo rapporto con l'uomo che era mio padre, per quanto questo rapporto fosse misterioso, da non spiegare apertamente, ma nemmeno da mettere in dubbio da parte mia, un'intrusa. Mi fissava con occhi vivaci, umidi, di un marrone intenso; occhi castani sorprendentemente belli, dalle ciglia folte; capivo che un uomo si potesse innamorare di quegli occhi.
Dovetti sembrarle in stato di shock; invece di manifestare angoscia, o dispiacere, sorridevo; avevo la sensazione che quel sorriso mi fosse stato cucito sulla faccia. Una voce lontana, ironica, mi risuonava all'orecchio: E ho fatto tanta strada!. Hildie stava dicendo, in tono pratico: Tuo padre mi ha parlato, cara: tu lo ricordi com'era. La sua speranza  questa. Ti porter da lui,  sdraiato sulla terrazza dietro la casa, durante il giorno gli piace stare l, c' il televisore, un televisore portatile che posso spostare facilmente, e la terrazza  un posto confortevole quando si sveglia e non sa pi dov',  consolante. Sai, tuo padre non ha avuto una vita facile. Anche prima di questo, prima delle operazioni. Quando uno  molto malato, e va un po' fuori di testa, e le gambe e a volte anche le braccia non gli ubbidiscono, desidera soprattutto essere consolato. Cos tuo padre vuole che ti porti di l da lui, cara,  tutto il giorno che ti aspetta. Ma dovrai tenere gli occhi chiusi. Oppure te li tapper io. In modo che lui ti possa vedere. Poi magari ti puoi girare e dargli la schiena, oppure sederti, cara, c' una bella sedia che ho portato fuori per te, e ti aiuter io a parlare con lui, perch non ci riesce pi, non lo capiresti, ma io lo capisco; ma solo pochi minuti, perch si stanca moltissimo, a quest'ora di solito dorme. Dorme al pomeriggio nelle ore pi calde e alla sera gli do da mangiare quello che pu mangiare, e poi dorme. Vedi, cara, so che non te lo aspettavi, che fosse in questo stato, ma  un suo desiderio, ed  meglio cos. Hildie si interruppe e sorrise. Anche per te, cara,  meglio cos.
Era un avvertimento. Avevo capito. Un moribondo. La Morte. Meglio che tu non veda. Sei troppo giovane.
In effetti io me lo immaginavo come lo avevo visto quattro anni prima. Di mezz'et, ma ancora spavaldamente giovane, come lo sono spesso gli uomini che fanno un lavoro manuale, fisico, all'aperto; solo se li guardi da vicino ti accorgi della pelle ispessita, rugosa. Me lo immaginavo l a Crescent, Utah, che mi aspettava; un po' pi vecchio, pi segnato, ma ansioso di vedermi, e in un ambiente diverso: una camera da letto ariosa, con il soffitto alto e una finestra che dava sulle montagne, sul cielo blu cobalto. Crescent, Utah. L'Ovest. Invece Railroad Street era una strada stretta, dissestata, una traversa della piccola strada principale della cittadina, e la casetta di legno scrostato color passero, con il giardinetto senza erba davanti, faceva parte di una fila di casette altrettanto malridotte e di caravan; dietro c'era uno spiazzo che finiva in un terrapieno, cemento ed erbacce, su cui passavano i binari della ferrovia. Sparsi intorno alla casa crescevano pioppi dall'aria malata. Nelle vicinanze qualcuno stava usando una motosega. Potrebbe essere Strykersville. Vicino alla ferrovia. E Crescent! Cos ordinaria. Solo il nome era bello come una poesia. Cercando un motel, mi ero stupita di quanto fosse piccola, di quanta poca vita ci fosse, un pugno di chiese di legno, un centro minuscolo, facciate di finti mattoni per i negozi pi recenti e per il resto tutto vecchio, vecchio di decine di anni, pi vecchio che a Strykersville, bench di sicuro Crescent fosse pi recente; poco oltre, la statale era il solito ammasso di distributori di benzina e ristoranti drive-in, negozi di articoli sportivi, un A&P desolato, un discount di moquette, uno scalcagnato cinema drive-in, rivendite di birra e liquori, osterie. Avevo fatto tanta strada: Strykersville! Solo che la cittadina della mia adolescenza nello Stato di New York aveva una biblioteca pubblica sorprendentemente ben fornita e un YWCA dove potevo andare a nuotare, mentre Crescent, Utah, era troppo piccola per simili comodit. Appena si usciva dalla cittadina si era in aperta campagna, piatta, senza alberi, implacabile; soffiava un aspro vento caldo; persino la catena di monti che sulla mia cartina Esso aveva il nome romantico di Roan Cliffs era squallida come un segno lasciato da una gomma da cancellare nella foschia afosa.
Dissi a Hildie che s, certo, avrei esaudito i desideri di mio padre, e anche i suoi.
Gli... gli ho portato un regalo. Voglio dire... a tutti e due.
Porsi alla donnina gobba e bamboleggiante vestita di bianco un cestino di vimini pieno di frutta dalla confezione un po' kitsch, facendo scricchiolare il cellophane. Avevo comprato quel regalo, assurdo per un moribondo, in un negozio di alimentari di Grand Junction, Colorado; non sapevo esattamente che tipo di tumore avesse mio padre; avevo immaginato ai polmoni. Ma quel pover'uomo poteva mangiare frutta? Mele, arance, manghi, kiwi, banane? Quel regalo era uno scherzo crudele e privo di tatto? Che cosa pensavo quando l'avevo scelto? Hildie mormor un grazie, prese velocemente il cestino e lo mise da parte. Mi chiese se, prima che mi portasse da mio padre, desideravo un bicchier d'acqua; risposi subito di s; avevo la gola secca, facevo fatica a parlare. Mi sembrava di avere la bocca impastata di sabbia e di ghiaia. Hildie mi fece strada e mi accompagn in una cucina piccola e piena di roba, con un Frigidaire che ronzava, una stufa a gas e il pavimento di linoleum consunto; odorava di avena e di lievito. Dall'unica finestra vidi uno scorcio del terrapieno infestato di erbacce trenta metri pi in l. Chiss che rumore, quando passava un treno! Povero mio padre. Come un'infermiera, ma senza sorridere, Hildie fece scorrere a lungo l'acqua dal rubinetto del lavandino finch, provandola con l'indice, non le parve abbastanza fredda da bere; me ne riemp un bicchiere; la ringraziai, lo presi con dita tremanti e prima di berlo me lo premetti sulla fronte calda. Era un pomeriggio d'estate molto afoso, oltre trenta gradi: un caldo secco, sfavillante, caldo di sole abbagliante e accecante, non umido come nello Stato di New York. Ho paura. Tanta paura. Aiutami. Hildie Pomeroy mi osservava attentamente. Con quel misto di estrema femminilit e ferrea determinazione, mi fece tornare in mente alcune delle mie compagne di classe di Strykersville, ragazze che non erano andate via per proseguire gli studi, ma erano rimaste l a fare le estetiste, le assistenti odontoiatriche, le infermiere, le ausiliarie. Guardando la mia faccia pallida e tirata, Hildie ebbe quasi l'impulso di toccarmi, di consolarmi; io volevo che mi toccasse e mi consolasse; ero terrorizzata al pensiero di mio padre che stava morendo; non sapevo che cosa dirgli. Grazie dissi leccandomi le labbra.  tutto cos... mi vacill la voce, non avevo idea di che cosa stessi cercando di dire cos strano per me. Grazie. Hildie Pomeroy si rabbui. Vidi che la prima impressione che avevo avuto di lei era incompleta. Era una donna-gnomo vestita di rayon bianco; poteva avere tanto trent'anni come cinquanta; aveva gambe corte e muscolose, caviglie grosse, spalle e braccia robuste; un petto ben definito, formoso, che le tirava la camicia di rayon; i capelli tinti in modo cos bizzarro, di un nero corvino e opaco, e la faccia dipinta da bambola, e quei bellissimi lucidi occhi castani! L'amante di mio padre? La moglie? Cercai di ricordare la faccia di Ida e non ci riuscii. Ero troppo lontana da casa. Osservando Hildie Pomeroy non avrei saputo dire se era una donna fastidiosamente bella, nonostante la schiena deforme, o bruttissima; se la sua faccia dipinta, che voleva suggerire dolcezza femminile e sottomissione e desiderio di piacere, mi faceva venir voglia di sorridere solidale o di voltarmi sprezzante dall'altra parte.
Hildie vide la mia indecisione. La mia paura. Mi tocc un polso, con delicatezza. Alle dita portava anelli luccicanti da poco prezzo; le unghie erano piccoli artigli, laccate di un vistoso rosso acceso che faceva pendant con le labbra. Hai fatto un viaggio cos lungo, cara. Da sola? Scosse la testa, dubbiosa.  pericoloso. Per una donna. Come farai a tornare? Sulla cartina  cos lontano.
Nella mia paura era come se mi aggrappassi con dita infantili a una consolazione filosofica. L'eterno ritorno di cui parla Nietzsche. Abbiamo vissuto questa vita, e quest'ora, molte volte; non siamo ancora stati sconfitti; siamo abbastanza forti per resistere; dobbiamo dire solo S. Mentre Hildie mi accompagnava sulla terrazza dietro la casa, per introdurmi alla presenza di mio padre.
Era andata a controllare e, s, era sveglio: Non sveglio come te e me, cara, ma sveglio, per lui. Poteva vedermi per pochi minuti, non di pi. Mi prese dolcemente per mano, le sue dita calde e asciutte strette alle mie umide e appiccicaticce, e mi tir verso la terrazza, sistemandomi in modo che mio padre potesse vedermi ma io, di spalle, non potessi vedere lui. B-buongiorno, pap? Ciao. Sono... Borbottai il mio nome, come se mio padre potesse non saperlo; osai chiamarlo pap come se fosse stato cos che lo chiamavo da piccola. Mi tremavano le ginocchia, tenevo gli occhi fissi nel vuoto. Era il crepuscolo; la terrazza di legno era in ombra, protetta da quello che di giorno doveva essere un sole forte e impietoso da un immenso rampicante contorto che poteva essere vite, o glicine, ma non aveva n frutti n fiori, solo un groviglio di foglie punteggiate di insetti; e da un paravento da pochi soldi inchiodato tra la ringhiera e la tettoia. Il paravento era una riproduzione di un acquarello giapponese di tralci e farfalle, molto sbiadito, ma dal disegno raffinato. Hildie aveva allestito un letto su un divano con le molle cigolanti, dove mio padre stava durante il giorno. Percepii subito la sua presenza, anche se non voltai la testa nemmeno di un millimetro; sapevo che mi stava fissando; aveva la vista indebolita dalla malattia, ma mi fissava avidamente. Udii un Uh-uh-uhhh basso, stentato e gutturale, che Hildie tradusse velocemente con Ciao! dice tuo padre.  cos felice che tu sia qui. Dissi, asciugandomi gli occhi: Oh, pap, anch'io sono felice di essere qui. Vorrei solo.... Hildie mi diede un colpetto di avvertimento: che cosa stavo per dire? Che parole si dicono a un moribondo, cosa occorre pronunciare ad alta voce? Mio padre si mosse nel letto dicendo Uhuhhh e respirando affannosamente e Hildie tradusse: Vuole che tu chiuda gli occhi e ti volti verso di lui per vederti in faccia. Ma devi chiuderli bene, perch se lo guardi, quello che vedrai non ti piacer. E a lui non piacer che tu lo veda. Chiusi le palpebre, che tremavano forte, e Hildie mi fece voltare verso l'uomo nel letto; l'uomo che credevo fosse mio padre; l'uomo che era la Morte, eppure era mio padre. Non aver paura, cara mi disse dolcemente, e mi aiut premendomi leggera le mani sugli occhi ma in modo che mi si vedesse la faccia. Disse a mio padre, scandendo le parole come se altrimenti avesse difficolt a sentire: Non  una ragazza coraggiosa, a fare tanti chilometri da sola per venirti a trovare? Anch'io le vorrei pi bene che mai. Mio padre doveva essere intento a fissarmi stupito, perch rimase zitto; non cerc pi di parlare. Il respiro era diventato pi affannoso; un respiro da ascoltare ansiosi e affascinati in attesa che cessasse. Era un suono terribile con cui convivere, e tuttavia pensai: Questo per Hildie Pomeroy  il suono della vita, finch dura.

5.
Si amavano? Mai l'avrei potuto chiedere.
Ero timida in presenza di quella donna come in presenza di qualsiasi donna intimamente e misteriosamente legata a mio padre; a conoscenza di segreti su di lui che io non avrei mai saputo. E quanto era fiera Hildie di fargli da infermiera: lo lavava con la spugna tutti i giorni, gli lavava delicatamente i radi capelli, gli faceva la barba, lo nutriva con pappette frullate e gli somministrava le sue numerose pastiglie, gli controllava la temperatura varie volte al giorno e portava via gli escrementi che si accumulavano nei sacchetti sotto il divano. Dormiva in una stanza accanto alla sua e ogni notte, svegliata da mio padre che si dibatteva e si lamentava, accorreva immediatamente a confortarlo e consolarlo. Vuole morire in casa sua. E casa sua  questa, adesso. Lo sa. Fece questa dichiarazione con tanto orgoglio che quasi ebbi un moto di invidia.
Aveva conosciuto mio padre alla fine dell'inverno 1964 al Rendezvous Caf di Main Street, dove faceva la cassiera. Lui era entrato nel bar per bere qualcosa insieme a uno del posto che conosceva, uno che guidava il camion per un frantoio di pietre del paese; mio padre stava cercando lavoro come camionista. Era uscito da poco dal penitenziario di Goshen, doveva aveva scontato diciotto mesi dei tre anni cui era stato condannato per aggressione nel 1961. Hildie non approfond e disse con foga: L'altro uomo coinvolto nella rissa su a Duchesne, dove lavoravano, fu lui la causa di tutto. Fu lui a colpire Erich per primo, con una pala, e Erich si limit a difendersi. Perse il controllo, mi disse. Sai come sono fatti gli uomini.  come una valanga mi raccont. Una volta partita, non sai come andr a finire e non puoi pi fermarla. Mi parlava a voce bassa ma con veemenza, come a una complice, e si tirava la catenina d'oro appesa al collo. I testimoni mentirono, quegli stronzi! Tutti tranne uno. Giurarono sulla Bibbia in tribunale, e poi mentirono! Cos Erich fu condannato, quando l'unica cosa che aveva fatto era stata difendersi.
Colpevole! Prigione! Mio padre era stato in prigione. Quella rivelazione fu uno shock per me, anni dopo il fatto, eppure in un certo senso non mi sorprese. Aveva una sua triste logica: mio padre aveva voluto che lo credessimo morto. Meglio morto che criminale. Ci aveva voluto risparmiare la vergogna; aveva intuito che, per la sua famiglia, il lutto sarebbe stato forse pi tollerabile della vergogna.
Mi sfregai gli occhi. Non era giusto! Non ci aveva lasciato scelta. Non mi aveva lasciato scelta.
Hildie mi guardava strizzando gli occhi insospettita. Lo sapevi, vero? Anche i tuoi?
Dissi a Hildie che s, sapevamo. Qualcosa.
E nessuno di voi and a Goshen a trovarlo?  cos?
Dissi a Hildie che s, era cos.
Un innocente! Vostro padre.
Hildie era disgustata di noi, scuoteva la testa. Lei sarebbe andata a trovare il suo amato Erich in qualsiasi circostanza. Era fuori discussione.
Mi fissavo le mani che sembravano del tutto incolpevoli. Erano mani sottili, irrequiete; belle mani, immagino; non portavo gioielli, a differenza di Hildie con i suoi anelli luccicanti, solo un orologio Bulova da poco prezzo e con il cinturino largo, al polso sinistro. Le unghie corte, limate in maniera uniforme, che ero finalmente riuscita a far venire pulite al motel, prima di andare a trovare mio padre. Non  mai stato nella mia natura difendermi dall'indignazione morale altrui; in presenza di individui che si presumono moralmente superiori, cado nel silenzio; pensa quello che vuoi pensare, quello che hai bisogno di pensare,  la mia acquiescenza. Perch, sebbene i miei fratelli e io non avessimo mai saputo che mio padre era in prigione nello Utah, molto probabilmente non saremmo andati a trovarlo comunque. Probabilmente in cuor nostro avremmo preferito pensare che fosse morto; e lui ci aveva letto nel cuore. Pi che probabile. Non potevo polemizzare con Hildie Pomeroy, sconosciuta che sosteneva di conoscere mio padre meglio di me.
Disse in tono aggressivo:  un uomo orgoglioso, tuo padre. Chi lo insulta ha quello che si merita, capisci?.
Dissi a Hildie che s, era cos.
Nella rissa rimase ferito gravemente alla gola, disse. Il tumore  partito da l. In prigione aveva degli attacchi di tosse, ma se ne fregavano, gli dicevano che era perch fumava. Alla fine lo rilasciarono sulla parola. Stronzi!
Mi premetti la punta delle dita sugli occhi. Non avevo risposta, ero senza parole. Eravamo al Rendezvous Caf, sedute a un tavolo vicino al banco della cassiera, che aveva il piano di vetro. Hildie aveva bevuto diverse birre e parlava ad alta voce, gli altri nel bar la sentivano. Molto probabilmente ascoltavano: erano curiosi di me, una forestiera. Era come se, quanta pi foga Hildie metteva nel parlare, tante pi possibilit ci fossero che mio padre non morisse.
Un innocente, trattato come una merda. Dissi a Erich che poteva fargli causa. Che potevamo farla insieme. Ho uno zio a Salt Lake City che conosce un avvocato che si fa pagare solo se vince la causa...
Mi sarebbe piaciuto chiedere a Hildie Pomeroy come faceva a sapere con tanta certezza che mio padre era innocente; e che cosa significava esattamente per lei innocente. Come fa una donna a sapere ci che tanto ardentemente desidera credere? La verit  desiderio; noi desideriamo credere e facciamo diventare vero ci che crediamo. Se interviene l'amore, la verit  perduta. Pensavo a Vernor Matheius, che avevo amato, o immaginato di amare, pi della vita stessa; certamente pi della mia vita; pensavo alla sua doppiezza, alle sue menzogne, a come mi aveva tradito. Sapevo di poter credere le cose peggiori sul conto di chiunque io amassi, a prescindere da quanto lo amavo; perch tutto  possibile. Avrei potuto credere che mio padre fosse un violento, addirittura un assassino; non avrebbe cambiato il mio sentimento di fondo nei suoi confronti. Ma questo  innaturale, no? Perlomeno in una donna, una donna appassionata e femminile come Hildie Pomeroy. In quanto donne, si presume che neghiamo tutto ci che  brutto, che siamo fedeli, leali. Hildie, respirando forte, indignata, non capiva come mi sentivo, quanto il mio cuore fosse pieno di repulsione per la sua ipocrisia; delicatamente, mi tocc il polso come per consolarmi. Ma adesso mi prendo cura io di lui. Sa che pu fidarsi di me. La casa  mia, sono la proprietaria.  stata dei miei genitori per cinquant'anni e adesso  mia.
Hildie mi aveva invitato al Rendezvous Caf, dove lavorava cinque sere alla settimana. Il titolare era un suo vecchio amico e sapeva di mio padre; tutti quelli che conoscevano Hildie al bar sembravano impietositi per la sua situazione e chiedevano notizie di Erich; ad alcuni di loro Hildie mi present come la figlia di Erich:  venuta a trovarlo.  una brava ragazza. Hildie si era scusata di non avermi fatto da mangiare a casa; mangiava al bar quasi tutte le sere e aveva perso l'abitudine di cucinare per s; cucinava solo per mio padre. Lavorava al Rendezvous Caf da ventidue anni, prima come cameriera e poi come cassiera; dopo il liceo aveva vissuto per un po' a Salt Lake City: Ma non ha funzionato.
Un piccolo dramma doloroso in quelle meste parole: Non ha funzionato.
Ventidue anni al Rendezvous Caf! Tra spar con i sedili in finta pelle, una dozzina di tavoli, un pavimento di linoleum appiccicoso e pareti di specchi alternati a pubblicit di birra e sigarette, con la radio costantemente sintonizzata su una stazione locale, tranne quando veniva acceso il televisore, che strombazzava notizie e sport e previsioni del tempo e pubblicit. La vetrina del Rendezvous Caf, coperta da una patina di unto, era in parte rivestita di alluminio per tenere fuori il sole; sul muro in fondo c'era un condizionatore che emetteva vibrazioni sorde; regnava odore di birra, fumo di sigarette, puzza di fritto. Fuori, un'insegna al neon rosa: RENDEZVOUS CAF. L Hildie Pomeroy era a casa: una donnina gobba e bamboleggiante, dipinta e incipriata, i capelli tinti di nero arrotolati intorno alla testa e fissati con vistosi fermagli di strass; che portava, per la sera, un vestito con un motivo a girasoli, ornato di gale, che le metteva in risalto il seno benfatto. Somigliava a un disegno eseguito con i pastelli a cera, Hildie, pieno di svolazzi. Seduta a testa alta, poteva sembrare una donna di statura normale; di fronte, la gobba non si vedeva.
Quando le chiesi se mio padre aveva un medico a Crescent, Hildie alz le spalle con aria irritata. Bevendo birra mormor qualcosa che suonava come bastardo!. Imbarazzata dissi:  molto gentile da parte tua assisterlo. Non dev'essere facile....
Hildie si infiamm come se l'avessi insultata. Gentile! Come sarebbe a dire, gentile! Erich  mio amico.
Oh, lo so. Io...
Guarda che, prima che peggiorasse, avevamo in programma di sposarci. Aveva un tono incredulo, quasi la mancata realizzazione di tale programma fosse difficile da capire.  successo tutto cos in fretta. Dopo l'ultima operazione non... non  stato pi lui.
Fin la birra ed ebbi l'impressione che mi facesse l'occhiolino da dietro il bicchiere. Sposarsi? Ma perch no? Non avevo diritto di mettere in dubbio la sua parola.
Un cliente si era avvicinato alla cassa per pagare e comprare un pacchetto di sigarette. Hildie fece scivolare rapida fuori dal spar la sua minuscola persona agghindata con cura e vacillando sui tacchi alti and ad appollaiarsi su uno sgabello alla cassa. Sembrava fremere di piacere crogiolandosi nell'attenzione dei clienti maschi. Era come se su di lei fosse puntata una telecamera. Ciao, Petey! Come va? Vecchie battute, frecciatine bonarie, scherzose galanterie. Al Rendezvous Caf, Hildie Pomeroy era un'istituzione, un personaggio; era stata innamorata di Rod, di Garry, di Ernest, di Tuck; forse anche di Pete, che si lamentava giocosamente di qualcosa e si puliva i denti macchiati con uno stuzzicadenti. Hildie annuiva con foga, comprensiva. Ascoltare, annuire, sorridere e ridere,  questo che si fa nella vita; perch, altrimenti, che cosa si fa?
Prima di tornare al motel quella sera il titolare del bar, che si chiamava Rod, uomo corpulento sulla cinquantina con la pelle unta e butterata e gli occhi lacrimosi, la camicia aperta sul petto a mostrare un ciuffo di peli brizzolati, modi di fare viril-sexy indipendenti dall'et e dall'interesse effettivo per una donna, si chin a dirmi, abbassando la voce in modo che Hildie alla cassa non lo sentisse:  un bene che tu stia con Hildie in questo momento, per lei sar un brutto colpo, poveraccia.

6.
Tre volte sarei stata condotta alla presenza di mio padre e tre volte avvertita di non voltarmi a guardarlo.
Tre volte sarei stata condotta alla presenza della Morte, e tre volte sarei sfuggita.
E la donna di bianco vestita al servizio della Morte mi rassicurava, mi stringeva il polso con le dita artigliate: Questo che vedi non  lui.  quello che gli  successo. Oh Dio!.
Non pianse mai in mia presenza, se non rapide lacrime calde stupite di rabbia. Le lacrime di una che  stata ingannata dalla vita, oh quante volte!

Strano che, durante i sette giorni che trascorsi a Crescent, Utah, Hildie Pomeroy non mi avesse mai chiamata per nome; eppure passammo tanto tempo insieme. Non mi aveva chiamata per nome neppure al telefono. Spesso mi diceva cara, come al Rendevous Caf diceva ai clienti caro, tesoro, con voce vivace e civettuola. Spesso non mi chiamava affatto. Le avevo detto il mio nome pi volte, ma preferiva non sentirlo. Perch ero un'estranea per lei, un'intrusa; una ragazza con occhi chiari e preoccupati, la cui reazione naturale all'angoscia era il silenzio e non le chiacchiere; i libri che avevo portato con me da leggere e sottolineare mentre aspettavo quello che Hildie chiamava il momento giusto per vedere mio padre erano libri che, quando li sfogli, le fecero increspare la faccia di allegra derisione. Da questo non ricaveranno mai un film, eh? Oppure: Come mai in questi libri che leggi non parla mai nessuno? Pensano solo?. Hildie rideva di me, come per farsi burla di me. Oppure mi fissava, studiandomi.
Ero una prova della vita precedente del moribondo. Ero sua figlia, potevo avanzare diritti sul suo cuore. Era stata un'altra donna a darmi un nome, tanto tempo prima. Come poteva Hildie fidarsi di me?
Mi venne a cercare, affannata e agitata, sui gradini davanti alla casa dove ero seduta a guardare il cielo bellissimo, vuoto e spietato:  sveglio, cara! Oh, sta bene. Ha gli occhi cos limpidi! Vuole vederti!. E io posai il tomo che stavo leggendo e mi alzai, tremante di entusiasmo. Hildie mi guardava avidamente con i suoi occhi accesi e traboccanti, come se fossi un dono da portare al suo amato, una prova della sua devozione.
Non aver paura, cara! Forza.
Hildie Pomeroy entr in azione all'improvviso, svelta ed efficiente come qualsiasi infermiera in splendente bianco rayon e silenziose scarpe bianche dalla suola di para, intrecci le dita con le mie, strette quanto bastava per indicare chi delle due comandava. Ricordati, cara: tieni la testa voltata dall'altra parte. Rispetta i desideri di tuo padre! Mi fece strada nella casa ombrosa fino alla terrazza sul retro, dove l'infermo giaceva immobile come la Morte e, mentre varcavo la soglia ed entravo nel suo spazio, tenni la testa voltata dall'altra parte rispetto a ci che pi bramavo vedere, esatto contrario della sfortunata Euridice, o della moglie di Lot. Con la sua voce ansimante, da ragazzina, Hildie esclam: Siamo qui, Erich! Eccola.
La seconda volta ero pi preparata, naturalmente. All'aspro respiro affannoso che minacciava di interrompersi a ogni inspirazione, e all'odore dolce-rancido come di foglie bagnate, marce, e al tormentato Uh-uhhh-uh come acqua che scorre sui ciottoli in un ruscello poco profondo. Mi rendevo conto nella mia confusione che Hildie aveva spruzzato un profumo floreale nella terrazza per contrastare quell'odore.
Pap? B-buongiorno! Voce allegra da annunciatrice tv. Sorriso disperato e da ragazzina anche se nessuno vedeva.
Ci fu un debole gemito lamentoso, un cigolio di molle. Hildie tradusse eccitata: Dice: non  una bella giornata? S!. Posandomi le dita forti sulle spalle, Hildie mi fece sedere su una poltrona di vimini a pochi passi dal divano su cui era sdraiato mio padre e rimase in piedi dietro di me, una mano sulla mia spalla e l'altra che stringeva quella di mio padre. Hildie era il nostro mediatore: non potevamo comunicare senza di lei. Ci parlava allegramente, traducendo. Cercai di sentire gli Uh-uhhh di mio padre non come suoni gutturali ma come parole; era penoso pensare che potessero diventare tanto deformate e sofferte e ciononostante rimanere parole; a volte pensavo di capire che cosa diceva, ma il significato mi sfuggiva come un sogno che svanisce appena ci si sveglia. Guardavo un angolo del pergolato pieno di ragnatele. Guardavo il paravento giapponese e non vedevo nulla. Quel suono spaventoso! L'urlo gutturale di Laocoonte tra le grinfie dei serpenti marini.
Ero in soggezione davanti al coraggio di mio padre. Non riuscivo a immaginare me stessa cos coraggiosa, o cos forte. Per parlare con chi avrei lottato cos tanto, con tanta angoscia?
Cara? Dice di parlargli della tua vita.
Hildie si era chinata per bisbigliarmi seducente nell'orecchio.
La mia v-vita?
Dove abiti? A casa?
Ma io non vivo a casa. Non ho una casa.
La mia vita per me era trasparente come acqua in un bicchiere, e pi o meno altrettanto interessante. Ero spazientita dalla mia vita, per me non era altro che un veicolo, come la piccola Volkswagen scassata e arrugginita dai cui finestrini avevo osservato l'Ovest. Come parlare di ci che  invisibile? Io... Io... Ero seduta con le spalle diritte e fissavo lo spiazzo dietro la casa di Hildie; il terrapieno della ferrovia con le erbacce; credevo di udire in lontananza il rombo di un treno che si avvicinava; ero in preda alla timidezza; in difficolt naufragavo come un grosso pesce gettato per terra a boccheggiare. ... Sono cos felice di essere qui. Ho s-sentito la tua mancanza, pap. L'abbiamo sentita tutti. Hendrick e Dietrich e Fritz e... Che stranezza chiamare pap quell'estraneo; che perversione, chiamare pap la Morte; con voce ansiosa e desiderosa come quella di una bambina; una bambina pronta a dire qualsiasi cosa, pur di essere amata. Non sapevo se ci che dicevo era vero, probabilmente non lo era; perch come pu mancare un uomo che  sempre stato assente? Eppure aveva la plausibilit della verit. Visto che Hildie me l'aveva ordinato, ero in grado di parlare; il treno pass, un corto treno merci; guardai sfilare i vagoni e vidi SANTA FE SAN DIEGO PHOENIX SALT LARE CITY BOISE, nomi che non avrei visto su treni merci di passaggio a Strykersville. Aspettai che il convoglio tonante fosse passato, grata del rumore che faceva. Assordante! Eppure mi parve di capire che Hildie e persino mio padre quasi non lo avessero udito.
Perch nell'Ovest, circondati da montagne, canyon di roccia rossa e deserti lunari, gli abitanti davano per scontato il loro mondo, allo stesso modo in cui si pu dare per scontato un fondale dipinto a teatro. In un negozio di Crescent avevo visto un bambinetto di circa dieci anni con una T-shirt che diceva LE STELLE SERVONO A MOSTRARCI FIN DOVE POSSONO ARRIVARE I NOSTRI DESIDERI.
Udii la mia voce parlare ansiosa e ciarliera dei miei fratelli, di quello che sapevo della loro vita; quel che non sapevo, lo inventavo; dissi che erano felici; dissi che lavoravano tanto; dissi che stavano bene; parlai dei miei nonni, i genitori di mio padre; delle liti, delusioni e preoccupazioni tra loro e mio padre non sapevo; parlai di quei vecchi morti con una tenerezza che non avevo provato per loro da vivi; non che i miei nonni avessero mai desiderato tenerezza da me, l'ultima nata, la femminuccia, la piccolina che con il solo fatto di nascere aveva causato la morte della madre e spinto il padre disperato per il mondo, verso il suo destino. Non parlai dell'amarezza dei miei nonni nella vecchiaia, del dolore che avevano provato per la scomparsa del figlio dalla loro vita, che con il tempo si era rappreso in una cupa e nascosta rassegnazione, forse cristiana accettazione. (Cos l'aveva interpretata il pastore della chiesa luterana di Strykersville.) Parlai di come si erano spenti serenamente ed erano stati sepolti nel cimitero della chiesa vicino a mia madre; sentivo le unghie affilate di Hildie nella spalla, il respiro rantolante di mio padre: era un terreno pericoloso, ne ero consapevole, ma continuai, pur non dicendo ci che pi desideravo dire: Perch ci lasciasti? Avevamo bisogno di te. Asciugandomi gli occhi, perch avevo cominciato a piangere senza rendermene conto. Mio padre pareva dibattersi tra le lenzuola, angosciato, emettendo i suoi soffocati e stentati Uhhhhuh Uhhh e istintivamente feci per voltarmi, ma Hildie mi ferm, immobilizzandomi la testa e rimproverandomi aspramente: No! No. Hai promesso che non ti saresti voltata. Quanto era veloce e forte, quanto era attenta. Piccolo corpo rachitico, agile come un cestista che ruba palla all'avversario, mi aveva preso, mi aveva preso la testa, e mi teneva ferma. Sentii il suo profumo, il calore sibilante del suo respiro.
In seguito avrei pensato che, alla presenza della Morte, vivendo sotto lo stesso tetto della Morte tanti giorni, settimane, mesi, Hildie Pomeroy era diventata un po' pazza. Non la biasimavo, perch stavo diventando un po' pazza anch'io. Di sicuro non la giudicavo.
In realt, le ero grata per avermi impedito di vedere quel che mi era proibito vedere, qualunque cosa fosse.

7.
I miei sette giorni nello Utah! A guidare per ore nel deserto, in un paesaggio rosso e roccioso. Dal momento che potevo vedere mio padre solo per poco, e non tutti i giorni. Non reggeva alla fatica delle visite, mi disse Hildie. A volte si addormentava mentre lei lo imboccava. Mentre gli faceva il bagno. Ormai nessuna trasmissione televisiva riusciva a tenerlo sveglio per pi di pochi minuti.  una benedizione, immagino diceva arcigna di fronte a quella verit che aveva appena cominciato ad ammettere, che le persone rallentino, si fermino.
Farmaci potenti alleviavano il dolore del cancro in fase terminale, ma non del tutto. Si pagava un prezzo per restare svegli e coscienti e a un certo punto il prezzo era troppo alto. Perch Ida se ne and prima di lui quando erano ancora giovani entrambi. Per tutta la vita lui ha sentito quell'attrazione. Per non impazzire, a meno che questa non fosse un'altra forma di pazzia, andai nel deserto a sud di Crescent seguendo una strada stretta, radiosamente luccicante, che si inoltrava nella San Rafael Valley. Temple Mountain era la cima pi alta, verso ovest. L non c'erano abitazioni umane e, a parte la strada, nessun segno di umanit. Provai un tale sollievo! Una tale libert. Anche con la piccola auto che vibrava (mi avevano messa in guardia contro il surriscaldamento del motore). Se fossi rimasta a Crescent, sarei stata costretta a pensare a cose a cui non volevo pensare e che mi esaurivano; se non pensavo a mio padre, le cui condizioni fisiche mi sembravano un incubo, pensavo a mia madre che era morta tanto tempo prima; ci si sarebbe immaginato che avessi superato definitivamente quella perdita. Invece in mezzo alla natura quei pensieri svanivano. Le vaste distese silenziose dell'Ovest. Dove le morti individuali non possono avere importanza. La morte di intere specie non pu avere importanza. L'unica realt  il Tempo: il dramma naturale della terra  il Tempo. Nella civilt questo semplice fatto viene nascosto. Nell'Ovest non vi si pu sfuggire. Tutto si muove, sprofonda, si erode. Nella mia vita contava come qualcosa di profondo anche solo un giorno (un'ora sola, quando ero malata d'amore per Vernor Matheius!). Nell'Ovest un giorno non era nulla. Un anno, una vita: nulla. Un battito di ciglia. N c'era nulla da dire riguardo alla scarna, terrificante bellezza delle rosse formazioni rocciose accanto a cui passavo in macchina, e quindi non dicevo niente. La morte di mio padre non poteva gettare ombre, l. L tutto veniva cancellato come in una fotografia sovraesposta.
Avrei potuto abbandonare la strada asfaltata. Proseguire nella sterpaglia. Se nessuno vede. Nessun testimone. Guidare e guidare sotto il sole cocente finch non finisce la benzina. Finch non si rompe la macchina. Quale modo migliore per porre fine al dolore. Hildie non avrebbe mai immaginato, nessuno avrebbe saputo. Una benedizione!
Tuttavia: se la morte di mio padre e la mia stessa morte importavano cos poco, perch non avrei dovuto dare almeno un'occhiata a quell'uomo, prima che fosse troppo tardi? Penosa ironia, fare tanta strada e non avere il permesso di vedere in faccia mio padre. Ma io lo vedr! S, lo vedr. Come una bambina ribelle, escogitavo modi in cui potesse succedere innocentemente. Quando Hildie mi avesse portata sulla terrazza, mi sarei seduta ubbidiente con la schiena verso mio padre, ma all'improvviso sarei svenuta; mi sarei piegata in avanti sulla sedia di paglia, magari sarei caduta per terra; Hildie avrebbe cercato di sollevarmi e nella confusione avrei dato un'occhiata all'indietro verso mio padre; oppure Hildie sarebbe corsa a prendere un po' d'acqua fresca da spruzzarmi sul viso e io l'avrei guardato mentre lei non c'era. Ma allora lui mi vedr, sapr.
No: non potevo fare una cosa simile. Non potevo voltarmi come Euridice e la moglie di Lot, che si erano voltate con risultati cos tragici. Se il desiderio di mio padre era che sua figlia non lo vedesse sfigurato, come potevo disubbidire?
Sfigurato dalle operazioni aveva detto Hildie. C'era dell'orrore in quell'affermazione. Raccapricciante parola, sfigurato. Per Hildie era una parola insolita, pronunciata con clinico distacco.
Un altro giorno, non molto tempo prima della morte di mio padre, ero irrequieta e andai al campeggio Green River, a pochi chilometri da Crescent. L camminai su un terreno roccioso bizzarramente striato, color sangue secco; terreno che si era sollevato di sbieco dalla superficie della terra come una spalla curva, gobba; seguii una gola profonda e stretta; dalle sue profondit ombrose si alzava un odore freddo, rancido, sulfureo; che orrore sarebbe stato scivolare e caderci dentro; per quanto provassi, non riuscivo a vederne il fondo. C'era un mistero in quel luogo, sul quale mi sentivo obbligata a indagare sebbene non avessi le scarpe adatte e non mi fossi ricordata di portare con me una bottiglia d'acqua. Gli amici di Hildie al Rendezvous Caf mi avevano raccomandato di non entrare nei canyon da sola, ma non intendevo starci a lungo.
In termini di spazio l'universo mi comprende e mi inghiotte come un atomo; ma in termini di pensiero...
Non riuscivo a ricordare il resto delle parole di Pascal.
Il vanto di Pascal! Perch tutta la filosofia  vanit, in fondo. Proclamazione di atomi. Balbettio di fuscelli che pensano.
E quanto indifferente a questa saggezza era il mondo. Il mondo che entra attraverso gli occhi e attraverso piedi, dita, tatto. Aria secca e luminosa. Vasto cielo sopra la testa. Rimarr qui nell'Ovest. Lui mi ha chiamata qui. Dev'esserci un motivo. Mi chiedevo se a mio padre era piaciuto l'Ovest. O se vi era solo fuggito per la disperazione della vita che faceva all'Est. L'America era atomi nel vuoto; atomi in continuo movimento che si toccano, rimbalzano e di rimbalzo saltano nello spazio. Per gran parte della sua vita mio padre era stato un operaio. Uno che lavorava con le mani, all'aperto. Volevo pensare che quella vita fosse stata una sua scelta. Cos come la mia vita, una vita della mente, era una scelta mia. Ma adesso il suo povero corpo si stava logorando, come un vecchio attrezzo agricolo. Il trattore guasto nel fienile di mio nonno, coperto di polvere.
Solo cinquantasei anni, per: troppo giovane!
Nel terreno pi piatto, meno insidioso, su cui camminavo riparandomi gli occhi dal sole abbagliante, la vegetazione era color seppia, sbiancata come un osso calcinato; c'era artemisia di un grigioverde polveroso; il colore predominante della terra rocciosa era un rosso ruggine, spento, come l'interno venato di sangue delle palpebre. Cominciavo ad avere il fiatone, come se stessi camminando in salita. La testa mi faceva male e mi girava, ma non potevo ancora tornare indietro: c'era un tale silenzio l, una tale promessa; uno spirito potente si era impadronito di quello spazio e io ero timorosa e nello stesso tempo desiderosa di entrarvi. Fievoli voci mi chiamavano in tono rassicurante, a meno che non mi stessero prendendo in giro. Lui ti ha convocata qui. Dev'esserci un motivo! In quel paesaggio gli oggetti avevano un significato surreale, come in un quadro di Dal. Distanze e proporzioni erano confuse. Vidi fremere una fiamma azzurra su un pendio e quando mi avvicinai si trasform in una brocca rotta. Vidi una scultura di pallide forme contorte e quando mi avvicinai si trasform nello scheletro di un coniglio selvatico. Vidi un pony bianco che pascolava nell'artemisia vicino al greto di un torrente in secca e quando mi avvicinai si trasform in qualcosa di artificiale, tipo compensato o polistirolo. Vidi il bambino con la T-shirt che diceva LE STELLE SERVONO A MOSTRARCI FIN DOVE POSSONO ARRIVARE I NOSTRI DESIDERI e quando mi avvicinai era una confusione di luce solare su un masso. Sotto una formazione rocciosa c'era una magnifica chiazza rossa, simile a un mazzo di peonie, che quando mi avvicinai si trasform in vilissima plastica. Teste e mani di uomo che erano rocce o detriti, stracci stranamente rigonfi di sabbia come spaventapasseri. Il mio campo visivo era ristretto, come se avessi i paraocchi. Mi pulsava una tempia. Quando vidi gli stracci, rimasi a fissarli a lungo; non osavo avvicinarmi per paura di vedere qualcosa di brutto; la sera precedente al Rendezvous Caf un uomo che era venuto a sedersi vicino a Hildie e a me ci aveva raccontato che alcuni anni prima aveva scoperto un cadavere nel suo ranch, il corpo mutilato di una giovane indiana Ouray. Da quelle parti ci sono morti dappertutto. Il posto migliore per sbarazzarsene. Se nessuno denuncia la scomparsa.
Tra ondate di calore sopra un burrone emerse il profilo di una forma femminile come quella di Hildie Pomeroy; ingobbita e tesa come un arco tirato al massimo; un corpo umano, deforme ma innegabilmente umano; quando mi avvicinai vidi che era una formazione rocciosa lunga almeno sei metri. Eppure, alla mia vista vacillante, era sembrata delle dimensioni di una donna. Vidi che la roccia, come la sabbia e l'acqua, era fatta di onde e di increspature; vidi che la struttura fondamentale della natura era costituita da correnti vibratorie; come nella passione sessuale siamo trascinati da correnti che scorrono impersonali dentro di noi, usandoci; usandoci, e gettandoci via come gusci vuoti. Spinoza diceva che desideriamo persistere nel nostro essere. Tuttavia ancora pi fortemente desideriamo persistere nell'essere della nostra specie. Sentivo di nuovo l'eccitazione nello sguardo dell'uomo che si era venuto a sedere nel spar con Hildie e me la sera prima. Si chiamava Eli? Se non avevo sentito male, in realt si chiamava Leo. Ero cos stanca, le palpebre pesanti, non pensavo chiaramente e non sentivo chiaramente, perch nel bar c'era molto rumore, risate e voci forti e sport alla tv, e avevo aspettato per ore che Hildie annunciasse che era il momento giusto per vedere mio padre, solo che in tutto il giorno il momento giusto non era mai arrivato, lui non era del tutto cosciente e quando lo era aveva le allucinazioni. Al Rendezvous Caf avevo bevuto due birre. Avevo mangiato grigliata di carne e patate fritte e mi ero lavata le dita appiccicose nella toilette delle signore che puzzava di scarichi intasati. Hildie mi aveva chiesto a bruciapelo se ero mai stata innamorata e io avevo risposto di s; avevo sofferto?, mi aveva chiesto guardandomi attenta come per stabilire se dicevo la verit, e io avevo risposto che s, avevo sofferto. Mi aveva toccato il polso con le unghie rosse: Be', tesoro, fa' che non succeda pi. Stronzi!.
Pi tardi era arrivato Eli, o Leo. Con il suo sguardo che vagava, soppesava. Proprietario di un ranch, lo aveva definito Hildie. Mi aveva chiesto se volevo un passaggio fino all'Economy Motel, che era sulla sua strada, e io lo avevo ringraziato spiegando che avevo la mia macchina. Pochi minuti dopo aver chiuso a chiave la porta della mia camera all'Economy Motel avevo sentito bussare e avevo aperto, senza sganciare la catenella, ed era Eli, o Leo, che chiedeva se poteva entrare, e io gli avevo detto di no; no, non mi sembra una buona idea; allora aveva chiesto di rivedermi la sera dopo e io avevo educatamente detto di no; aveva chiesto quando poteva rivedermi, che gli sarebbe piaciuto tanto rivedermi, e in fretta avevo detto di no, non posso, sono qui a Crescent per via di mio padre, mio padre sta morendo, ti prego di capire. Dopo una pausa di silenzio avevo udito la voce, imbarazzata: Certo, capisco. Scusa.
Sarei potuta rimanere incinta a Crescent, tornare all'Est e avere il figlio di mio padre. Avrebbe compensato l'ingiustizia, no?
Mi pulsava l'interno delle palpebre. Non mi ero resa conto di avere gli occhi chiusi. Respiravo con la bocca come un pugile sfinito. Mi chiesi se al sole i vasi sanguigni potessero gonfiarsi e scoppiare. Un aneurisma? Ondate di irrealt mi investivano come nubi da cartoni animati. Avevo la fronte e la nuca bagnate di sudore. Irrealt perturbante: per indicare quella sensazione c'era un termine tedesco magniloquente che Vernor Matheius una volta mi aveva letto ad alta voce in un brano di Heidegger impalpabile come una ragnatela, e avevamo riso insieme di quella parola. Irrealt perturbante!  tutto intorno a noi, aveva detto Vernor, strabuzzando gli occhi per mimare la paranoia, il terrore. Vernor aveva stupito i suoi professori adoranti abbandonando la tesi di dottorato, lasciando per sempre la filosofia e iscrivendosi alla facolt di legge della University of Chicago; avevamo perso i contatti; non avrei avuto sue notizie per vent'anni; a quel punto era diventato un personaggio noto a livello nazionale per il suo ruolo nel Children's Defense Fund di Washington, D.C. Irrealt perturbante! Risi forte in quel posto silenzioso e sassoso, asciugandomi gli occhi. Vidi le mie stesse ossa sbiancate dal sole, spettacolo luccicante in lontananza come un'opera d'arte. Vidi il mio cappello, i miei occhiali da sole rotti, la camicia con le maniche lunghe e i pantaloni corti gonfi di sabbia. Mi dissi: Torna indietro adesso. Non correre e non lasciarti prendere dal panico. Non ti sei persa.
Alla fine ritrovai la strada per le rocce striate che sembravano una spalla curva, la gola stretta e profonda che seguii fino al campeggio. C'erano altri due veicoli nel parcheggio, fermi vicino alla mia macchina, tutti e due con la targa dello Utah. Arrivai alla Volkswagen ansimante e barcollante e fradicia di sudore, ma non mi ero lasciata prendere dal panico e non mi ero persa. Per le strane distorsioni visive continuavano. Mi sembrava di guardare dentro un tunnel; vicino a un bidone della spazzatura vidi un'alta colonna di luce brillante che mi faceva cenno come con una mano protesa e quando mi avvicinai si trasform in una scheggia di specchio rotto lunga una decina di centimetri.

8.
Due giorni dopo, Hildie Pomeroy mi condusse alla presenza di mio padre per l'ultima volta.
Ha chiesto di te, cara. Ma non  sicuro che tu sia veramente qui. Pensa che tu sia un sogno, credo!  come se gli stesse andando in pezzi il cervello.
Hildie non aveva dormito molto quella notte. Si era truccata in fretta il viso giallastro e aveva i denti macchiati di rossetto. I capelli tinti sembravano una parrucca, arruffati e da lavare. Aveva pianto tanto che non si era potuta mettere il mascara; gli occhi rossi erano infiammati e senza ciglia. La camicia e i pantaloni di rayon bianco non erano freschi di bucato e la sua minuscola persona gobba emanava un odore di colonia e di angoscia. Mi disse che mio padre ormai era cos debole che era cosciente solo a tratti; non mangiava da due giorni e spesso non si rendeva conto di dov'era e inveiva contro nemici fantasma. Quando ero andata da lei, quella mattina verso le otto, l'avevo sentita parlare con voce stridula al telefono; quando avevo bussato esitante alla zanzariera mi aveva gridato: Entra!  il momento.
Hildie mi prese la mano; le sue dita erano di ghiaccio, strette intorno alle mie. Terrorizzata da ci che si precipitava verso di noi battendo le grandi ali nere, ma aveva trasformato il proprio terrore in energia dispersa, luminosa. Presto presto presto presto. Prima di arrivare sulla terrazza, Hildie si assicur che avessi girato la testa dall'altra parte; mi accompagn alla sedia, mi fece sedere e mi immobilizzo letteralmente la testa con le braccia. Adesso prometti di non voltarti. Prometti! Mormorai di s, promisi. Brava ragazza! Erich, la tua brava figliola  qui, la vedi? Deglutii a stento e dissi: Pap? Buongiorno. L'odore nauseante della Morte era ancora pi forte nell'aria fresca e secca del mattino. Lo Uhhhh-uh strozzato di mio padre fu pi debole del solito e del tutto incomprensibile. Eppure Hildie tradusse subito: Oh,  felice di vederti, cara. Credeva che te ne fossi andata. Hildie mi sciocc scoppiando a ridere. Era in piedi dietro alla mia schiena e si appoggiava a me, stringendomi le spalle con le forti dita artigliate. Ha i documenti dell'assicurazione. Il testamento. Io non ho mai avuto l'onore di vederli. Io non faccio parte della famiglia, immagino. Rideva piano, ansimando. Mi bisbigli all'orecchio: Su, parla. Perch sei qui, figliola? Racconta a tuo pap di... quello che vuoi. E parla forte. Cos cominciai a parlare. Parlai di come era bello, quando mio padre telefonava a casa; quando il telefono squillava dopo le undici, sapevamo che era lui; era come Natale; cos emozionante; lavorava in Alaska, e in Canada, e nel Nordovest; mi pareva di ricordare che mio padre avesse parlato anche con me... Era bellissimo avere tue notizie, pap. Non puoi sapere. Hildie cominci ad allentare la stretta a mano a mano che parlavo. Avevo fatto la doccia in fretta quella mattina al motel e avevo i capelli ancora bagnati, appiccicati al collo; in seguito avrei scoperto che non me li ero risciacquati bene e che mi era rimasto dello shampoo qua e l; non mi ero attardata neppure ad asciugarmi come si deve e la biancheria mi aderiva umida e fastidiosa al corpo; anch'io ansimavo, come se avessi fatto una corsa disperata per arrivare l. Mio padre reagiva solo vagamente a quello che dicevo; tuttavia credevo che mi stesse ascoltando; gli raccontai di Hendrick che mi aveva telefonato nel Vermont; gli raccontai del viaggio fin nello Utah: Io! Un viaggio cos lungo in macchina da sola.... Tra i miei amici e conoscenti ero nota per la mia indipendenza e per quello che chiamavano il mio essere altrove, che presumibilmente significava la mia inaccessibilit, ma a sentirmi parlare con mio padre uno avrebbe pensato che avessi undici anni. Mi ritrovai a descrivere la mia macchina con l'affettuosa disapprovazione con cui la gente di solito parla delle curiosit o eccentricit di famiglia. Mi ritrovai a spiegare come me l'ero comprata, grazie all'anticipo di una casa editrice per il mio primo libro di racconti; anche se non dissi, perch non sapevo ancora che sarebbe andata cos, che avrei dedicato quel libro per me cos prezioso alla memoria dei miei cari genitori Ida ed Erich.
Mi sembrava infantile vantarmi davanti a un moribondo. La mia prima automobile, il mio primo libro. Ma Hildie si affrett a dire, come una donna che si aggrappa alla speranza: Oh, un libro? Come quelli della biblioteca? Un vero libro, non come... forse voleva dire paperback Mickey Spillane? Racconta a tuo padre del tuo libro, cara.
Il mio... libro? ... Una lunga pausa. La testa mi pulsava martellante. Non sapevo se provavo vergogna o solo imbarazzo; o un confuso orgoglio; o se un po' della speranza di Hildie aveva contagiato anche me. ... Sono racconti. Ambientati a Strykersville. Voglio dire, non esattamente, pap, ho usato un altro nome, ma... Ma che cosa volevo dire? Mio padre continu a respirare rauco, ma non tent di rispondere; forse era troppo spossato; lo sforzo di respirare assorbiva tutte le energie del suo corpo debilitato. Dissi: Pap, volevo fare qualcosa di bello. E adesso le lacrime mi bruciavano gli occhi, perch: era vero? poteva essere vero? che cos'era la bellezza in confronto alle pi aspre esigenze della verit? Volevo fare qualcosa che durasse, spero che un g-giorno lo potrai vedere, pap. Voglio dire... Oh, che cosa volevo dire? Fare discorsi del genere a un moribondo? Temetti quasi che Hildie mi desse uno schiaffo. Quello che scrivo non  esattamente la mia v-vita, pap, ma io non posso... non potrei... vivere senza... sognare? Respirare? Le mie parole si alzavano trasformandosi in interrogativi, come palloncini.
Ero l, alla presenza di mio padre, a balbettare parole che a stento riuscivo a capire. Seduta su una sedia di vimini con il sedile infossato, i vestiti umidi che mi prudevano addosso; seduta diritta come se qualcuno mi stesse tirando dall'alto per i capelli; dai diciotto anni in poi stavo seduta diritta e rigida come un palo per il terrore di incurvarmi fatalmente, di afflosciarmi come una medusa, un'invertebrata; come, momenti terribili, avevo visto Vernor Matheius curvo alla scrivania, che si sfregava violentemente gli occhi con i pollici dietro le lenti degli occhiali sporchi; ero seduta diritta e a testa alta e fissavo oltre la tenda di rampicanti e foglie che crescevano sulla terrazza di Hildie, fissavo nella direzione del terrapieno e della ferrovia pensando: Nessun treno ci salver oggi. Hildie aveva smesso di tradurre i versi strozzati di mio padre prima ancora che lui smettesse di farli; forse non capiva pi che cosa volevano dire, o non osava pi fingere di capire; o forse era sconvolta. (Sebbene mi avesse ripetuto molte volte che non voleva nessuno di quei maledetti medici vicino, quando fosse venuta l'ultima ora di mio padre, ero convinta che quella mattina stesse parlando al telefono con uno studio medico, o con l'ospedale.) Quando rimasi a corto di parole, Hildie mi sussurr: Continua a parlare! Non puoi smettere adesso. Pensai: Dir a pap che gli voglio bene; dir a pap che quello che scrivo riguarda l'amore, perch riguarda la verit. Mi stavo preparando a pronunciare quelle difficili parole, pur avendo il presentimento di non dover dire: Pap ti voglio bene, perch in quel momento mio padre sarebbe morto.
Sentimmo - che cosa? - un telefono che squillava. Un telefono in casa. Hildie mi conficc le unghie nelle spalle e mi ordin di non voltarmi mentre lei non c'era. Ricordati che l'hai promesso.
Non mi voltai nemmeno di un millimetro, quando Hildie corse a rispondere al telefono; ma quella mattina, in una tasca della camicia, avevo portato con me il pezzo di specchio che avevo trovato nel parcheggio; lo tirai fuori di nascosto e lo sollevai piano piano fino all'altezza degli occhi, in una posizione che, anche se mio padre mi avesse osservato con attenzione, cosa di cui dubitavo, non lo avrebbe insospettito; mentre continuavo a parlare, a malapena cosciente di quello che dicevo e sapendo che mio padre non mi ascoltava pi, spostai furtivamente lo specchio verso sinistra ed ebbi una visione che sulle prime non riuscii a interpretare, confusa e chiazzata come se stessi guardando sott'acqua. Uno scheletro appoggiato su un cuscino lurido. Una testa calva che sembrava ingrossata o comunque deforme, e un volto devastato solcato da vene e rughe profonde; la pelle era cinerea e arrossata, come se fosse stata bollita; la bocca aperta scompariva nella mascella e la mandibola era ridotta a poco pi di un lembo di gengiva lacera e priva di denti; c'erano vesciche o ustioni sul lato destro della faccia e della gola, e la gola sembrava fondersi con la spalla. Gli occhi! Non avrei riconosciuto la faccia di mio padre, se non fosse stato per gli occhi. Profondamente infossati e in ombra, con le palpebre semichiuse; occhi enormi che fissavano senza vedere; eppure, come in un incubo, mentre guardavo nello specchietto vicino alla mia faccia, quegli occhi parvero spostarsi verso i miei; la faccia si contrasse rabbiosa, come un guanto appallottolato in una mano; il corpo scheletrico ebbe un brivido e si ud un gemente, quasi impercettibile Uhhhh-uhh di rimprovero.
Mi colse una debolezza terribile. Mi si rovesciarono gli occhi all'indietro, la scheggia di specchio mi sfugg dalle dita e and in pezzi sul pavimento della terrazza.

9.
Non ha visto! Non pu avermi visto.
 colpa mia. Io sono la causa della sua morte.
No: non pu aver visto. Non quegli occhi.
Ha visto, non perdoner mai.
Non ha visto nulla e non c' nulla da perdonare.
Ha visto, e perdoner. Un moribondo perdona.
Anche nella confusione della morte incombente di mio padre, carponi, sforzandomi di non svenire, ebbi l'astuzia di raccogliere i pezzetti di specchio nel palmo e di nascondermeli nella tasca della camicia.

10.
Dopo la morte di mio padre stetti male per un po'. Ma mi ripresi.
Cos facendo mi inimicai Hildie Pomeroy, ma compii il primo atto pienamente adulto della mia vita adulta: organizzai il trasferimento della salma di mio padre a Strykersville e la sua sepoltura nel cimitero luterano accanto a mia madre.
Povera Hildie: avrebbe voluto che mio padre venisse sepolto a Crescent; desiderava disperatamente che mio padre venisse sepolto a Crescent; capivo il suo desiderio di portargli fiori sulla tomba per il resto della sua vita; capivo il suo desiderio di incipriarsi la faccia di un bianco mortale e truccarsi le labbra di un malinconico bord e vestirsi con vezzosi abiti neri da lutto; capivo il suo desiderio di passare la vita a Crescent come un fantasma, suscitando rispetto, timore reverenziale, compassione e persino invidia. Quella  Hildie Pomeroy che ha perso l'amante. Non passa giorno che non pianga per lui. Capivo, ma non potevo acconsentire perch i desideri di mio padre erano stati altri.
Hildie era livida di rabbia e mi maledisse accusandomi di averla tradita. Lei e mio padre avevano intenzione di sposarsi, prima che Erich si ammalasse! Lo sapevano tutti a Crescent, e potevano testimoniare! Perdio, non era giusto.
Hildie disse con amarezza: Tu! Perch ti ho lasciato entrare in casa mia? Sapevo che non avrei dovuto telefonarvi! Avrei dovuto dirgli che non rispondeva nessuno! Non avevi diritto di entrare nella vita del mio Erich alla fine della sua vita. Erich amava me.
Eppure c'era il testamento di mio padre, scritto diligentemente in stampatello, datato pochi giorni prima della sua morte. Se i soldi dell'assicurazione bastano per coprire le spese desidero essere seppellito nel cimiterio della chiesa lutrana a Strykesville NY e chiedo a mia figlia di provvedere. I $ dell'assicurazione sono per lei. Non voglio essere di peso per chi mi pianger. I miei beni terreni tereni desidero dividerli tra mia figlia e la mia amica Hildegard Pomeroy con grattitudine. Sarebbero rimasti dei soldi, coperte le spese del funerale; mio padre aveva un'assicurazione sulla vita da settemila dollari; sebbene parecchie delle ultime rate non fossero state versate, la compagnia accett di pagare cinquemilaottocento dollari, che erano pi che sufficienti.
Io ero la beneficiaria di mio padre! Quella notizia fu sbalorditiva per me.
 vero, non era giusto. Hildie aveva ragione. Le dissi che non volevo ci che non meritavo. Le dissi che, tolte le spese del funerale, avrei fatto in modo che il resto dei soldi andasse a lei. Hildie pianse e inve. Non voleva la mia stramaledetta elemosina, disse. Protestai che non era elemosina. Te lo sei portato a casa, ti sei presa cura di lui fino all'ultimo, lo hai amato. E lui ti amava. Hildie mi fissava con lucidi occhi rabbiosi. Dalla mattina della morte di mio padre aveva smesso di truccarsi il viso; non si dava pi il mascara sulle ciglia; era diventata una donna di mezz'et, pelle di rondine, lineamenti da ragazzina e corpo rachitico perversamente benfatto e femminile, esotici capelli neri. Ci che mi disse a questo punto mi sciocc talmente che fu come se mi avesse dato uno schiaffo: Mi amava! Mi prendi per il culo? Mi hai preso per scema?. Scossi la testa no, no, non l'avevo presa per scema; non era scema per niente; era una persona gentile, generosa, nobile; una persona coraggiosa; una brava persona; le dissi che mio padre l'aveva amata moltissimo, non l'aveva forse citata nel testamento? Hildie sbuff con sprezzo: Oh, certo! Gi. Beni terreni, quando aveva poco o niente. I soldi li ha lasciati a te. Balle.
Per, quando alcune settimane dopo spedii a Hildie Pomeroy un assegno di tremiladuecento dollari, lo incass.
Vendetti la Volkswagen per duecentottantacinque dollari. Per tornare all'Est presi un volo per Buffalo. Era la prima volta che salivo su un aereo e fu un'esperienza emozionante; in un delirio di spossatezza, dolore, sollievo; ma soprattutto sollievo. La salma di mio padre viaggi su un altro volo. Al funerale nella chiesa luterana parteciparono meno di trenta persone; la maggior parte erano parenti e vicini che non vedevo da quando ero partita da Strykersville e che quasi non mi riconobbero. La figlia di Ida?  lei? Dei miei fratelli, l'unico a prendersi la briga di venire fu Fritz. Avrei fatto sostituire la lapide di mia madre con una stele in granito piccola ma, a mio giudizio, molto bella, con incisi i nomi, la data di nascita e di morte dei miei genitori. Io non li avrei raggiunti in quel terreno roccioso, ma la mia famiglia adesso era al completo.
Se le cose funzioneranno tra di noi, un giorno ti porter laggi.
...
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...
FINE.